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Perché una “guerra calda” tra Iran e Arabia Saudita è improbabile

Perché una “guerra calda” tra Iran e Arabia Saudita è improbabile

Dallo Yemen alla Siria, dall’Iraq al Libano, Riad e Teheran sono impegnate in una guerra per procura che vede coinvolti i loro principali alleati nella regione. Una sorta di «guerra fredda» in salsa mediorientale. In questo articolo spieghiamo perché, al momento, secondo noi non ci sono i presupposti di una vera e propria «guerra calda», che avrebbe delle conseguenze potenzialmente apocalittiche.

 

Il conflitto tra sunniti e sciiti

I disordini che da quasi due decenni lacerano il Medio Oriente – dalla Siria, allo Yemen, dal Libano all’Iraq – sono tutti uniti da un unico filo conduttore, rappresentato dalla storica rivalità tra Sciiti e Sunniti. Lo scontro tra le due principali varianti religiose dell’Islam – divise da questioni teologiche e storiche relative alla disputa sul reale successore del profeta Maometto, risalenti al VII secolo d.c. e presto sfociate in conflitti politici e settari – è infatti alla base delle sanguinose guerre civili e dell’instabilità in cui è piombata la regione negli ultimi anni. Una spirale da cui sembra difficile ipotizzare, al momento, una via d’uscita. Uno scenario in cui i due principali attori – al netto degli attori esterni – sono l’Iran e l’Arabia Saudita, il primo rappresentante dello Sciismo e la seconda custode dei luoghi sacri e della dottrina sunnita.

Le due nazioni sono impegnate in tutti gli scenari di guerra e di instabilità mediorientali – ad eccezione parziale del Nord Africa, su cui l’Iran non sembra avere particolari mire egemoniche – dove, ormai da diversi anni, combattono tra loro quella che è una vera e propria guerra per procura. Ne è un esempio la situazione dello Yemen, dove l’Iran sostiene i ribelli sciiti Houti e i sauditi, assieme all’Occidente, il governo centrale. Altro esempio la Siria, dove la recente dipartita del Califfato dell’Isis – di matrice ideologica wahabita-sunnita, la medesima che contraddistingue il regime saudita – ha anche rappresentato la clamorosa vittoria di Bashar al-Assad e del suo regime alauita-sciita – di cui Teheran è il più grande sponsor, economico e militare, della regione – con conseguente rafforzamento dell’egemonia Iraniana su un’area che va dal Mediterraneo sino ai confini orientali della Persia.

 

I timori di uno scontro armato

In questo quadro geopolitico, più d’un analista ha ipotizzato lo scoppio di una vera e propria guerra frontale tra Riad e Teheran. Una possibilità che, in particolare, è stata paventata a novembre a seguito delle dimissioni (annunciate proprio a Riad) del premier libanese Hariri – sunnita a capo di un governo di coalizione che comprendeva anche Hezbollah, partito sciita che rappresenta, di fatto, anche il braccio armato di Teheran nel paese – che ha accusato l’Iran di aver destabilizzato il suo esecutivo e di voler acquisire il totale controllo del Libano.

Le dimissioni di Hariri sono soltanto uno dei recenti episodi di provocazione da parte dell’Arabia Saudita verso l’Iran – si potrebbero citare anche le dichiarazioni del Capo di Stato Maggiore israeliano Gadi Eisenkot, che ha ufficialmente aperto ad una collaborazione a livello di intelligence tra lo Stato Ebraico e Riad proprio per contrastare l’ascesa iraniana – sintomo di un crescente malessere saudita nei confronti del rafforzamento del rivale sciita. Riad, infatti, al momento si trova in una fase di difficoltà ed insofferenza verso l’ascesa dell’Iran – soprattutto dopo la vittoria, de facto degli Sciiti in Siria – e sta cercando di uscire dall’angolo, ad esempio intensificando la propria azione a sostegno del governo centrale dello Yemen (Stato che, oltretutto, confina con la stessa Arabia Saudita) e, a detta di qualche analista, avrebbe tutto l’interesse ad iniziare una vera e propria guerra con l’Iran, potendo contare sul supporto occidentale.

 

Il disinteresse iraniano per una guerra

Il discorso è in parte diverso per quanto riguarda l’Iran. Il Paese viene, infatti, dalle importanti vittorie strategiche in Iraq e Siria, che ne hanno rafforzato notevolmente l’influenza in Medio Oriente. Dopo la parziale riabilitazione a seguito dell’accordo sul nucleare del 2015, dall’arrivo di Trump alla Casa Bianca Teheran è, inoltre, tornata a pieno titolo sotto la lente di ingrandimento degli Stati Uniti, tant’è che il futuro dell’accordo stesso sembra essere a rischio mentre potrebbero profilarsi all’orizzonte nuove sanzioni economiche da parte di Washington.

Una serie di fattori che lasciano intendere come per l’Iran, invece, una guerra aperta con Riad non sarebbe di alcun interesse strategico, così come non lo sarebbe l’apertura di nuovi fronti militari che potrebbero portare ad un impegno diretto dell’esercito della Rivoluzione (ad esempio, il rischio dello scoppio di una nuova guerra tra Israele ed Hezbollah, più volte sottolineato dagli analisti).

 

Le dimensioni degli eserciti

Iran ed Arabia Saudita sono potenze dotate di due tra gli eserciti più forti del mondo. Teheran utilizza circa il 3% del proprio PIL annuale in spese militari, mentre Riad arriva addirittura al 10% (pari a 63 miliardi di dollari). A livello numerico, invece, è l’Iran che vince, potendo contare su oltre 550.000 soldati (più 1.800.000 riservisti) contro i 230.000 dell’Arabia Saudita (325.000 riservisti). Teheran, inoltre, può contare su un’artiglieria più fornita ed una flotta clamorosamente più grande (406 navi a 27, stando agli ultimi dati di ArmedForces.eu).

Uno sbilanciamento abbastanza significativo a favore dell’Iran – soprattutto se si considera la differenza di spesa rispetto all’Arabia Saudita – che, fino a qualche anno fa, era controbilanciato dalla netta influenza sulla regione di Riad. Le differenze tra i due eserciti sono anche a livello qualitativo.

L’Iran, infatti, dispone sì di una superiorità numerica, ma utilizza materiali ed equipaggiamenti per lo più obsoleti, mentre l’Arabia Saudita può contare sulle migliorie più avanzate tecnologie militari occidentali. Per contro, gli eserciti sauditi hanno dato prova – ad esempio recentemente nello Yemen – di disporre di una scarsa organizzazione sul terreno, al contrario dell’Iran che ha dimostrato di riuscire a mobilitare con facilità una grande quantità di uomini in tutta la regione mettendo in luce una grande capacità organizzativa. Insieme di fattori che rendono assai proibitivo per Riad decidere di intraprendere una guerra frontale con il nemico sciita, nonostante la perdita di egemonia sulla regione e le crescenti provocazioni tentate dalla stessa Riad nei confronti di Teheran.

Provocazioni in cui, peraltro – forte del proprio rafforzamento di cui si è detto prima – l’Iran non ha alcun interesse a cadere, col rischio di rimanere poi intrappolato in una guerra dalle dimensioni potenzialmente apocalittiche. «È difficile vedere come l’Arabia Saudita possa assumere una posizione in cui le proprie azioni diventino intollerabili per gli iraniani. Le azioni dell’Iran sono già intollerabili per l’Arabia Saudita, ma i sauditi non riescono a trovare un modo per mettere realmente in difficoltà l’Iran, ed è per questo che non prevediamo una situazione di “guerra calda” in questo momento» ha dichiarato di recente alla CNBC l’esperto analista Marcus Chavenix.

 

Conclusioni

Al momento, dunque, la situazione di rafforzamento sciita sembra costituire un deterrente geostrategico decisivo per evitare lo scoppio di una «guerra calda» tra le due potenze mediorientali. A questo si aggiungono anche le tensioni interne con cui sia Arabia Saudita che Iran convivono al momento. A Riad, in particolare, è in atto l’ascesa dell’ambizioso principe Bin Salman, giovane figlio di Re Salman ed erede al trono, che a metà 2016 ha fatto irruzione sulla scena politica del Paese con il suo programma “Vision 2030” e che lo scorso autunno ha iniziato il proprio dominio con l’arresto di diverse dozzine di principi, ministri ed ex ministri influenti, sostituiti con uomini di sua fiducia.

L’Iran, invece, si trova a fare i conti con il crescente malcontento della popolazione nei confronti della classe dirigente degli Ayatollah, che è esploso con le recentissime rivolte di piazza che hanno avuto parecchio risalto nei media internazionali tra Natale e Capodanno. Situazioni che, a prescindere dalle ricadute interne, scongiurano ulteriormente il rischio di una guerra che, date le dimensioni degli eserciti dei due Paesi e la forza dei rispettivi alleati, potrebbe avere delle conseguenze realmente apocalittiche, per il Medio Oriente e non solo.

Rischi

  • Una eventuale destabilizzazione del regime iraniano a seguito dei malcontenti della popolazione potrebbe portare a dei significativi cambiamenti per tutti gli equilibri regionali;
  • Anche la situazione interna dell’Arabia Saudita va monitorata con attenzione: una lotta intestina tra gli esponenti del governo saudita avrebbe ripercussioni su tutto il Medio Oriente;
  • La tenuta dell’accordo sul nucleare con l’Iran è cruciale: un Iran con l’atomica sarebbe, infatti, pressoché impossibile da contrastare;

 

Variabili

  • Una nuova vittoria iraniana in Yemen (al momento ipotetica) indebolirebbe ulteriormente l’Arabia Saudita e potrebbe rendere più maturi i tempi per una vera e propria «guerra calda»;
  • Il naufragio dell’accordo sul nucleare e la crescente avversità delle politiche dell’Amministrazione Trump potrebbero rispingere l’Iran nell’angolo e, in quel caso, non è da escludere che anche Teheran possa considerare l’idea di una «guerra calda»;
  • Le situazioni in Siria, Iraq e Libano sono tutt’altro che risolte: l’influenza sciita si basa comunque su equilibri fragili e, in caso di modifica degli stessi, lo status quo della regione potrebbe ulteriormente modificarsi;

Giuliano Monga – Il Caffè Geopolitico