E’ ai piedi delle Alture del Golan che si deciderà la sfida più importante in corso in Siria, vale a dire quella tra Israele e Iran. Ne è convinto il Generale Mario Mori, ex capo del Sisde e fondatore del ROS dei Carabinieri.

Generale, in che fase sta entrando il conflitto siriano?

In questo momento la situazione in Siria è di stallo. Le varie componenti che agiscono sul territorio, da varie posizioni e secondo diversi obiettivi, sono praticamente ferme. In questo momento i due protagonisti veri sono da una parte l’Iran e dall’altra Israele. Se ci può essere un ulteriore sviluppo drammatico di questo conflitto, è a questo scontro che si deve guardare Israele non può tollerare che lungo i suoi confini, soprattutto nella zona del Golan, si siano installate truppe regolari iraniane e milizie libanesi di Hezbollah. Gli israeliani sono decisi a bloccare ogni possibile minaccia sul nascere, motivo per cui proseguiranno con le attività di monitoraggio e con attacchi improvvisi contro postazioni e depositi di armi in mano al nemico. Momenti di tensione ci sono già stati. Sullo sfondo restano poi, ovviamente, altri interessi ancora in gioco.

In chiave anti-iraniana, il patto stretto un anno fa a Riad tra Trump e Mohamed Bin Salman si sta rivelando funzionale per gli obiettivi israeliani?

Il patto di Riad è stata un’iniziativa voluta più che altro da Mohamed Bin Salman, il quale aveva bisogno di un sostegno internazionale forte come gli Stati Uniti di Trump nella guerra d’attrito che ormai da lungo tempo l’Arabia Saudita sta conducendo contro l’Iran. Nonostante ciò, penso che in questo momento sia in vantaggio la componente sciita, con Iran e Hezbollah che quantomeno dal punto di vista tattico, se non propriamente strategico, possono godere dell’appoggio di turchi e russi. L’asse sciita si sta rivelando più forte sul terreno e, quindi, in grado di imporre con più facilità una propria “soluzione” al conflitto.

Continua a non arrivare alcun segnale dall’Europa. Perché?

Rimaniamo spettatori interessati di qussto conflitto, ma non in grado di esprimere una nostra posizione. Vale per questa così come per altre crisi che interessano l’Europa o determinati Paesi europei. Il motivo è semplice: siamo tutto sommato un gigante economico ma con piedi d’argilla perché non siamo anche un gigante militare.

In riferimento al con itto siro-iracheno, si è parlato molto negli ultimi anni del tramonto degli accordi di Sykes-Picot. Presto potremmo realmente assistere a una spartizione della Siria?

La situazione attuale in Siria, e tutti i riflessi che ne sono derivati sugli scenari internazionali, sono i frutti di quegli accordi. Certamente sono accordi ormai abbondantemente superati. Il problema adesso è trovare una soluzione di compro- messo che però ine- vitabilmente non po- trà essere vista di buon occhio da tutte le parti in causa Sarà difficile nel breve-medio periodo trovare soluzioni che portino a una pacificazione delle zone in cui si sta continuando a combattere, nonché a una reale sistemazione del Paese anche dal punto di vista amministrativo.

Cosa rimarrà dello Stato Islamico in Siria e Iraq?

Forse ISIS riuscirà a risorgere con modalità e tecniche di approccio nuove. Non più in Siria ma in altre zone del mondo come il Sahel e il Sahara, ma anche nel Sinai che è un’area fondamentale per lo Stato Islamico essendo baricentrica rispetto ai suoi grandi nemici, ossia Egitto, Arabia Saudita, Iran e Israele ISIS può nutrire speranze di rinascita anche in Asia Centrale nel cosiddetto Khorasan, In prospettiva per il Califfato questa regione potrebbe rappresentare una base per la conquista e la gestione di nuovi territori, an- che per via di un possibile congiungimento con i gruppi jihadisti operativi nel Caucaso.

 

articolo pubblicato sul numero 2 di Babilon

 

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