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La guerra che Iran e Usa non vogliono combattere

La guerra che Iran e Usa non vogliono combattere

Le ragioni della crisi. Le tensioni tra Stati Uniti e Iran hanno radici profonde, che affondano nel tempo sino al 1979, quando la monarchia di Mohammad Reza Pahlavi – all’epoca il principale alleato di Washington nella regione – cadde sotto i colpi di una rivoluzione popolare. La componente religiosa del movimento rivoluzionario ebbe ben presto la meglio sulle molte altre anime dell’eterogeneo fronte anti-monarchico, dando vita ad una Repubblica Islamica fortemente permeata da sentimenti anti-americani, che ben presto sfociarono nell’occupazione dell’ambasciata USA a Tehran, nella successiva chiusura delle relazioni diplomatiche e nell’avvio di quel lungo periodo di crisi che ha caratterizzato sino ad oggi le relazioni tra i due paesi.

L’inimicizia tra USA e Iran è quindi sostanzialmente costruita sulla percezione da parte dell’Iran degli Stati Uniti come un attore egemonico ed intrusivo, e quindi ostile nei confronti dell’emancipazione conquistata con la rivoluzione, e viceversa dalla percezione a Washington di un Iran estremista e radicale sino all’irrazionalità, e quindi ostile nei confronti dell’Occidente e dei suoi valori.

Due interpretazioni sostanzialmente errate della controparte, determinate dalla spirale di crisi in cui piombarono i rapporti all’indomani della rivoluzione, e dalle quali non sono riusciti più a sottrarsi per i successivi quarant’anni.

Con l’elezione del presidente Barack Obama alla Casa Bianca nel 2009, tuttavia, sembrò possibile un mutamento di questo cupo orizzonte, con la definizione di quell’accordo tra Iran e comunità internazionale – il c.d. JCPOA siglato nel 2015 da Tehran con i rappresentanti dell’Unione Europea, gli Stati Uniti, la Russia, la Cina, la Gran Bretagna, la Francia e la Germania – che dopo molti anni cessava il regime sanzionatorio contro l’Iran a fronte di un rigido controllo sul proprio programma nucleare. Un accordo forse non perfetto sotto ogni punto di vista, ma certamente un grande risultato sul piano politico e delle prospettive economiche, che per tre anni aveva lasciato sperare nella possibilità di una normalizzazione dei rapporti tra Stati Uniti e Iran.

Con l’arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump, invece, la narrativa del rapporto con l’Iran ritornò ad assumere un profilo progressivamente peggiorativo, sino alla decisione unilaterale degli Stati Uniti – particolarmente controversa tanto sotto il profilo giuridico quanto politico – di ritirarsi dall’accordo, ripristinare le sanzioni secondarie e di fatto costringere l’intera comunità internazionale ad accettare l’imposizione di una sospensione del rapporto economico con Tehran.

Con l’uscita degli Stati Uniti dal JCPOA, l’Iran cercò invano di convincere gli altri firmatari dell’accordo a dare comunque continuità ai patti siglati nel 2015, impegnandosi autonomamente per oltre un anno in quello che l’Agenzia Internazionale per Energia Atomica definì come il “pieno rispetto degli accordi”, seppur iniziando a subire il crescente impatto delle politiche sanzionatorie sulla propria economia.

Con il termine del “waiver” semestrale concesso all’Iran per la vendita del greggio, a partire dalla seconda metà del 2018 la produzione iraniana diminuì con costante progressione, sino ad assestarsi al di sotto dei 200.000 b/g, collocandosi in tal modo ben lontano da quella soglia minima ritenuta come essenziale e stimata intorno ai 1.200.000 b/g, innescando un processo di crisi che l’Iran ha cercato di gestire con difficoltà, dovendo inizialmente incassare passivamente gli effetti di quella “strategia della massima pressione” che Trump aveva deciso di adottare per piegare l’Iran.

La ricerca di un accordo e l’accelerazione della crisi. La crisi che ha caratterizzato l’inizio del 2020 è il frutto del fallimento tanto della strategia statunitense di piegare l’Iran con le sanzioni, quanto dell’Iran di forzare la mano della comunità internazionale riprendendo – pur sempre all’interno di quanto stabilito dal paragrafo 36 del JCPOA – tanto l’arricchimento dell’uraniano quanto l’incremento del numero delle centrifughe utilizzate nel programma.

Il dato di fatto è che sia gli Stati Uniti che l’Iran vogliono oggi raggiungere un nuovo accordo, definendo questa volta sul piano bilaterale la soluzione di un problema che non ha trovato soluzione su quello multilaterale.

Per il presidente Trump l’accordo ha un duplice valore di natura politica e personale. Serve politicamente per consolidare il proprio status politico e contribuire a consolidare le possibilità di un secondo mandato presidenziale, ma serve anche sul piano personale per completare lo smantellamento di ogni elemento di successo attribuibile al suo predecessore, nei confronti del quale sembra animato da una vera e propria ossessione. Non è quindi preminente per Trump il contenuto del nuovo accordo, quanto la possibilità di poterlo spendere sul piano narrativo come il “migliore accordo mai firmato dall’America”, consolidando in tal modo – a suo modo di vedere – il prestigio della sua amministrazione.

Anche l’Iran ha necessità di definire con urgenza un nuovo accordo, per interrompere l’efficacia di sanzioni che hanno duramente colpito il paese e per rilanciare un’economia non solo in crisi ma anche tecnologicamente arretrata in conseguenza dell’impossibilità di accedere alle più moderne tecnologie dell’industria occidentale.

Per definire questo accordo è probabilmente disposta ad operare delle nuove concessioni tanto sul piano della durata quanto sulla limitazione della propria capacità militare, mentre non può tuttavia accettare in alcun modo che l’accordo sia costruito sulla narrativa di una sconfitta, come effetto dell’efficacia delle sanzioni e della strategia statunitense della massima pressione.

Tanto gli Stati Uniti quanto l’Iran hanno in tal modo necessità di un accordo “win win”, e quindi costruito su posizioni di reciproco vantaggio, tanto sul piano della narrazione quanto su quello dell’effettiva natura dell’accordo, non riuscendo tuttavia in questa fase a definire proprio quel terreno negoziale su cui favorire l’incontro di queste posizioni tutto sommato conciliabili e reciprocamente vantaggiose.

La difficoltà di individuare questo contesto di comune interesse è come sempre derivante dall’ormai incancrenita incapacità comunicativa tra i due paesi, che non hanno mai realmente accettato la possibilità di avviare un negoziato su basi più coerenti con l’obiettivo da perseguire.

NICOLA PEDDE (DIRETTORE IGS – INSTITUTE FOR GLOBAL STUDIES) Continua a leggere l’articolo qui