Libano: A Beirut c’è in gioco molto più di una ricostruzione di un porto, da qui passa il futuro equilibrio geopolitico dell’intera area mediterranea e dello stesso Medio Oriente

Il porto è distrutto. E con esso ogni speranza di rinascita economica del Libano, la «nazione martire» che non si è mai davvero resa indipendente dalle spinte geopolitiche e geoeconomiche della regione mediorientale. E che oggi affronta una crisi economica quasi senza precedenti. Con la lira libanese svalutata (il cambio per un dollaro è passato da 1.500 a quasi 10.000 lire) e l’inflazione schizzata alle stelle (109%). E con tre quarti della popolazione che non riesce ad accedere ai beni di prima necessità né a pagare le utenze.

Senza contare la crisi sanitaria (anche qui li Coronavirus ha colpito duro), quella alimentare (il Libano non produce ma importa praticamente tutto dall’estero e mezzo milione di bambini rischiano la fame) e politica (il governo tecnocratico libanese poco prima dello scoppio della pandemia stava dichiarando bancarotta), che espongono il Paese a una immane tragedia.

Chi ricostruisce il porto, avrà il potere

Qualunque sia stata la causa del disastro al porto di Beirut, un fatto è certo:

chi lo ricostruirà avrà un potere immenso, e chi si aggiudicherà gli appalti si sarà comprato non solo la città ma l’intero Paese. Ed è proprio sotto quest’ultimo aspetto che si devono concentrare le indagini e analizzare i sospetti sulle reali cause dell’esplosione.

Bisogna tornare alla politica per provare a trovare una spiegazione logica alla tragedia che ha spazzato via il cuore economico della città, insieme con i suoi preziosi depositi – il silos che si staglia sul porto conteneva il grano per sfamare l’intera popolazione locale – le sue sedi di giornali (come Al Nahar e Orient le Jour), le zone della Beirut laica, giovane e borghese, e la simbolica piazza dei Martiri, teatro storico delle più importanti proteste del Libano.

Una prima pista l’ha offerta in effetti lo stesso presidente Michel Aoun, quando ha detto che aver stoccato lì quel materiale pericoloso senza misure di sicurezza è «un fatto inaccettabile». Il primo ministro Hassan Diab gli ha fatto eco, sostenendo che «i responsabili ne pagheranno il prezzo». Ma i responsabili sono arcinoti. Si chiamano Hezbollah, e rappresentano il vero potere politico non soltanto a Beirut, ma anche in tutto il sud del Libano, emanazione di un più ampio governo che risiede a Teheran, in Iran, di cui Hezbollah è la longa manus. Un potere che i miliziani sciiti hanno conquistato con le armi e a suon di «bombe sporche», realizzate proprio con quel nitrato di ammonio responsabile della gigantesca deflagrazione che ha disintegrato il porto di Beirut.

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Il «fertilizzante di Hezbollah»

Questo fertilizzante chimico è usato molto spesso da ogni tipo di terroristi, quando non si trova il plastico. Duttile e poco sospetto (si può acquistare nei mercati agricoli), è impiegato specialmente per condurre attentati in grande stile: mischiato a benzina e altri ingredienti, diventa perfetto per lanciare le auto-bomba dei kamikaze.

Ne è stato fatto largo uso in Afghanistan come in Africa, e più recentemente in Medio Oriente dagli uomini dell’ISIS. È stato il New York Times nel 2015 a documentare il continuo via vai di tir carichi di fertilizzanti che attraversavano il confine turco, diretti in Siria. Sappiamo poi quale uso ne sia stato fatto. Il nitrato fu usato anche nell’attentato di Oklahoma City del 1995, e un composto simile venne impiegato per il primo attentato alle Torri Gemelle nel 1993.

Quindi, se qualcuno lo ha stoccato e nascosto tra i depositi prospicienti il mare, sono stati proprio i miliziani del «Partito di Dio». Che nel porto di Beirut rappresentano l’autorità de facto, dove gestiscono ogni tipo di traffici: armi, uomini, droga e molti altri ancora. E dove si trovano anche altri arsenali appartenenti a loro (che verosimilmente sono esplosi insieme a tutto il resto).

Certo, di qui a provocare una simile tragedia ce ne passa. E forse davvero si è trattato di una leggerezza, un incidente che ha provocato un’ecatombe. Ma una così grande concentrazione di quel tipo di fertilizzante lasciato senza le dovute cautele, non ha ragion d’essere in un porto come Beirut. E infatti non serviva affatto a concimare i campi agricoli libanesi, ma era il frutto di un maxi-sequestro avvenuto nel 2014, quando una nave sospetta diretta in Zambia, via Mozambico, aveva avuto un guasto e aveva dovuto riparare a Beirut. Guarda caso, proprio allo scoppiare della guerra civile nella confinante Siria, dove Hezbollah non solo ha combattuto in prima linea, facendo largo uso anche di autobombe, ma ha tentato anche di annettere territori in nome e per conto di Teheran. L’ex direttore della dogana Shafiq Marei e quello attuale Badri Daher avevano più volte sollecitato la rimozione del materiale altamente esplosivo. Ma non hanno avuto risposta, forse perché non si poteva chiedere a Hezbollah di smantellare il proprio arsenale.

Il ruolo di Israele e dei sauditi

Qualcuno si spinge invece ad accusare l’arci-nemico Israele, la cui politica in materia di intelligence è nota: una dottrina che, inaugurata dal premier Menachem Begin, consiste nel ritenere pienamente legittimo qualsiasi intervento punitivo di Israele volto a prevenire la sua distruzione da parte di Paesi nemici. Ed hezbollah, in effetti, non perde occasione di ricordare al mondo che desidera la scomparsa di Israele dalla faccia della terra. Tuttavia, Israele non miete vittime civili, e su questo principio ha fondato ogni azione di guerra o di sabotaggio.

Meno accorti sono invece i sauditi, che nella lotta di potere contro l’Iran hanno dimostrato di non guardare in faccia a nessuno per raggiungere i propri scopi. E lo scopo di Riad è uno soltanto: impedire all’Iran di creare quel corridoio sciita che da Teheran porta dritto a Beirut via Baghdad e via Damasco. E per questo obiettivo si può anche far saltare in aria un intero porto «nemico».

Non va dimenticato che soltanto lo scorso 2017 il premier libanese (ma di origine saudita) Saad Al Hariri fu richiamato in Arabia Saudita e qui sequestrato per due settimane. Il motivo? Hariri aveva tentato di smarcarsi da Riad, formando un governo con l’appoggio proprio del nemico Hezbollah. Fu liberato solo dopo che Riad ottenne l’assicurazione da parte di Hariri che avrebbe convinto Hezbollah a non sostenere più le milizie Houthi dello Yemen, che stavano combattendo contro l’Arabia Saudita per conto dell’Iran.

Peccato che poi la guerra in Yemen sia proseguita, che Hariri sia decaduto, e che anzi gli Houthi abbiano sferrato nel settembre del 2019 un attacco mortale all’Arabia Saudita, colpendo i due più grandi stabilimenti d’idrocarburi al mondo, che si trovano ad Abqaiq e nell’area di estrazione di Khurais, nell’est dell’Arabia Saudita.

Poiché la risposta a questo attacco non è mai arrivata, fonti d’intelligence mediorientali ritengono plausibile che il colpo ferale al Libano, crocevia di ogni interferenza geopolitica mediorientale e Paese conteso dai due grandi player regionali, sia una ritorsione saudita per quell’attacco.

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La ricostruzione

Incidente o meno, fuori dai complotti c’è da credere che in molti saranno i Paesi «volontari» che si litigheranno la ricostruzione del porto di Beirut. Certamente la Cina, la Turchia, la Russia; e così pure l’Italia, la Francia, la Germania e gli Stati Uniti. E, appunto, l’Arabia Saudita, insieme con gli Emirati Arabi. Chi tra queste potenze s’intesterà la rinascita libanese, metterà una fiche importante sul dominio mediterraneo: dopo che già i russi si sono presi il porto di Latakia in Siria, i turchi l’intera Cipro e un pezzo rilevante di Libia, e gli iraniani mantengono Beirut, difficilmente Washington permetterà un’ulteriore espansione di Paesi non allineati alle linee guida dell’Amministrazione Trump.

Ammesso che il presidente in carica resti lui, l’alleato Israele vorrà avere certamente voce in capitolo affinché Beirut non si sottometta a un governo straniero e nemico. Questo significa che sarà probabilmente Riad a tentare di innestarsi più stabilmente a Beirut per riequilibrare le sorti dell’alleanza Washington-Gerusalemme-Riad, inaugurata proprio da Trump. La Casa Bianca (anche se alla guida ci sarà Joe Biden) farà di tutto per evitare che Pechino arrivi fino in Libano, dopo che già l’Africa è divenuta terra di conquista del partito comunista.

Difficilmente, invece, l’Italia – il cui ruolo guida in Libano della missione Unifil è un vanto internazionale – potrà avere molta voce in capitolo: se l’ingegneria e l’imprenditorialità italiane hanno tutte le carte in regola per conseguire risultati significativi, Roma sconta la grave impreparazione della sua classe politica. Con un sottosegretario agli Esteri (Manlio di Stefano) che ha addirittura scambiato il Libano per la Libia, le speranze di contare nella partita per il futuro libanese appaiono quantomeno ridotte.

PHOTO: Aftermath of a massive explosion is seen in in Beirut ( AP)