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Maaloula, la guerra e i Cristiani d’Oriente

Maaloula, la guerra e i Cristiani d’Oriente

Quando all’imbrunire il sole cala su Maaloula le montagne rocciose che la circondano assumono una colorazione rosea, interrotta dal fumo nero dei falò che ardono su ogni cima. Nelle sere di settembre gli uomini di questa antica città cristiana scalano i monti per appiccare i fuochi che illuminano le centinaia di croci e di statue della madonna che guardano verso valle dove chiese, monasteri e strade pullulano di fedeli giunti da tutto il mondo per celebrare la festa della Santa Croce.

Una festività molto sentita dai cristiani d’oriente, sia cattolici che ortodossi, che quest’anno assume un sapore particolare. Durante la guerra, infatti, queste terre vennero invase dai terroristi di al Qaeda e suoi abitanti dovettero fuggire. Durante l’occupazione le chiese vennero vandalizzate, le icone sfigurate, le statue della madonna decapitate e i cristiani rimasti che rifiutarono di convertirsi all’islam vennero torturati o uccisi. Gli abitanti di Maaloula, però, non si sono arresi. Arroccatisi in un villaggio più a sud ancora sotto il controllo del governo sono stati armati dall’esercito siriano. Mentre le donne e gli anziani preparavano cibo e vestiti gli uomini hanno attaccato e, dopo mesi, sono riusciti a cacciare i terroristi. Così, quest’anno, i cristiani sono tornati a celebrare le proprie feste. Dopo la messa che si tiene nella chiesa centrale la gente si riversa nelle strade e, tra canti religiosi e celebrativi colpi di kalashnikov, innalza al cielo le proprie croci e marcia per la città. In testa al corteo, innalzato insieme alle croci, c’è Dany Milaneh che, sorridente, tra le mani imbraccia un fucile AK47. Siede su una carrozzella da quando un cecchino gli sparò da dietro facendogli perdere la sensibilità delle gambe.

Oggi Dany dirige un’associazione che si occupa dei diritti dei mutilati di guerra e il suo destino, racconta, lo ha affidato a Dio e a Bashar Assad. Come le croci, anche il volto del presidente siriano campeggia ovunque e quando dalla testa del corteo viene urlato il suo nome la folla esplode in un boato di esaltazione che rieccheggia tra le rocce. I cristiani siriani, infatti, sostengono compattamente il governo. La Siria è un mosaico di diversi gruppi etnici e religiosi il cui regime, guidato da una famiglia appartenente alla setta alauita, ha sempre concesso pari diritti a tutte le minoranze per evitare che una prevalesse sull’altra e per bilanciare il peso della maggioranza sunnita. Così la minoranza cristiana, che prima della guerra rappresentava il 12 per cento della popolazione, si è sempre sentita tutelata dalla famiglia Assad. Ciò nonostante sia nel passato che oggi sono diversi i cristiani critici nei confronti di un sistema in cui la corruzione è diffusa, il clientelismo molto forte e l’accesso alle ricchezze squilibrato. Problemi che non hanno però una radice settaria, tant’è vero che il numero più alto di sostenitori del governo è composto da musulmani sunniti, ma che sono soprattutto dovuti all’assenza di una cultura dello Stato. Quando però i terroristi hanno cercato di conquistare la Siria in nome dei diritti dei sunniti ogni cristiano non ha potuto fare a meno della protezione del governo.

A difendere i cristiani perseguitati sono intervenuti anche molti sunniti, ma non tutti. Seydnaya è un’altra cittadina cristiana 35 chilometri più a sud. Durante la guerra i terroristi hanno conquistato i cinque villaggi che la circondano, venendo supportati da molti abitanti locali. Da questi villaggi partivano i raid per conquistare e distruggere chiese e monasteri. “Vedevamo di fronte a noi ragazzi che conoscevamo da sempre che ci sparavano contro urlando che Allah è grande” racconta Samy, ragazzo di Saydnaya che ha abbandonato gli studi per difendere la propria gente. Inquadrato in una locale milizia cristiana armata dal governo ha partecipato alla battaglia del convento di Cherubim fermando l’avanzata dei terroristi. Cosa che è costata la vita a 80 ragazzi della città. Oggi i nemici sono stati cacciati da tutti i villaggi della regione, resta però un tessuto sociale lacerato. “Per noi i musulmani erano come fratelli” spiega Jihad Abou Mousa, capo della milizia locale di Saydnaya “ma abbiamo scoperto in molti di loro un odio nei nostri confronti che non conoscevamo”. Anche dopo la guerra resteranno nei siriani le ferite che essa ha lasciato, insieme a una grande voglia di normalità e di cambiamento. Come spiega Elia Samman, cristiano membro del Ministero per la Riconciliazione Nazionale “la maggior parte di noi vuole un cambiamento lento e progressivo e non un rapido regime change che demolirebbe ciò che per noi è più prezioso: la coesistenza tra le diverse anime della Siria che il governo sa tutelare”. Il governo considera prioritaria la difesa delle radici cristiane della Siria anche come mezzo di dialogo con l’Occidente. Un Occidente dal quale i cristiani si sentono traditi, come anche abbandonati, dicono in molti, da un Papa che invita alla preghiera per i ribelli di Idlib e della Ghouta ma non per i propri fedeli vittime del terrorismo. E’ anche a causa di questo atteggiamento che molti di loro sostengono sempre di più colui che sentono come loro protettore: Bashar Assad.

 

articolo pubblicato su gentile concessione del Corriere del Ticino