Ancor prima degli eserciti sono le cancellerie a scontrarsi alle porte di Manbij, roccaforte curda situata nella parte centro-settentrionale della Siria su cui la Turchia ha puntato gli occhi dopo la presa di Afrin a metà marzo. Il 29 marzo a Parigi, dopo un incontro con una delegazione di rappresentanti delle SDF (Forze Democratiche Siriane), il presidente francese Emmanuel Macron ha assicurato il sostegno della Francia ai curdi siriani per garantire stabilità al nord-est della Siria e prevenire possibili colpi di coda dello Stato Islamico.

Parole più che sufficienti per innescare la reazione rabbiosa dei vertici del governo turco. «Rifiutiamo qualsiasi tentativo di promuovere il dialogo, il contatto o la mediazione tra la Turchia e organizzazioni terroristiche», ha twittato Ibrahim Kalin, portavoce del presidente Recep Tayyip Erdogan, riferendosi all’YPG (Unità di Protezione del Popolo), braccio armato del PYD (Partito dell’Unione Democratica) che fornisce circa l’80% degli effettivi alle SDF e che Ankara considera organizzazione terroristica al pari del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan). «Coloro che cooperano con gruppi terroristici contro la Turchia avranno lo stesso trattamento che riserviamo ai terroristi», ha rincarato la dose il vice primo ministro turco Bekir Bozdag.

A “mettere nei guai” Macron è stato Khaled Issa, rappresentante del Rojava, vale a dire l’area controllata dalle SDF nel nord della Siria di cui i curdi intendono fare uno Stato autonomo. Dopo l’incontro con Macron Issa ha dichiarato alla stampa che l’Eliseo garantirà alle SDF non solo un sostegno politico ma anche militare inviando proprie forze speciali che si coordineranno con le truppe americane già presenti nell’area per impedire l’avanzata dell’esercito turco verso Manbij.

La pronta smentita di Parigi non è servita per fermare la controffensiva diplomatica turca, culminata con le parole sprezzanti rivolte a Macron da Erdogan: «Chi sei tu per parlare della mediazione tra la Turchia e un’organizzazione terroristica?».

 

L’incapacità dell’UE di rispondere a Erdogan

Questo polverone mediatico è lo specchio del rapporto sempre più deteriorato tra l’UE e la Turchia. Un rapporto che anche in quest’ultima occasione ha visto uno Stato di prima fascia dell’Unione Europea indietreggiare di fronte all’irruenza di Ankara. Macron è stato bersagliato per aver calpestato uno dei nervi scoperti della Turchia, vale a dire il sostegno che buona parte della comunità internazionale riconosce al popolo curdo, “protagonista” negli ultimi anni della guerra contro lo Stato Islamico in Siria. Prima di Macron, poche settimane fa, era toccato all’Italia, costretta ad assistere praticamente in silenzio alla ritirata di una nave dell’ENI in acque cipriote, bloccata dalla marina turca in un’area in cui aveva regolare licenza di operare. Ancor prima dell’Italia era stata la volta del governo tedesco, bersagliato dal governo turco per aver impedito lo svolgimento di comizi pro Erdogan in Germania in prossimità del referendum costituzionale tenutosi in Turchia nell’aprile 2017.

Tre episodi che sommati al ricatto turco di aprire i rubinetti dei flussi migratori provenienti da Siria e Iraq in mancanza dei finanziamenti richiesti a Bruxelles, descrivono l’incapacità dell’Europa di schierarsi unita nei confronti di un attore con cui fino a pochi mesi fa erano ancora in corso i negoziati per la sua adesione all’UE.

 

A Manbij si decidono i rapporti con la Turchia

Nel caso di Manbij non è però da escludere che si potrebbe assistere a un epilogo diverso. Nello smentire la versione degli emissari curdi l’Eliseo ha precisato che non ci sarà alcuno schieramento di truppe francesi nel nord della Siria, che le dichiarazioni di Macron non sono da intendersi come dirette contro la Turchia e che Parigi ribadisce il proprio impegno contro il PKK – che considera organizzazione terroristica a differenza delle SDF – e per la sicurezza della Turchia. Ma nell’entourage del presidente francese più di qualcuno, seppur a microfoni spenti, non ha esitato a esporsi diversamente. Una fonte rimasta anonima, sentita dall’agenzia Reuters, ha detto che in realtà la Francia non esclude affatto la possibilità di inviare sul terreno forze nel nord della Siria ma solo a sostegno della coalizione internazionale a guida statunitense, aggiungendo però che un altro attacco turco contro una città controllata da milizie curde – vale a dire Manbij – sarebbe «inaccettabile».

Quanto sta accadendo lungo l’asse Parigi-Ankara, d’altronde, non fa altro che anticipare una questione che tanto la Francia, quanto soprattutto gli Stati Uniti, sono chiamati ad affrontare a breve. Le SDF rappresentano infatti un alleato chiave per l’Occidente nella lotta contro ISIS, e in questi ultimi anni non solo Washington ma anche Parigi ha fornito loro armi e addestramento. Così come non è più da tempo un segreto la presenza di forze speciali francesi in quest’area della Siria, fatto che ha già irritato in passato Ankara.

Adesso che l’attacco dell’esercito turco a Manbij si avvicina, USA e Francia non possono più rimandare una decisione che influirà pesantemente sulle sorti del conflitto nel nord della Siria: continueranno a sostenere i curdi, o li abbandoneranno a loro stessi come fatto ad Afrin lasciando che la Turchia, un loro alleato in ambito NATO, porti a termine il suo piano, ossia impedire che i curdi siriani uniscano i territori sotto il loro controllo a quelli in mano al PKK nel sud della Turchia?

Per ora non vi è alcun segnale di spostamenti da Manbij dei circa 2.000 soldati americani schierati in questo quadrante della Siria. Ciò che deve far riflettere, semmai, sono le ultime dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il quale in un suo intervento in Ohio ha detto che le truppe americane lasceranno la Siria «molto presto» viste le enormi spese sostenute dagli USA nelle guerre mediorientali (in totale 7mila miliardi dollari). «Lasciamo che altra genti se ne occupi», ha affermato Trump lasciando, secondo alcuni, il cerino in mano a Macron.

Il tempo delle ipotesi sta però per scadere. Il 28 marzo il consiglio di sicurezza nazionale turco ha lanciato un ultimatum ai curdi intimandoli a lasciare Manbij prima dell’inizio dell’assedio. Finora hanno parlato le cancellerie, ma presto torneranno a farlo gli eserciti.

Articolo pubblicato sulla rubrica Oltrefrontiera di Panorama.it