Maduro takes over

La presidenza Maduro dal passaggio di consegne all’inizio della repressione e della crisi economico-finanziaria

IL PASSAGGIO DI CONSEGNE

Nicolás Maduro divenne Vicepresidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela nell’ottobre 2012. Una responsabilità che si univa alla gestione degli Affari Esteri e che lo designava come probabile erede di Chávez. Dopo la morte di quest’ultimo, pochi mesi dopo, Maduro si trovò a dover gestire una situazione che poteva facilmente degenerare in una crisi d’identità dell’oficialismo chavista e dell’intero Paese.

In vista delle presidenziali del 2013, decise di fare di questa debolezza il suo maggiore punto di forza e puntare sul sentimentalismo per riuscire a mantenere il potere. Le elezioni dell’aprile 2013, tuttavia, lo decretarono vincitore con un margine risicato, scatenando insistenti domande e dubbi sulla sopravvivenza del chavismo senza Chávez.

2016: LA DEGENERAZIONE AUTORITARIA

Quando Maduro assunse il potere nella primavera del 2013, il Paese attraversava da qualche tempo una crisi economica e securitaria. Si sfociò inevitabilmente nel malcontento di una popolazione sempre più lontana dall’Eldorado promesso dalla Rivoluzione Bolivariana. Il Presidente ne ebbe un riscontro chiaro alle elezioni legislative del dicembre 2015, quando perse il controllo dell’Assemblea Nazionale.

Fu un colpo durissimo per Maduro che, nei mesi successivi, esautorò l’aula legislativa venezuelana dei suoi poteri e convocò elezioni per un’Assemblea Costituente che sarebbe stata completamente controllata dall’oficialismo (forze di governo). Numerosi seguirono i provvedimenti intimidatori o cautelari nei confronti di avversari politici e cittadini non allineati con il Governo. Un autoritarismo dettato dall’urgenza imposta dalla sempre più difficile situazione economica venezuelana, ma che tradiva un grande limite: l’incapacità di mettersi in discussione democraticamente.

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LE RAGIONI DEL CROLLO ECONOMICO-FINANZIARIO

Indicare Maduro come l’unico responsabile del crollo economico-finanziario del Venezuela è però storicamente ingiusto. La crisi, infatti, era arrivata già dalla fine del secondo mandato di Chávez. Le conseguenze del crollo economico globale e il primo declino del prezzo del petrolio hanno fatto prima rallentare e poi retrocedere economicamente il Paese.

Le maggiori ragioni della crisi sono da ritrovare proprio nella totale dipendenza dal petrolio. Maduro non ha fatto altro che continuare la politica economica che prevedeva la redistribuzione della ricchezza attraverso servizi sovvenzionati con i proventi della vendita dell’oro nero. Parallelamente, non ha mai messo in discussione la diplomazia petrolifera che prevedeva la vendita del greggio a prezzi stracciati ai Paesi vicini al Governo venezuelano (in particolare, Cuba). Non si è riusciti, poi, ad arginare l’inflazione che mese dopo mese, giorno dopo giorno, ha distrutto il potere d’acquisto delle persone.

La differenza tra il primo Chávez e il primo Maduro, dunque, sta tutta nel cambio di ritmo dell’economia mondiale e del prezzo della materia prima. Il primo aveva potuto guadagnare e investire moltissimo grazie alla vendita petrolifera (anche se con grandi limiti in termini di diversificazione economica e investimenti infrastrutturali) e aveva potuto usare il petrolio come uno strumento diplomatico formidabile. Il secondo non aveva a disposizione gli stessi guadagni e non è più riuscito a trovare un’alternativa valida a un modello economico che faceva acqua da tutte le parti. Ci ha provato: dall’aggancio del bolivar con lo yuan, ai debiti con cinesi e russi, fino all’uso di una “cripto-moneta” agganciata, ovviamente, a enormi giacimenti petroliferi.

Tutto questo, con l’aggiunta delle pesanti sanzioni statunitensi, ha portato ai tragici momenti del “default fantasma” del novembre 2017. Non è da trascurare poi la virata ideologica a livello regionale che ha portato il regime venezuelano a uno stato di sostanziale isolamento. Un aiuto, ma senza troppo entusiasmo, è arrivato da Russia e Cina, entrambe con il forte interesse di mantenere al potere un Governo debitore e favorevole, pronto a restituire debiti con concessioni d’immensi giacimenti petroliferi.

2013-2017: L’OPPOSIZIONE PRIMA DI GUAIDÓ

Per lungo tempo, l’opposizione venezuelana ha subito lo strapotere della figura di Chávez. Alle elezioni del 2012, però, Capriles e compagni si riscoprirono capaci di formare un fronte unito e abile nello sfruttare la debolezze e le contraddizioni del governo per guadagnare consensi. Un primo passo notevole che si riconfermò sei mesi dopo, quando l’opposizione perse di misura contro Maduro. La vera novità era che il chavismo si poteva sconfiggere.

La lotta democratica, tuttavia, si trasformò rapidamente in uno scontro giudiziario nel quale le forze governative hanno avuto la meglio, almeno a breve termine. Così, i vari leader che avevano animato le campagne elettorali e le manifestazioni tra 2012, 2013 e 2015 sono stati incarcerati, interdetti dai pubblici uffici, o sono stati costretti a rifugiarsi all’estero. Un “taglio di teste” sistematico, per debilitare strutturalmente l’opposizione, scommettendo sul suo equilibrio precario fatto di patti tra partiti più o meno grandi e più o meno moderati. Una strategia che avrebbe probabilmente funzionato, se il governo non avesse portato al disastro economico e non avesse reso chiara l’intenzione di non voler considerare legittima nessuna elezione che non portasse alla vittoria solo ed esclusivamente oficialista.

Tratto da Babilon n.4