Iniziano i Mondiali di calcio e l’ISIS si riaffaccia sulla scena. Nella giornata di ieri, giovedì 14 giugno, è apparsa sulla rete quella che sembra essere una campagna di reclutamento di attentatori improvvisati che dirigano il proprio fanatismo, quando non vero e proprio disagio sociale, contro il main event globale di questo inizio d’estate.

 

 

Eravamo abituati a ben altra pomposità e ad altri mezzi tecnici da parte del Califfato, ma evidentemente per l’organizzazione di Al Baghdadi iniziano a scarseggiare le risorse anche da investire nella comunicazione. L’ISIS è pressoché ovunque in ritirata e quel poco che resta del fu Califfato in Siria ha altre pensieri per la testa: la Reconquista del Paese da parte delle truppe di Assad, grazie al sostegno di Russia e Iran, è lenta ma inesorabile. Da qui la necessità di esternalizzare anche il “servizio attentati” a chiunque mostri anche solo la minima intenzione di diventare un martire di Allah.

ISIS, d’altronde, sotto questo aspetto non si è mai “formalizzato”: tutti sono ben accetti. Non importa non aver mai letto una pagina del Corano o manifestare squilibri psichici conclamati, l’importante è saper gridare al momento giusto la parola d’ordine, il mantra che conferisce la patente di sanguinario terrorista a prescindere: Allah Akbar!

Le immagini utilizzate anche in questi ultimi video, invece, appartengono al consueto armamentario propagandistico: uomini incappucciati e frasi motivazionali, tanto inquietanti quanto poco credibili per la loro povertà di contenuti. Il tutto accompagnato dalle animazioni degli stadi che prendono fuoco sotto il glorioso vessillo nero di Al Baghdadi: insomma, una sorta di “paradiso jihadista”.

Fuori dall’ironia, il pericolo attentati resta alto in Russia durante tutto lo svolgimento della manifestazione calcistica, non tanto e non solo per le minacce di quell’ISIS che fa sempre meno paura, ma per quelle propaggini jihadiste interne al Paese che ne hanno mutuato forme e stile, ma che combattono una battaglia completamente differente. Il pensiero va subito al Caucaso e ai vari gruppi dell’area, caratterizzati da una forte base identitaria di rivendicazione politica e ispirati dalla causa islamista. Da decenni questi gruppo lottano contro il governo russo al fine di ottenere un’autonomia per i loro territori: Cecenia, Daghestan, Inguscezia. 

Dokka Umarov, leader dell’Emirato del Caucaso ucciso nel settembre del 2013

Resta dunque alta l’allerta per le autorità russe che hanno non solo intensificato i controlli nelle aree in prossimità degli stadi, ma stabilito anche regole più stringenti per il cielo sopra di essi: no flying zones e traffico aereo costantemente monitorato.