Il presidente boliviano Evo Morales si è dimesso domenica 10 novembre dopo 14 anni al potere e dopo settimane di proteste scoppiate a seguito delle elezioni del 20 ottobre. Le elezioni erano state vinte da Morales ma la popoloazione aveva contestato il voto. La reazione alle elezioni era stata feroce e aveva causato al presidente un duro contraccolpo. Morales ha lasciato l’incarico dopo che l’esercito e alcuni tra i leader politici più influeni nel Paese gli avevano chiesto di farlo. In sostanza, il presidente è stato abbandonato dall’esercito e dopo il passo indietro ha detto di essere vittima di un colpo di Stato. Alcuni Stati della regione, come la Colombia e il Perù, hanno chiesto alla Bolivia di indire nuove elezioni e di assicurarsi che siano legittime. Al contrario, come riporta Reuters, il contestato presidente venezuelano Nicolas Maduro, il cui predecessore Hugo Chavez è stato un mentore per Morales, ha esortato gli alletai a mobilitarsi a sostegno dell’ormai ex presidente della Bolivia. Alcuni video mostrano scontri avvenuti nella notte a La Paz, secondo alcune agenzie degli edifici sarebbero stati dati alle fiamme. Il commento:

Morales scappa e Guaidó spera: dalla Bolivia al Venezuela, «uragano democratico in SudAmerica»

Le dimissioni dell’oramai ex presidente della Bolivia producono una eco che da La Paz giunge fino a Caracas. E, per quanto i destini delle due capitali e dei due Paesi siano lontani nella geografia e soprattutto nella politica, il Venezuela torna a sognare la sua libertà. E lo fa attraverso il leader dell’opposizione, nonché presidente dell’Assemblea Nazionale e presidente incaricato e riconosciuto da più di 50 Stati, che stringa il cuore in un tweet che a sua volta suona come il rullo di mille tamburi:«Un venticello? Quello che si sente è l’uragano democratico dell’America Latina!»
Poche parole, tutte giuste, chissà se sufficienti a risvegliare un presente che, paradossalmente, proprio nella nazione più martoriata del continente, pare essersi addormentato. La protesta esplode, sì. Ma altrove. In Cile, in Argentina, in Ecuador. Ultima proprio in Bolivia, dove è scontro tra i sostenitori ad oltranza di Morales e chi viceversa lo giudica giusto a metà tra dittatore e usurpatore. In Venezuela, invece, tutto tace.
Le ragioni principali sono due. L’assoggettamento dello Stato al ricordo di Chávez e alla struttura del partito socialista che tiene le chiavi del potere ben salde nelle mani sbagliate. E, ancor più grave, l’assoggettamento culturale che condanna i venezuelani alla rassegnazione di un (non) futuro, nella migliore delle ipotesi da esuli e nella peggiore da schiavi. Incredibile, insomma, come mentre tutto tremi, Maduro sia lì, immobile e addirittura stabile, complice una Comunità Internazionale ogni giorno un po’ più inerme e un po’ più corresponsabile di un disastro chiamato Venezuela.