Libia

Africa
Aggiornato maggio 2021 - La storia contemporanea della Libia è segnata dalla figura del colonnello Muammar Gheddafi, che nel 1969 rovescia la monarchia filoccidentale di re Idris I con un golpe militare di alcuni ufficiali, e inaugura la “Rivoluzione verde” panarabista nel Paese, che dal 1977 verrà rinominato Grande Jamāhīriyya Araba Libica Popolare Socialista. In breve, nazionalizza imprese e possedimenti stranieri e chiude le basi americane nel Paese. Nel tentativo di accreditarsi come statista di spessore internazionale, negli anni del suo governo dittatoriale Gheddafi riesce a imporsi in ambito internazionale anche come mediatore nei vari conflitti sociali, cavalcando alternativamente il panarabismo e il panafricanismo. Ma la radicalizzazione delle sue scelte politiche, soprattutto in funzione antioccidentale, avvicina progressivamente la Libia a numerosi gruppi terroristici, di cui diventa principale finanziatore. Negli anni Ottanta sostiene gruppi terroristi come il palestinese Settembre Nero e Gheddafi viene più volte accusato di essere il fautore di vero e proprio terrorismo di stato. Nell’86 infatti, due episodi gli causeranno drastiche ritorsioni. Viene prima incolpato per una bomba scoppiata su un volo di linea statunitense diretto in Grecia, dove muoiono quattro persone, e poco dopo per l’esplosione di un ordigno in una discoteca in Germania, frequentata principalmente da americani. La morte di tre persone, tra cui un soldato americano, scatenano l’ira degli Stati Uniti, che rispondono con l’operazione El Dorado Canyon, bombardando diversi obiettivi strategici in Libia, tra cui l’aeroporto militare di Tripoli. Successivamente l’ONU le infligge un pesante embargo economico nel 1988, come ritorsione per gli attentati. Agli inizi del Duemila, tuttavia, Gheddafi ristabilisce i rapporti diplomatici con gli USA e l’occidente, e la Libia viene definitivamente depennata dalla lista dei Paesi sponsor del terrorismo. L’ondata di proteste che dal dicembre 2010 iniziano a scuotere il nord Africa, colpisce anche la Libia nel febbraio 2011. La rivolta contro il regime libico è particolarmente dura e, da Bengasi, si estende a macchia d’olio sul resto del Paese. Segue una guerra civile che oppone le forze fedeli a Gheddafi agli insorti del Consiglio Nazionale Libico. A seguito della risoluzione 1973, la NATO interviene militarmente, per sventare un potenziale disastro umanitario, dopo le minacce del colonnello di reprimere nel sangue le rivolte, senza risparmiare i civili. All’intervento prendono parte Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Italia, Canada, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, usando la forza armata, giuridicamente consentita dal capitolo settimo della carta delle Nazioni Unite, perché i fatti costituiscono una grave minaccia per la pace e la sicurezza internazionale. Gli obiettivi dell’azione congiunta dell’Occidente riguardano la protezione dei civili, l’istituzione di una no-fly zone, l’embargo sulle armi e il congelamento dei beni e dei capitali della famiglia del Colonnello. Rovesciato il regime, il 20 ottobre 2011 Gheddafi viene catturato e ucciso nella sua città natale, Sirte. Il suo assassinio segna la fine della guerra. Nell’agosto 2012 il Consiglio nazionale di transizione libico (CNT) cede il potere alla nuova Assemblea congressuale (GNC), eletta il 7 luglio con le prime votazioni democratiche dopo quarant’anni. Tuttavia, la crisi politica non accenna a risolversi, né tantomeno la precaria situazione securitaria, destabilizzata anche dalla crescente spinta secessionista proveniente dalla Cirenaica. Dopo il difficile premierato di Ali Zeidan (novembre 2012 - marzo 2014), durante il quale è stato prima rapito da milizie separatiste e poi fuggito in Europa, in seguito allo scandalo della petroliera che tentava di esportare greggio per conto di ribelli indipendentisti, il Paese è passato di mano al ministro della Difesa, Abdullah Al Thinni, capo del governo ad interim, in attesa della convocazione di nuove elezioni. Elezioni che si sono svolte nel giugno 2014, ma una parte del Paese non ha riconosciuto la vittoria del nuovo parlamento e si è generata una violenta spaccatura politica. Una parte del Paese è rimasta fedele al vecchio parlamento di Tripoli, che non riconosce il risultato delle ultime elezioni, e che continua a governare la capitale e la città di Misurata, sotto il nome di coalizione Alba Libica. Il nuovo parlamento, che ha ottenuto il riconoscimento internazionale, è stato costretto dai tumulti a fuggire a Tobruk, vicino al confine egiziano, di cui si è fatto portavoce il generale Haftar, che però non riesce a governare che una piccola porzione del Paese. In mezzo a questo caos istituzionale, a Bengasi gruppi salafiti che si rifanno alla Rivoluzione del 2011 hanno preso possesso della città e governano con le armi la provincia. Ad ottobre 2014, inoltre, un gruppo di uomini a Derna ha defezionato da una corrente islamista e giurato fedeltà allo Stato Islamico, istituendo un avamposto del Califfato ed espandendosi fino a Sirte. Per concludere, altre due tribù, i tuareg e i tubu, con i primi fedeli ad Alba Libica e i secondi ad Haftar, governano grandi porzioni di territori tra l’Algeria e la Tunisia, dove sono presenti ricchi giacimenti petroliferi. Nel corso del 2015 l’ONU cerca di favorire la distensione tra i due schieramenti e si svolgono degli accordi di pace, con delegati di entrambe le fazioni. Il cosiddetto LPA, accordo politico libico, propone la creazione di un governo di unità nazionale, presieduto da al-Serrraj. Nel frattempo, sono anche cominciati le ingerenze esterne che contraddistingueranno il conflitto. Gli Stati Uniti bombardano le basi dell’ISIS, la Francia sostiene il generale Haftar, come anche l’Egitto e gli Emirati, già attivi dall’inizio della guerra, la Russia, in alcuni frangenti addirittura la Bielorussia, l’Arabia Saudita, la Giordania e fino al 2016 anche l’Inghilterra. Mentre il Governo di Accordo Nazionale dagli Stati Uniti, da Inghilterra ed Italia, che penderanno per una fazione o per l’altra a fasi alterne, dall’Unione Europea in toto, ad accezione di Francia, Cipro e Grecia, concludendo con Algeria, Tunisia, Marocco e Iran. Il governo di Tripoli progressivamente dà il suo appoggio alla formazione del nuovo governo ad interim, mentre dal generale Haftar arrivano continui rimandi e l’opposizione sembra insanabile. I due governi portano anche avanti battaglie parallele all’ISIS e l’Occidente schiera altre numerose forze armate, tra cui si annovera il sostegno anche del governo italiano. A fine 2016 lo Stato Islamico sembra finalmente sconfitto. Parallelamente cominciano anche gli scontri tra i due governi libici e Haftar prende possesso di quattro porti nella mezzaluna petrolifera, mettendo le mani sul commercio di greggio, destinato anche all’Italia. Scambi che riprendono grazie ad un accordo del generale con le compagnie petrolifere di Tripoli. A questo punto entra fortemente in gioco anche la Russia, a sostegno del generale, a cui fornisce armi e supporto militare, mentre l’Italia si schiera con il governo di unità nazionale. A questo punto, uno schieramento ribelle, formalmente distaccato dal governo di Tripoli, lancia un’avanzata contro alcuni porti petroliferi, sostenuto da Qatar e Turchia. Haftar, forte del sostegno militare russo e dell’accordo con Il Cairo, risponde con bombardamenti. Tutto ciò a dimostrazione del fatto che il conflitto coinvolge molti più attori interni, oltre ai due governi proclamati. Di fatti, anche Tripoli non è esente da insurrezioni di altre fazioni ribelli, come testimonia l’attentato alla vita di al-Serraj, scampato miracolosamente. In questo frangente Haftar si ascrive al ruolo di più probabile pacificatore della crisi, guadagnando consenso internazionale, soprattutto dopo aver liberato Bengasi dagli islamisti, a discapito del più fragile governo di Tripoli. Per questo, nell’estate del 2017, le due parti sono spinte dall’intercessione francese ad indire nuove elezioni. È in questo contesto che si inserisce il memorandum italo-libico, firmato dal ministro Minniti, con cui l’Italia cerca di limitare le partenze dei migranti verso lo stivale. Nell’accordo lo stato italiano elargisce cospicui finanziamenti per limitare il traffico di migranti, il che però genera ulteriori scontri tra due milizie rivali per ottenere le sovvenzioni. Sarà ancora l’appoggio di Haftar ad una delle due fazioni a ristabilire la situazione. A questo punto il generale dichiara unilateralmente terminato il mandato di al-Serraj, autoproclamandosi unica autorità della Libia, ma la situazione è ancora lontana dalle conclusioni. A maggio del 2018, nuovamente grazie all’impegno francese nella questione, le parti in campo si incontrano a Parigi e fissano per il 18 dicembre dello stesso anno nuove elezioni legislative. Ma è proprio dal dicembre di quell’anno che riprendono feroci scontri armati. L’obiettivo di Haftar è il sud del paese, al momento in mano a gruppi indipendenti. Dopo aver stretto alleanza con i Tuareg, avanza verso il confine meridionale col Ciad, per estendere la sua influenza. Quei luoghi erano sotto il controllo dei Tebu, che però non ricevono aiuti da Tripoli. A febbraio sono quindi costretti ad arrendersi nella città di Sebha, capitale della regione del Fezzan. I Tebu subiscono gravi perdite e vengono spinti sempre di più verso le frontiere del Ciad. Il parlamento di Tripoli accusa il generale di pulizia etnica e crimini contro l’umanità, ma non si registrano interventi di attori esterni e l’avanzata continua. Tranne l’ipotesi secondo cui sarebbe proprio la Russia ad aver architettato la campagna militare di Haftar, per fargli prendere il potere con la forza ed evitare le elezioni. Infatti, l’avanzata prosegue verso Al-azizia, a 50 km dalla capitale. Il generale è sempre più vicino, ma qui inizia una fase di stallo e il conflitto si fa sempre più cruento. La Francia è sempre tra i diretti sostenitori del generale, mentre adesso anche Stati Uniti ed Italia, in precedenza a favore di al-Serraj, decidono di sostenere le sue vittorie. Il quale, nel frattempo, bombarda gli aeroporti di Misurata e Zuara, per impedire l’approvvigionamento di armi turche dell’esercito rivale. La risposta dell’esercito GNA di Tripoli e il conseguente raid aereo portano all’uccisione di 35 soldati russi del gruppo Wagner, dopo che l’ingerenza russa nel conflitto era diventata insostenibile, chiedendo aiuto e sostegno alla Turchia. Erdogan promette ingenti aiuti e finanziamenti, ma in cambio stipula un accordo per lo sfruttamento esclusivo di aree del Mediterraneo, acque greche, cipriote ed internazionali, dove sono state scoperte importanti opportunità estrattive. L’accordo è oggetto di grandi preoccupazioni per l’UE e soprattutto per l’Italia. La Turchia accelera l’iter parlamentare per il dispiego delle forze armate e invia prima mercenari, e a gennaio 2020 le forze armate. L’intervento è condannato da molti stati, primi tra tutti USA e Francia. Le sorti del conflitto sono rovesciate e il GNA riesce, dopo 14 mesi, a risolvere a proprio favore l’assedio di Tripoli. La contro avanzata di al-Serraj si spinge fino a Sirte, quando al-Sisi dichiara che l’assedio della città sarebbe oltraggioso e scatenerebbe l’invio dell’esercito del Cairo. Un accordo appare ora sempre più impellente. Cominciano perciò i negoziati, che si concludono con le dimissioni di entrambi i premier ed un cessate il fuoco permanente, che ha tra i primi effetti il tentativo di liberare il territorio libico dalle truppe mercenarie di attori esterni, stimate intorno alle 20mila unità. Ripartono i voli di linea tra le due parti della Libia e il 10 marzo 2021 si indice un governo ad interim di unità nazionale, sotto la guida di Abdulhamid Dabaiba, col compito di traghettare il paese verso le elezioni del 24 dicembre 2021. Ora torna a farsi doverosa una ripresa dei dialoghi tra lo stato italiano e il nascente governo libico, che vuole assicurare una volta per tutte stabilità ad un paese lacerato dalla guerra civile, teatro di ingerenze esterne di ogni genere. Il 7 aprile è stata la data del riavvicinamento, primo viaggio di Mario Draghi nel paese africano, tradizionale partner di prim’ordine dello stivale. La volontà è quella di riattivare l’accordo di amicizia del 2008. Di fatti, in campo energetico, economico e di cooperazione sui migranti appare fondamentale la buona riuscita dei dialoghi, dopo che l’Italia aveva altresì perso il suo status di primo interlocutore, a causa delle ingerenze russo-turche. Anche se il governo appena formatosi non deve essere letto come punto di arrivo, ma di partenza, per ritrovare la tanto sperata stabilita, poiché la zona est, secondo molte fonti, risulta ancora comandata dal potere militare di Haftar. Continuano infatti i processi farsa, molti giudici sono infatti ex esponenti dell’esercito nazionale libico, e la magistratura appare tutt’altro che indipendente. L’auspicio è che il riequilibrio delle forze in campo non sia un processo di lungo termine.
L’economia libica ha subito un duro colpo a seguito dell’interruzione quasi totale delle esportazioni petrolifere durante il conflitto nel corso del 2011 e il bilancio pubblico ha registrato il primo deficit dopo anni di notevole crescita, situazione poi peggiorata con il proliferare della guerra civile che ha portato a cali anche di oltre tre quarti della produzione rispetto alla situazione prerivoluzionaria. Se osserviamo i tragici dati sul conflitto, osserviamo un milione di persone che necessitano di assistenza umanitaria, su un totale di 6,7, 278.000 sfollati interni, un crollo del 72% del PIL pro capite tra il 2011 e il 2020 e una diminuzione del 38% della produzione di greggio, se compariamo gennaio 2010 con gennaio 2021. Le esportazioni sono infatti dominate dal settore degli idrocarburi (circa 1,6 milioni di barili al giorno di greggio e 30 milioni di metri cubi di gas giornalieri, prima dei disordini), che costituivano oltre il 95% dell’export nazionale. Dopo la Nigeria, la Libia è infatti il secondo produttore del continente africano e tra i primi dieci per riserve. I suoi principali giacimenti petroliferi (Mabruk, Hofra, Zelten, Beda, Raguba, Ora, Samah, Gialo, Waha, Magid, Amal, Serir, Augila) sono collegati da oleodotti, mentre le principali raffinerie sono a Marsa El Brega, Tobruch, Ras Lanuf, al-Zawiya. Esistono, inoltre, cospicui giacimenti di gas naturale, di natron (carbonato di sodio) e saline. I principali destinatari del greggio e del gas libici sono Unione Europea e Cina, seguiti dall’India. Per quanto riguarda gli scambi commerciali l’Italia è il main partner della Libia, dominando la classifica sia delle importazioni, che delle esportazioni. L’agricoltura ha scarsa importanza per via delle condizioni climatiche e anche la pesca è poco rilevante. Molto sviluppato è invece l’allevamento. Una volta messo in sicurezza, il Paese potrà puntare sul commercio e sullo sviluppo del settore turistico - vista la ricchezza di siti archeologici e il gran numero di coste incontaminate prossime al mercato europeo.
Nella Libia del post Gheddafi le condizioni della sicurezza generale sono assolutamente critiche e peggioravano, se possibile, di giorno in giorno. Nel Paese imperversano bande di miliziani che dopo la rivoluzione non sono state assorbite dalle forze armate regolari. Alcuni di questi miliziani sono collegati con Al Qaeda nel Magreb islamico (AQIM) e con le più recenti formazioni jihadiste salafite che operano tra Libia, Tunisia e Algeria. Diversi attentati terroristici sono stati condotti dal 2012 su scala nazionale colpendo obiettivi occidentali a Tripoli, Berna e Bengasi. L’episodio più grave resta senza dubbio l’attentato dell’11 settembre 2012 all’ambasciatore americano Chris Stevens, ucciso a Bengasi con quattro connazionali di scorta, da miliziani del gruppo islamista Ansar Al Sharia. Il 12 gennaio 2013 anche il console italiano a Bengasi è scampato a un attentato in seguito al quale l’Italia ha temporaneamente chiuso il consolato. Riaperto mesi dopo, a febbraio 2015 l’ambasciata italiana è stata evacuata. Gli attentati non sono mancati nemmeno nel corso della seconda guerra civile, primi tra tutti gli episodi del 2018 contro la National Oil Corporation, il Ministero degli Affari Esteri e la Commissione Elettorale. Per quel che riguarda gli elementi terroristici esogeni, questi sono principalmente di ispirazione centrafricana e ciadiana. La presenza di frontiere meridionali difficilmente controllabili rappresenta un ulteriore elemento di instabilità: il pericolo maggiore è rappresentato dall’infiltrazione di elementi qaedisti, la cui base operativa principale è tuttavia localizzata più a ovest, nella regione di frontiera tra il sud dell’Algeria e il nord del Mali. Un altro significativo elemento di criticità è dato dalle spinte secessioniste che giungono dalla Cirenaica: le regioni di Jebel Al-Akhdar e di Bengasi rappresentano un’area di eversione storica e, come succede anche altrove in nord Africa (si pensi alla Cabilia in Algeria), costituiscono epicentri di resistenza al potere centrale. Dall’estate del 2013, in particolare Bengasi è caduta nelle mani di miliziani separatisti che controllavano i terminal petroliferi della regione, con gravi conseguenze anche per l’economia nazionale. In alcune aree del Fezzan, inoltre, permangono faide tribali e scontri con fazioni gheddafiane. Si segnalano, oltretutto, diversi rapimenti ai danni di stranieri residenti in Libia (tra cui due connazionali, catturati nel gennaio 2014). Ma l’aspetto forse più preoccupante si è verificato a cavallo tra la fine del 2014 e il 2015, quando Derna e Sirte sono cadute sotto il controllo di milizie islamiche che si dichiarano fedeli allo Stato Islamico di Siria e Iraq. Il che ha precipitato il Paese in una nuova fase della guerra civile. La situazione generale della criminalità in Libia è decisamente grave, complice la capillare diffusione di armi. Secondo il Ministero dell’Interno di Tripoli dal 2010 al 2012 gli omicidi sono aumentati del 503%, mentre le rapine ai danni di esercizi commerciali sono cresciute nello stesso periodo del 448%; i furti in abitazione sono aumentati “soltanto” del 30%. Stime odierne sono comunque inattendibili vista la massiccia generalizzazione della criminalità, delle azioni di vandalismo e dell’attività disseminata in tutto il Paese dei militanti appartenenti alle varie brigate che hanno tendenza a farsi giustizia da sé in un ormai incessante regolamento di conti che non risparmia nessuno, tantomeno le istituzioni nazionali. La seconda guerra civile si è protratta fino all’istituzione di un governo di unità nazionale ad interim, che ha coinciso con le dimissioni dei due premier che governavano la Tripolitania e la Cirenaica. Tuttavia, il potere politico stenta ad esercitare le sue funzioni, soprattutto la totale sovranità territoriale, dal momento che l’esercito nazionale libico, sotto il generale Haftar, comanda ancora nell’est del paese. La magistratura non è indipendente, proseguono i processi farsa e non sono rare incarcerazioni apparentemente senza motivo. Anche la pena di morte continua ad essere in vigore, sono state infatti 22 le esecuzioni di stato registrate in questo decennio. Le fazioni tribali già citate continuano ad operare, soprattutto nel sud del paese. Anche la presenza di truppe estere, prime tra tutte quelle russo-turche, senza dimenticare l’esercito egiziano, continuano ad essere presenti sul territorio, stimate intorno alle 20mila unità. È stata inoltre eretta una trincea di 70 km nei pressi di Sirte dal generale Haftar e dai mercenari Wagner, ed appare chiaro come l’interruzione delle ingerenze esterne appare notevolmente difficoltosa. Per quanto riguarda la situazione sanitaria, le strutture appaiono estremamente inadeguate. Il Covid, diffusosi con qualche mese di ritardo rispetto all’Europa, ha cominciato a mietere vittime, ma i dati non sono accertati. Le limitate capacità di screening rendono la situazione incerta, ma la capitale Tripoli è sicuramente la più colpita.
Capitale: Tripoli
Ordinamento: Repubblica Parlamentare
Superficie: 1.759.540 km²
Popolazione: 6,958,538
Religioni: islamica sunnita (97%)
Lingue: arabo, inglese, italiano
Moneta: dinaro libico (LYD)
PIL: 12,775.937 USD (PIL pro capite PPA prezzi costanti)
Livello di criticità: Alto
Aggiornato maggio 2021 - La storia contemporanea della Libia è segnata dalla figura del colonnello Muammar Gheddafi, che nel 1969 rovescia la monarchia filoccidentale di re Idris I con un golpe militare di alcuni ufficiali, e inaugura la “Rivoluzione verde” panarabista nel Paese, che dal 1977 verrà rinominato Grande Jamāhīriyya Araba Libica Popolare Socialista. In breve, nazionalizza imprese e possedimenti stranieri e chiude le basi americane nel Paese. Nel tentativo di accreditarsi come statista di spessore internazionale, negli anni del suo governo dittatoriale Gheddafi riesce a imporsi in ambito internazionale anche come mediatore nei vari conflitti sociali, cavalcando alternativamente il panarabismo e il panafricanismo. Ma la radicalizzazione delle sue scelte politiche, soprattutto in funzione antioccidentale, avvicina progressivamente la Libia a numerosi gruppi terroristici, di cui diventa principale finanziatore. Negli anni Ottanta sostiene gruppi terroristi come il palestinese Settembre Nero e Gheddafi viene più volte accusato di essere il fautore di vero e proprio terrorismo di stato. Nell’86 infatti, due episodi gli causeranno drastiche ritorsioni. Viene prima incolpato per una bomba scoppiata su un volo di linea statunitense diretto in Grecia, dove muoiono quattro persone, e poco dopo per l’esplosione di un ordigno in una discoteca in Germania, frequentata principalmente da americani. La morte di tre persone, tra cui un soldato americano, scatenano l’ira degli Stati Uniti, che rispondono con l’operazione El Dorado Canyon, bombardando diversi obiettivi strategici in Libia, tra cui l’aeroporto militare di Tripoli. Successivamente l’ONU le infligge un pesante embargo economico nel 1988, come ritorsione per gli attentati. Agli inizi del Duemila, tuttavia, Gheddafi ristabilisce i rapporti diplomatici con gli USA e l’occidente, e la Libia viene definitivamente depennata dalla lista dei Paesi sponsor del terrorismo. L’ondata di proteste che dal dicembre 2010 iniziano a scuotere il nord Africa, colpisce anche la Libia nel febbraio 2011. La rivolta contro il regime libico è particolarmente dura e, da Bengasi, si estende a macchia d’olio sul resto del Paese. Segue una guerra civile che oppone le forze fedeli a Gheddafi agli insorti del Consiglio Nazionale Libico. A seguito della risoluzione 1973, la NATO interviene militarmente, per sventare un potenziale disastro umanitario, dopo le minacce del colonnello di reprimere nel sangue le rivolte, senza risparmiare i civili. All’intervento prendono parte Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Italia, Canada, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, usando la forza armata, giuridicamente consentita dal capitolo settimo della carta delle Nazioni Unite, perché i fatti costituiscono una grave minaccia per la pace e la sicurezza internazionale. Gli obiettivi dell’azione congiunta dell’Occidente riguardano la protezione dei civili, l’istituzione di una no-fly zone, l’embargo sulle armi e il congelamento dei beni e dei capitali della famiglia del Colonnello. Rovesciato il regime, il 20 ottobre 2011 Gheddafi viene catturato e ucciso nella sua città natale, Sirte. Il suo assassinio segna la fine della guerra. Nell’agosto 2012 il Consiglio nazionale di transizione libico (CNT) cede il potere alla nuova Assemblea congressuale (GNC), eletta il 7 luglio con le prime votazioni democratiche dopo quarant’anni. Tuttavia, la crisi politica non accenna a risolversi, né tantomeno la precaria situazione securitaria, destabilizzata anche dalla crescente spinta secessionista proveniente dalla Cirenaica. Dopo il difficile premierato di Ali Zeidan (novembre 2012 - marzo 2014), durante il quale è stato prima rapito da milizie separatiste e poi fuggito in Europa, in seguito allo scandalo della petroliera che tentava di esportare greggio per conto di ribelli indipendentisti, il Paese è passato di mano al ministro della Difesa, Abdullah Al Thinni, capo del governo ad interim, in attesa della convocazione di nuove elezioni. Elezioni che si sono svolte nel giugno 2014, ma una parte del Paese non ha riconosciuto la vittoria del nuovo parlamento e si è generata una violenta spaccatura politica. Una parte del Paese è rimasta fedele al vecchio parlamento di Tripoli, che non riconosce il risultato delle ultime elezioni, e che continua a governare la capitale e la città di Misurata, sotto il nome di coalizione Alba Libica. Il nuovo parlamento, che ha ottenuto il riconoscimento internazionale, è stato costretto dai tumulti a fuggire a Tobruk, vicino al confine egiziano, di cui si è fatto portavoce il generale Haftar, che però non riesce a governare che una piccola porzione del Paese. In mezzo a questo caos istituzionale, a Bengasi gruppi salafiti che si rifanno alla Rivoluzione del 2011 hanno preso possesso della città e governano con le armi la provincia. Ad ottobre 2014, inoltre, un gruppo di uomini a Derna ha defezionato da una corrente islamista e giurato fedeltà allo Stato Islamico, istituendo un avamposto del Califfato ed espandendosi fino a Sirte. Per concludere, altre due tribù, i tuareg e i tubu, con i primi fedeli ad Alba Libica e i secondi ad Haftar, governano grandi porzioni di territori tra l’Algeria e la Tunisia, dove sono presenti ricchi giacimenti petroliferi. Nel corso del 2015 l’ONU cerca di favorire la distensione tra i due schieramenti e si svolgono degli accordi di pace, con delegati di entrambe le fazioni. Il cosiddetto LPA, accordo politico libico, propone la creazione di un governo di unità nazionale, presieduto da al-Serrraj. Nel frattempo, sono anche cominciati le ingerenze esterne che contraddistingueranno il conflitto. Gli Stati Uniti bombardano le basi dell’ISIS, la Francia sostiene il generale Haftar, come anche l’Egitto e gli Emirati, già attivi dall’inizio della guerra, la Russia, in alcuni frangenti addirittura la Bielorussia, l’Arabia Saudita, la Giordania e fino al 2016 anche l’Inghilterra. Mentre il Governo di Accordo Nazionale dagli Stati Uniti, da Inghilterra ed Italia, che penderanno per una fazione o per l’altra a fasi alterne, dall’Unione Europea in toto, ad accezione di Francia, Cipro e Grecia, concludendo con Algeria, Tunisia, Marocco e Iran. Il governo di Tripoli progressivamente dà il suo appoggio alla formazione del nuovo governo ad interim, mentre dal generale Haftar arrivano continui rimandi e l’opposizione sembra insanabile. I due governi portano anche avanti battaglie parallele all’ISIS e l’Occidente schiera altre numerose forze armate, tra cui si annovera il sostegno anche del governo italiano. A fine 2016 lo Stato Islamico sembra finalmente sconfitto. Parallelamente cominciano anche gli scontri tra i due governi libici e Haftar prende possesso di quattro porti nella mezzaluna petrolifera, mettendo le mani sul commercio di greggio, destinato anche all’Italia. Scambi che riprendono grazie ad un accordo del generale con le compagnie petrolifere di Tripoli. A questo punto entra fortemente in gioco anche la Russia, a sostegno del generale, a cui fornisce armi e supporto militare, mentre l’Italia si schiera con il governo di unità nazionale. A questo punto, uno schieramento ribelle, formalmente distaccato dal governo di Tripoli, lancia un’avanzata contro alcuni porti petroliferi, sostenuto da Qatar e Turchia. Haftar, forte del sostegno militare russo e dell’accordo con Il Cairo, risponde con bombardamenti. Tutto ciò a dimostrazione del fatto che il conflitto coinvolge molti più attori interni, oltre ai due governi proclamati. Di fatti, anche Tripoli non è esente da insurrezioni di altre fazioni ribelli, come testimonia l’attentato alla vita di al-Serraj, scampato miracolosamente. In questo frangente Haftar si ascrive al ruolo di più probabile pacificatore della crisi, guadagnando consenso internazionale, soprattutto dopo aver liberato Bengasi dagli islamisti, a discapito del più fragile governo di Tripoli. Per questo, nell’estate del 2017, le due parti sono spinte dall’intercessione francese ad indire nuove elezioni. È in questo contesto che si inserisce il memorandum italo-libico, firmato dal ministro Minniti, con cui l’Italia cerca di limitare le partenze dei migranti verso lo stivale. Nell’accordo lo stato italiano elargisce cospicui finanziamenti per limitare il traffico di migranti, il che però genera ulteriori scontri tra due milizie rivali per ottenere le sovvenzioni. Sarà ancora l’appoggio di Haftar ad una delle due fazioni a ristabilire la situazione. A questo punto il generale dichiara unilateralmente terminato il mandato di al-Serraj, autoproclamandosi unica autorità della Libia, ma la situazione è ancora lontana dalle conclusioni. A maggio del 2018, nuovamente grazie all’impegno francese nella questione, le parti in campo si incontrano a Parigi e fissano per il 18 dicembre dello stesso anno nuove elezioni legislative. Ma è proprio dal dicembre di quell’anno che riprendono feroci scontri armati. L’obiettivo di Haftar è il sud del paese, al momento in mano a gruppi indipendenti. Dopo aver stretto alleanza con i Tuareg, avanza verso il confine meridionale col Ciad, per estendere la sua influenza. Quei luoghi erano sotto il controllo dei Tebu, che però non ricevono aiuti da Tripoli. A febbraio sono quindi costretti ad arrendersi nella città di Sebha, capitale della regione del Fezzan. I Tebu subiscono gravi perdite e vengono spinti sempre di più verso le frontiere del Ciad. Il parlamento di Tripoli accusa il generale di pulizia etnica e crimini contro l’umanità, ma non si registrano interventi di attori esterni e l’avanzata continua. Tranne l’ipotesi secondo cui sarebbe proprio la Russia ad aver architettato la campagna militare di Haftar, per fargli prendere il potere con la forza ed evitare le elezioni. Infatti, l’avanzata prosegue verso Al-azizia, a 50 km dalla capitale. Il generale è sempre più vicino, ma qui inizia una fase di stallo e il conflitto si fa sempre più cruento. La Francia è sempre tra i diretti sostenitori del generale, mentre adesso anche Stati Uniti ed Italia, in precedenza a favore di al-Serraj, decidono di sostenere le sue vittorie. Il quale, nel frattempo, bombarda gli aeroporti di Misurata e Zuara, per impedire l’approvvigionamento di armi turche dell’esercito rivale. La risposta dell’esercito GNA di Tripoli e il conseguente raid aereo portano all’uccisione di 35 soldati russi del gruppo Wagner, dopo che l’ingerenza russa nel conflitto era diventata insostenibile, chiedendo aiuto e sostegno alla Turchia. Erdogan promette ingenti aiuti e finanziamenti, ma in cambio stipula un accordo per lo sfruttamento esclusivo di aree del Mediterraneo, acque greche, cipriote ed internazionali, dove sono state scoperte importanti opportunità estrattive. L’accordo è oggetto di grandi preoccupazioni per l’UE e soprattutto per l’Italia. La Turchia accelera l’iter parlamentare per il dispiego delle forze armate e invia prima mercenari, e a gennaio 2020 le forze armate. L’intervento è condannato da molti stati, primi tra tutti USA e Francia. Le sorti del conflitto sono rovesciate e il GNA riesce, dopo 14 mesi, a risolvere a proprio favore l’assedio di Tripoli. La contro avanzata di al-Serraj si spinge fino a Sirte, quando al-Sisi dichiara che l’assedio della città sarebbe oltraggioso e scatenerebbe l’invio dell’esercito del Cairo. Un accordo appare ora sempre più impellente. Cominciano perciò i negoziati, che si concludono con le dimissioni di entrambi i premier ed un cessate il fuoco permanente, che ha tra i primi effetti il tentativo di liberare il territorio libico dalle truppe mercenarie di attori esterni, stimate intorno alle 20mila unità. Ripartono i voli di linea tra le due parti della Libia e il 10 marzo 2021 si indice un governo ad interim di unità nazionale, sotto la guida di Abdulhamid Dabaiba, col compito di traghettare il paese verso le elezioni del 24 dicembre 2021. Ora torna a farsi doverosa una ripresa dei dialoghi tra lo stato italiano e il nascente governo libico, che vuole assicurare una volta per tutte stabilità ad un paese lacerato dalla guerra civile, teatro di ingerenze esterne di ogni genere. Il 7 aprile è stata la data del riavvicinamento, primo viaggio di Mario Draghi nel paese africano, tradizionale partner di prim’ordine dello stivale. La volontà è quella di riattivare l’accordo di amicizia del 2008. Di fatti, in campo energetico, economico e di cooperazione sui migranti appare fondamentale la buona riuscita dei dialoghi, dopo che l’Italia aveva altresì perso il suo status di primo interlocutore, a causa delle ingerenze russo-turche. Anche se il governo appena formatosi non deve essere letto come punto di arrivo, ma di partenza, per ritrovare la tanto sperata stabilita, poiché la zona est, secondo molte fonti, risulta ancora comandata dal potere militare di Haftar. Continuano infatti i processi farsa, molti giudici sono infatti ex esponenti dell’esercito nazionale libico, e la magistratura appare tutt’altro che indipendente. L’auspicio è che il riequilibrio delle forze in campo non sia un processo di lungo termine.
L’economia libica ha subito un duro colpo a seguito dell’interruzione quasi totale delle esportazioni petrolifere durante il conflitto nel corso del 2011 e il bilancio pubblico ha registrato il primo deficit dopo anni di notevole crescita, situazione poi peggiorata con il proliferare della guerra civile che ha portato a cali anche di oltre tre quarti della produzione rispetto alla situazione prerivoluzionaria. Se osserviamo i tragici dati sul conflitto, osserviamo un milione di persone che necessitano di assistenza umanitaria, su un totale di 6,7, 278.000 sfollati interni, un crollo del 72% del PIL pro capite tra il 2011 e il 2020 e una diminuzione del 38% della produzione di greggio, se compariamo gennaio 2010 con gennaio 2021. Le esportazioni sono infatti dominate dal settore degli idrocarburi (circa 1,6 milioni di barili al giorno di greggio e 30 milioni di metri cubi di gas giornalieri, prima dei disordini), che costituivano oltre il 95% dell’export nazionale. Dopo la Nigeria, la Libia è infatti il secondo produttore del continente africano e tra i primi dieci per riserve. I suoi principali giacimenti petroliferi (Mabruk, Hofra, Zelten, Beda, Raguba, Ora, Samah, Gialo, Waha, Magid, Amal, Serir, Augila) sono collegati da oleodotti, mentre le principali raffinerie sono a Marsa El Brega, Tobruch, Ras Lanuf, al-Zawiya. Esistono, inoltre, cospicui giacimenti di gas naturale, di natron (carbonato di sodio) e saline. I principali destinatari del greggio e del gas libici sono Unione Europea e Cina, seguiti dall’India. Per quanto riguarda gli scambi commerciali l’Italia è il main partner della Libia, dominando la classifica sia delle importazioni, che delle esportazioni. L’agricoltura ha scarsa importanza per via delle condizioni climatiche e anche la pesca è poco rilevante. Molto sviluppato è invece l’allevamento. Una volta messo in sicurezza, il Paese potrà puntare sul commercio e sullo sviluppo del settore turistico - vista la ricchezza di siti archeologici e il gran numero di coste incontaminate prossime al mercato europeo.
Nella Libia del post Gheddafi le condizioni della sicurezza generale sono assolutamente critiche e peggioravano, se possibile, di giorno in giorno. Nel Paese imperversano bande di miliziani che dopo la rivoluzione non sono state assorbite dalle forze armate regolari. Alcuni di questi miliziani sono collegati con Al Qaeda nel Magreb islamico (AQIM) e con le più recenti formazioni jihadiste salafite che operano tra Libia, Tunisia e Algeria. Diversi attentati terroristici sono stati condotti dal 2012 su scala nazionale colpendo obiettivi occidentali a Tripoli, Berna e Bengasi. L’episodio più grave resta senza dubbio l’attentato dell’11 settembre 2012 all’ambasciatore americano Chris Stevens, ucciso a Bengasi con quattro connazionali di scorta, da miliziani del gruppo islamista Ansar Al Sharia. Il 12 gennaio 2013 anche il console italiano a Bengasi è scampato a un attentato in seguito al quale l’Italia ha temporaneamente chiuso il consolato. Riaperto mesi dopo, a febbraio 2015 l’ambasciata italiana è stata evacuata. Gli attentati non sono mancati nemmeno nel corso della seconda guerra civile, primi tra tutti gli episodi del 2018 contro la National Oil Corporation, il Ministero degli Affari Esteri e la Commissione Elettorale. Per quel che riguarda gli elementi terroristici esogeni, questi sono principalmente di ispirazione centrafricana e ciadiana. La presenza di frontiere meridionali difficilmente controllabili rappresenta un ulteriore elemento di instabilità: il pericolo maggiore è rappresentato dall’infiltrazione di elementi qaedisti, la cui base operativa principale è tuttavia localizzata più a ovest, nella regione di frontiera tra il sud dell’Algeria e il nord del Mali. Un altro significativo elemento di criticità è dato dalle spinte secessioniste che giungono dalla Cirenaica: le regioni di Jebel Al-Akhdar e di Bengasi rappresentano un’area di eversione storica e, come succede anche altrove in nord Africa (si pensi alla Cabilia in Algeria), costituiscono epicentri di resistenza al potere centrale. Dall’estate del 2013, in particolare Bengasi è caduta nelle mani di miliziani separatisti che controllavano i terminal petroliferi della regione, con gravi conseguenze anche per l’economia nazionale. In alcune aree del Fezzan, inoltre, permangono faide tribali e scontri con fazioni gheddafiane. Si segnalano, oltretutto, diversi rapimenti ai danni di stranieri residenti in Libia (tra cui due connazionali, catturati nel gennaio 2014). Ma l’aspetto forse più preoccupante si è verificato a cavallo tra la fine del 2014 e il 2015, quando Derna e Sirte sono cadute sotto il controllo di milizie islamiche che si dichiarano fedeli allo Stato Islamico di Siria e Iraq. Il che ha precipitato il Paese in una nuova fase della guerra civile. La situazione generale della criminalità in Libia è decisamente grave, complice la capillare diffusione di armi. Secondo il Ministero dell’Interno di Tripoli dal 2010 al 2012 gli omicidi sono aumentati del 503%, mentre le rapine ai danni di esercizi commerciali sono cresciute nello stesso periodo del 448%; i furti in abitazione sono aumentati “soltanto” del 30%. Stime odierne sono comunque inattendibili vista la massiccia generalizzazione della criminalità, delle azioni di vandalismo e dell’attività disseminata in tutto il Paese dei militanti appartenenti alle varie brigate che hanno tendenza a farsi giustizia da sé in un ormai incessante regolamento di conti che non risparmia nessuno, tantomeno le istituzioni nazionali. La seconda guerra civile si è protratta fino all’istituzione di un governo di unità nazionale ad interim, che ha coinciso con le dimissioni dei due premier che governavano la Tripolitania e la Cirenaica. Tuttavia, il potere politico stenta ad esercitare le sue funzioni, soprattutto la totale sovranità territoriale, dal momento che l’esercito nazionale libico, sotto il generale Haftar, comanda ancora nell’est del paese. La magistratura non è indipendente, proseguono i processi farsa e non sono rare incarcerazioni apparentemente senza motivo. Anche la pena di morte continua ad essere in vigore, sono state infatti 22 le esecuzioni di stato registrate in questo decennio. Le fazioni tribali già citate continuano ad operare, soprattutto nel sud del paese. Anche la presenza di truppe estere, prime tra tutte quelle russo-turche, senza dimenticare l’esercito egiziano, continuano ad essere presenti sul territorio, stimate intorno alle 20mila unità. È stata inoltre eretta una trincea di 70 km nei pressi di Sirte dal generale Haftar e dai mercenari Wagner, ed appare chiaro come l’interruzione delle ingerenze esterne appare notevolmente difficoltosa. Per quanto riguarda la situazione sanitaria, le strutture appaiono estremamente inadeguate. Il Covid, diffusosi con qualche mese di ritardo rispetto all’Europa, ha cominciato a mietere vittime, ma i dati non sono accertati. Le limitate capacità di screening rendono la situazione incerta, ma la capitale Tripoli è sicuramente la più colpita.