Pakistan e Jihadismo, una lunga storia

Pakistan e Jihadismo, una lunga storia

Il Pakistan ha una lunga storia di sostegno e addestramento dei gruppi militanti, inclusi quelli legati al terrorismo islamista, da sfruttare come destabilizzatori nella regione, in particolare nel Kashmir e in Afghanistan. Il primo ministro pakistano Khan ha ammesso i legami tra i servizi segreti, l’ISI, e i militanti jihadisti, ammettendo anche che l’agenzia ha addestrato le forze di al-Qā’ida. 

I Governi pakistani, attraverso i servizi segreti (ISI), o quest’ultimi spesso in piena autonomia, fin dall’inizio degli anni ’80 hanno sostenuto, appoggiato o tollerato i gruppi islamisti e jihadisti locali e la loro operatività, per contrastare l’India nel Kashmir, la minoranza sciita presente nel paese o per destabilizzare l’Afghanistan. I governi degli ultimi anni, nonostante la pressione internazionale, non sono riusciti a contrastare la successiva espansione dei gruppi jihadisti. La potente agenzia di intelligence pakistana, l’ISI, opera con notevole autonomia, mantenendo da quasi quarant’anni, rapporti con diversi gruppi o militanti jihadisti, ritenuti utili ai propri obiettivi strategici. Lo stato pakistano ha diffusamente trascurato entità come i talebani afghani e i vari gruppi militanti del Kashmir, poiché continua a considerarli come utili attori geopolitici.  Organizzazioni jihadiste che il Pakistan ha addestrato, sostenuto o comunque tollerato, comprendono Lashkar-e-Taiba (LeT), Harakat-ul-Mujahideen (HuM), Ḥizb-il-Mujahideen (HM), il gruppo Mullah Nazir, Jaish-e-Mohammad (JeM), oltre che i talebani afghani e la sua rete affiliata di Haqqani. Negli ultimi anni, una combinazione di svariati fattori, quali la forte pressione internazionale, l’ascesa sul territorio pakistano di organizzazioni jihadiste transnazionali e la crescente espansione talebana e della rete Haqqani, hanno alterato la natura del rapporto tra l’establishment dei servizi pakistani, il governo e il loro utilizzo di gruppi militanti per procura (cd. Proxy militant).

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LE AMMISSIONI DI KHAN

Nei giorni scorsi, parlando a un evento del Council on Foreign Relations a New York, il primo ministro pakistano Imran Khan ha ammesso i legami tra i servizi segreti e i gruppi jihadisti, in particolare, i legami tra l’ISI e i mujaheddin afghani che combatterono contro le forze sovietiche negli anni ’80 e i militanti di al-Qā’ida che combattevano in Afghanistan: «C’erano sempre legami tra loro (agenzie di sicurezza e gruppi jihadisti – nda), dovevano esserci collegamenti, perché li avevano addestrati». Khan ha poi affermato che a causa delle operazioni che il Pakistan aveva intrapreso come parte della sua alleanza con Washington, incluso l’addestramento dei jihadisti, era costato molto al Paese: «Il Pakistan, unendosi agli Stati Uniti dopo l’11 settembre, ha commesso uno dei più grandi errori […] Settantamila pakistani sono morti per questo. Alcuni economisti sostengono che abbiamo avuto 150 – 200 miliardi di perdita per l’economia. Inoltre, siamo stati incolpati dagli Stati Uniti per non aver vinto in Afghanistan». Il primo ministro pakistano ha anche affermato che quando le forze statunitensi sono tornate per rovesciare i talebani nel 2001, gli stessi combattenti che il paese aveva contribuito a creare e finanziare erano diventati nemici: «i combattenti sono stati indottrinati con l’ideologia che combattere l’occupazione straniera è Jihad. Ma quando gli Stati Uniti sono arrivati in Afghanistan, si supponeva che fossero i terroristi». Khan ha quindi confermato la responsabilità del Pakistan nella creazione di più gruppi jihadisti, ma ha precisato che essi non sono più al servizio degli interessi del Pakistan e la lotta all’estremismo violento è necessaria per la stabilità del Paese. Le affermazioni del primo ministro pakistano vanno inquadrate nel tentativo del governo di Islamabad di sbarazzarsi dell’etichetta di sponsor del terrorismo e migliorare la propria posizione nei confronti della Financial Action Task Force (GAFI) e degli USA.

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IL PAKISTAN E IL CONTROTERRORISMO

I rapporti dell’ISI con il terrorismo islamista e l’eccessiva tolleranza dei numerosi governi di Islamabad, hanno creato forti difficoltà nella gestione della sicurezza interna. Nelle aree tribali ad amministrazione federale (FATA), infatti, negli ultimi anni si è avuto una crescente radicalizzazione ad opera dei talebani pakistani (TTP), di al-Qā’ida nel Subcontinente Indiano (AQIS), dello Stato Islamico (IS), di Jamaat-ul-Ahrar (JuA) e Lashkar-e-Jhangvi (LeJ), che cercano di colpire direttamente lo Stato pakistano.  A peggiorare la situazione, le numerose organizzazioni islamiste che operano nei centri rurali e nelle aree più instabili del paese, in particolare nelle aree del Punjab e del Belucistan, colpite da disoccupazione e disuguaglianza sociale, che hanno diffuso un’interpretazione integralista dell’Islam e condotto ad una sempre più forte radicalizzazione all’interno di carceri, campus universitari e luoghi di ritrovo. Il Pakistan si è visto quindi costretto ad intraprendere numerose operazioni di controterrorismo, che puntavano inizialmente a contenere e controllare i gruppi jihadisti, ma si sono trasformate in un vero e proprio intervento militare contro di essi, sia nelle zone tribali, con l’operazione militare Zarb-e-Azb nel Waziristan, sia in altre aree del Paese con le operazioni militari Khyber 4 e Radd-ul-Fasaa. Per ciò che concerne la legislazione antiterrorismo pakistana, essa è basata sull’Antiterrorism Act (ATA) del 1997, il National Counterterrorism Authority Act del 2013 e sull’Investigation for Fair Trial Act del 2014. Il Pakistan è poi divenuto un membro dell’Asia Pacific Group on Money Laudering, della Financial Action Task Force (FATF), del Global Counterterrorism Forum (GCTF) e partecipa ai meeting antiterrorismo della South Asian Association for Regional Cooperation. Nonostante l’impegno del governo di Islamabad, nel febbraio del 2019 il GAFI ha riferito che il Pakistan si è impegnato limitatamente nei meccanismi di antiriciclaggio e finanziamento del terrorismo e lo ha invitato ad applicare costantemente le sanzioni contro chi ricicla denaro e finanzia il terrorismo, migliorare l’efficacia e la cooperazione tra le autorità e aumentare il sostegno ai pubblici ministeri.  Nell’aprile 2019, quindi, il Pakistan ha intrapreso diverse iniziative atte a contrastare la radicalizzazione, il reclutamento e il finanziamento al terrorismo, tramite programmi di riabilitazione per ex militanti e la riforma delle regole e gestione delle madrase e delle reti di beneficenza.  Nonostante questi sforzi, la rete di beneficenza Jamaat-ud-Dawa (JuD), legata a LeT, ad esempio, gestisce ancora circa 300 madrase, oltre che ospedali e ambulanze.