Durante i primi mesi del 2018, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha scatenato una vera e propria offensiva diplomatica nei confronti del Pakistan, Paese che sta assumendo un ruolo sempre più centrale nella regione dell’Indo-Pacifico. Da parecchio tempo i rapporti tra i due Paesi non sono più amichevoli e, anzi, nel corso della guerra al terrorismo i dissapori esistenti si sono ulteriormente esacerbati da ambo le parti.

È in un contesto di tale nervosismo che, il 1 gennaio scorso è apparso sull’account di Twitter di Trump un tweet contenente una critica molto aspra nei confronti della condotta di Islamabad: il tweet afferma, senza mezzi termini, che il Pakistan continua a fornire “safe heavens” sul prorprio territorio a cellule jihadiste, nonostante il Paese abbia ricevuto oltre 33 miliardi di dollari in aiuti statunitensi. Si tratterebbe di gruppi appartenenti ai Talebani e alla rete Haqqani, che colpiscono in Afghanistan sfruttando la porosità della Linea Durand, il lungo confine che separa il Pakistan dall’Afghanistan.

Quello di Islamabad sarebbe, in poche parole, un doppio gioco contrario agli interessi degli Stani Uniti, che sono presenti in Afghanistan da oramai 17 anni, senza mai essere riusciti a piegare i Talebani o a stabilizzare sufficientemente il governo di Kabul. Per gli Stati Uniti, che sul suolo afghano hanno perso più di 2.000 soldati, la condotta del Pakistan è semplicemente inaccettabile. Per questo motivo, il 4 gennaio – tre giorni dopo la pubblicazione del tweet – il presidente americano è passato dalle parole ai fatti: Trump ha infatti sospeso 2 miliardi di dollari in aiuti diretti verso il Pakistan, aprendo una crisi che potrebbe durare molto a lungo. Fino a quando non saranno soddisfatti, gli Stati Uniti continueranno a prendere misure precauzionali nei confronti dello Stato pakistano. Così, verso metà febbraio, la Casa Bianca ha voluto colpire ulteriormente Islamabad, questa volta presso la Financial Action Task Force (FATF), presentando una domanda formale per inserire il Pakistan in una lista di osservati speciali per il riciclaggio di denaro per fini terroristici.

 

La reazione di Islamabad

Le notizie delle misure dissuasive della Casa Bianca si sono diffuse immediatamente in tutto il Pakistan, per opera dei principali canali d’informazione, e hanno provocato un’ondata di sdegno in svariate aree del Paese. Le foto di manifestanti intenti a bruciare bandiere americane, che hanno rapidamente fatto il giro del mondo, riassumono emblematicamente il contesto in cui il primo ministro Abbasi ha dovuto prendere decisioni importanti per il futuro dei rapporti con Washington. Abbasi ha optato per una risposta ferma: il Pakistan non può pagare per gli errori degli americani in Afghanistan. Poco più tardi, il ministro degli Esteri Asif ha cercato di minimizzare la rilevanza degli aiuti americani, dichiarando in una nota del 5 gennaio che il Pakistan ha speso circa 120 miliardi di dollari in 15 anni per la causa dell’antiterrorismo.

E’ quindi chiaro che il Pakistan non ha intenzione di cedere alle pressioni e rigetta ogni accusa. L’attuale crisi nei rapporti con Washington sembra dunque essere destinata a permanere. Se si percorre la storia delle relazioni tra questi due Paesi, non è difficile individuare passati momenti di tensione, alcuni anche piuttosto aspri, tra Washington e Islamabad. Per esempio, il Pakistan non apprezzò, quando era in piena guerra con l’India nel 1965, l’inattività degli Stati Uniti di Lyndon Johnson, che negando il proprio aiuto condannò il Paese alla sconfitta militare. Oggi però, rispetto al passato, la situazione è decisamente più rischiosa, per il fatto che sono mutate alcune variabili.

La più importante di queste è l’influenza delle grandi potenze: durante gli anni della Guerra Fredda, gli Stati Uniti erano indiscutibilmente il polo di riferimento per Islamabad. Il Paese si trovava allora allineato al blocco occidentale e poteva essere facilmente influenzato con aiuti allo sviluppo o commesse militari, espedienti che potevano porre in difficoltà il governo centrale, nel caso in cui ne fosse stato minacciato il ritiro.

Al giorno d’oggi, invece, è pacifico prendere atto di come l’influenza di Washington sia stata rimpiazzata da quella di un altro partner storico di Islamabad, la Repubblica Popolare Cinese. Il Paese di mezzo tiene in grande considerazione la posizione strategica del Pakistan, fattore che permetterà a questo Paese di giocare un ruolo pivotale all’interno delle Nuove Vie della Seta. La Repubblica islamica sarà, tramite il China-Pakistan Economic Corridor (CPEC), terra di passaggio per le merci cinesi dirette verso il porto di Gwadar, porta di accesso all’Oceano Indiano. Gli investimenti cinesi per la costruzione del corridoio ammontano a circa 60 miliardi di dollari, una cifra ben più “accattivante” dei due miliardi che la Casa Bianca ha sospeso come rappresaglia diplomatica.

Da questo punto di vista, è chiaro come Islamabad, al costo di una estesa influenza cinese, stia rapidamente guadagnando una libertà d’azione da Washington mai sperimentata prima. Di fronte al netto declino dell’influenza statunitense sul Pakistan, emerge un grande interrogativo su quello che potrà essere l’effetto delle azioni dissuasive di Trump. Per i più critici, semplicemente, non ci sarà nessun effetto, se non quello di accelerare il già evidente allineamento pakistano con i cinesi. Concludendo, è importante non sottovalutare un elemento congiunturale, quello del calcolo politico. Poiché mancano soli pochi mesi alle elezioni per il rinnovo dell’Assemblea Nazionale, la camera bassa del Parlamento, è intuibile immaginare che la Lega Musulmana Pakistana (PML), il partito attualmente al governo, non abbia il minimo interesse a dimostrarsi cedevole nei confronti degli Stati Uniti, in modo da non perdere consensi di fronte al corpo elettorale pakistano ed evitare facili critiche da parte dell’opposizione.

 

Implicazioni: la polarizzazione dell’Indo-Pacifico

Ora è necessario compiere un passo in avanti, e inquadrare il fenomeno nel suo contesto di riferimento, ovvero l’Indo-Pacifico. La crisi attuale nelle relazioni tra Stati Unti e Pakistan mette a nudo le linee di frattura che attraversano questa regione, linee che con il tempo diventano sempre più chiare. Sinteticamente, le principali fratture regionali che determinano alcune storiche rivalità tra i Paesi dell’Asia meridionale sono tre: la prima è dovuta alla Linea Durand, che è quella linea che scandisce la lunga frontiera tra Pakistan e Afghanistan. Risalente al 1893, la linea divide tra i due Paesi i territori abitati da Beluci e Pashtun, e attualmente non è riconosciuta dall’Afghanistan. Per questo motivo la Linea Durand è tutt’ora un punto di frizione tra questi due Paesi.

La seconda frattura è quella che contrappone il Pakistan all’India per il controllo del Kashmir, una regione contesa fin dalla partition del 1947 e già oggetto di conflitti e schermaglie tra i due Paesi, un tempo parte dello stesso impero coloniale, ma ora acerrimi rivali regionali.

La terza e ultima frattura è la rivalità tra l’India e la Repubblica Popolare Cinese: per questi due giganti demografici, entrambi con grandi ambizioni sul futuro, non si tratta solo di una rivalità territoriale, ma anche (e soprattutto) di una rivalità strategica. Detto ciò, la crisi che imperversa tra gli Stati Uniti e il Pakistan, che tecnicamente ruota intorno alla sicurezza e la stabilità dell’Afghanistan, non può non assumere anche una rilevanza nel più esteso contesto regionale, una realtà in evoluzione, che oltre alle tre fratture storiche prima descritte, è caratterizzata anche da un elemento nuovo, ovvero la sfida che la Cina del “sogno” di Xi Jinping, con le nuove Vie della Seta, sta ponendo alla predominante influenza americana.

Si rileva che, più la Cina procede in avanti nella realizzazione del proprio disegno, rafforzando i legami con il Pakistan (e tanti altri Paesi), e più di pari passo si acuiscono molte rivalità regionali. Infatti, se si escludono gli Stati Uniti, che a priori hanno da difendere la propria influenza, molti altri attori che si sentono rivali della Cina o del suo partner pakistano, come l’Afghanistan o l’India, sono sempre più coesi per opporsi al rafforzamento dell’asse tra Pechino e Islamabad, che taglia in due, dall’Oceano Indiano a quello Pacifico, la regione che da questi due oceani prende il nome.

E’ particolarmente interessante in questo contesto, l’approfondimento delle relazioni tra gli Stati Uniti e l’India, che attualmente sono strategic partners. Traendo delle somme sulla base dello scenario appena descritto, si può dire che ci sono dei buoni motivi per ritenere che quest’aspra crisi tra Washington e Islamabad potrà facilitare, per via delle particolari linee di frattura che attraversano la regione, il processo di polarizzazione all’interno dell’Indo-Pacifico, un fenomeno evidente e che d’altronde si estende anche ad altri settori della regione, con un particolare rifermento al Sud-est asiatico e ai Paesi dell’Asia nordorientale.

di Simone Munzittu – Il Caffè Geopolitico