Poco meno di due anni e la presidenza peruviana di Pedro Pablo Kuczynski è già giunta ai titoli di coda. La rinuncia alla massima carica dello Stato andino è arrivata lo scorso 21 marzo a causa dell’incalzante concretizzarsi dell’accusa di corruzione ai danni del presidente, sostituito pro tempore dal suo vice Martín Vizcarra Cornejo.

Una presidenza, quella di Kuczynski, fondata su una posizione politica centrista e moderata chiamata a prendere il posto della deludente esperienza di governo socialista che aveva avuto come protagonista Ollanta Humala, anch’egli condannato per corruzione a causa di finanziamenti illeciti ricevuti per la sua campagna elettorale del 2011, poi vinta. Tre milioni di dollari provenienti dall’azienda edile brasiliana Odebrecht, stesso attore che adesso ha finito con il portare al collasso la presidenza di Kuczynski.

Arriva quindi all’epilogo l’esperienza presidenziale di Kuczynski, eletto nel 2016 con il 50,12% dei voti a discapito di Keiko Fujimori. Una presidenza che si preannunciava sin da subito fragile vista la composizione del parlamento eletto all’epoca: 73 seggi per Forza Popolare (con a capo la Fujimori), 20 seggi per il Fronte Ampio (Partito Socialista), solo 18 seggi per Peruviani per il Cambiamento (coalizione in appoggio di Kuczynski), con i restanti 19 seggi parcellizzati tra le altre formazioni politiche.

Kuczynski ha ottenuto la presidenza grazie all’aperto appoggio del Fronte Ampio al secondo turno, ma per garantirsi quella fragile stabilità necessaria al governo ha dovuto guardare più pragmaticamente ai fujimoristi quale vera forza rappresentante dell’organo legislativo dello Stato. È in tale ottica che va analizzata la decisione presidenziale di concedere l’indulto ad Alberto Fujimori il 24 dicembre 2017. Un palese atto di favore nei confronti dei fujimoristi, mirato a ottenere in cambio garanzie di stabilità politica che però è stato inevitabilmente mal visto dalla maggioranza della popolazione peruviana che non ha dimenticato gli otto anni di dittatura di Fujimori dal 1992, anno in cui con un golpe militare sciolse il parlamento, al 2000.

Alla fine, però, sono stati gli stessi fujimoristi a tradire Kuczynski. Lo scorso 20 marzo sono stati loro a presentare gli elementi schiaccianti rivelatisi determinati per provare il tentativo di corruzione interno al parlamento da parte della compagine governativa per eludere una condanna politica che da tempo incombeva sul presidente.

Tutto finito quindi per Kuczynski e tutto da rifare per un Perù che ancora oggi non trova un proprio equilibrio politico, né vede all’orizzonte una ridefinizione della sua struttura economica saldamente basata sull’attribuzione di vantaggiose concessioni per lo sfruttamento minerario ad aziende estere.

 

Keiko Fujimori nuova leader?

Ciò che tuttavia appare a questo punto chiaro è che possibile beneficiario del fallimento politico di Kuczynski possa essere proprio Keiko Fujimori. La figlia di Alberto Fujimori presto potrebbe infatti ritrovarsi di fronte all’opportunità di ottenere la presidenza tanto desiderata.

Dopo aver perso le elezioni del 2011 e quelle del 2016, Keiko resta ad oggi l’unica figura politica a non essere stata travolta dagli scandali, mentre i suoi storici avversari sono ben lontani dal poter convincere il popolo peruviano anche qualora dovessero candidare qualcun altro al posto loro.

Per la Fujimori la strada appare dunque spianata e in prospettiva appare più che visibile il ritorno al potere del fujimorismo, seppur in un contesto in cui la struttura democratica del Paese appare ben più solida del passato. La mission di Keiko è stata da sempre quella di rafforzare il concetto di sicurezza in una nazione in cui il crimine assorbe il grosso della popolazione povera ed emarginata. La Fujimori punterà su un programma fortemente neoliberale, ma potrà garantirsi un governo stabile solo se garantirà maggiore sicurezza al Paese. Solo a questa condizione il popolo peruviano potrebbe essere disposto a passare sopra le origini della Fujimori e “dimenticare” il regime dittatoriale guidato da suo padre.

 

Quali chance per i socialisti?

Per la corrente socialista occorrerà invece altro tempo per poter realmente competere alla leadership. Il Fronte Ampio nasce dalle ceneri del nazionalismo tradito da Ollanta Humala, il quale nella sua campagna elettorale del 2011 si presentò come l’espressione peruviana della corrente politica lulista del Brasile e di quella chavista del Venezuela, salvo poi piegarsi ai dettami neoliberali una volta ottenuta la presidenza. Il resto lo hanno fatto il suo arresto per corruzione che nell’estate del 2017 ha coinvolto anche la moglie Nadine Heredia. Riprendersi da quello scandalo per i socialisti non sarà affatto semplice.