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Petroliere in fiamme nel Golfo dell’Oman

Petroliere in fiamme nel Golfo dell’Oman

Due petroliere, la Front Altair, battente bandiera delle Isole Marshall, e la Kokuka Courageous, battente bandiera di Panama, hanno preso fuoco nel Golfo dell’Oman. Le imbarcazioni sarebbero state oggetto di un attacco la cui responsabilità però non è stata accertata. La Kokuka Courageous era partita dall’Arabia Saudita e procedeva verso Singapore con un carico “collegato al Giapppone”, Front Altair invece stava trasportando metanolo dal Qatar a Taiwan. L’incidente è l’ultimo di una serie di eventi verificatesi nella regione dallo scorso maggio, eventi che danno la misura del livello di scontro raggiunto tra Stati Uniti e Iran. Il timore di un’escalation è sempre più forte e il conflitto potrebbe scoppiare anche in maniera accidentale.

Stando a quanto riferito da portavoce della CPC Corp, la compagnia petrolifera di Stato taiwanese ritiene che la petroliera Front Altair sia stata attaccata da un siluro, anche se la notizia per il momento non è stata provata. Il segretario di Stato Mike Pompeo ha immediatamente accusato Iran dell’attacco. «Questi attacchi non provocati rappresentano una chiara minaccia per la pace e la sicurezza internazionali, un attacco alla libertà di navigazione e un’inaccettabile campagna per aumentare le tensioni», ha dichiarato Pompeo. L’Iran ha negato di avere qualche responsabilità nell’incidente di giovedì e nei precedenti, ma aveva minacciato di interrompere i traffici via mare dello Stretto di Hormuz come risposta agli Usa. Se fosse provata la responsabilità iraniana, gli incidenti sarebbero da ritenersi un rifiuto di Tehern di accettare passivamente la strategia di “massima pressione” degli americani. Ariane Tabatabai, della Columbia University School of International and Public Affairs, ha commentato su Newsweek: «Se dietro l’attacco ci fosse l’Iran, saremmo entrati in una fase segnata da dinamiche molto più pericolose tra Washington e Teheran».

L’incidente di giovedì 13 giugno è capitato lo stesso giorno della visita di Abe Shinzō al presidente iraniano Rohani. La visita di Abe a Teheran è un evento storico perché erano almeno 40 anni che nessun premier giapponese si recava nella Repubblica islamica. Lo scopo di Abe era mediare tra Usa e Iran. Il premier giapponese ha incontrato anche l’Ayatollah Ali Khamenei per tentare si allentare le tensioni tra americani e iraniani e portare “pace e stabilità nella regione”, ha spiegato un portavoce del governo di Tokyo. Il messaggio di Abe è arrivato poche ore dopo che i ribelli Houthi in Yemen, sostenuti dall’Iran, hanno attaccato un aeroporto saudita. Il premier nipponico vorrebbe sfruttare l’amicizia con Trump, ma non sembra avere grandi capacità di incidere sul delicato dossier iraniano. L’intento di Abe è quello di porsi come leader di peso sulla scena mondiale. A spingere Tokyo è tuttavia anche la dipendenza cronica dell’arcipelago, in particolare, dalle risorse energetiche che arrivano dalla regione. Come riporta AP, lo scambio di opinioni tra Abe e l’Ayatollah Ali Khamenei deve essere stato abbastanza teso. Alla fine dell’incontro la guida suprema ha avvertito che l’Iran non cerca l’arma nucleare, ma “l’America non potrebbe fare niente” per fermarlo se l’Iran lo volesse. Nonostante le dichiarazioni da Teheran contro il presidente Trump, sembra che l’Iran stia rispettando l’accordo concluso nel 2015 con Stati Uniti, Cina, Francia, Germania e Regno Unito e Germania. Gli Usa, che si sono ritirati dall’accordo l’anno scorso, non credono che il patto serva frenare il programma missilistico iraniano e a limitare l’infuenza iraniana nella regione.

Foto di copertina: AP