Il jet impiegato dal Pakistan nel dogfight che si è svolto con l’India nei cieli del Kashmir è di produzione cinese, e questa non deve stupirci, perché il paese asiatico che fa parte già da tempo di un piano cinese di “Belt and Road” ha dato una piega decisamente militare al rapporto con la superpotenza nascente dell’Eurasia.

Nell’ambito di un programma di pace istituito dalla Cina, il Pakistan sta infatti cooperando sempre maggiormente su progetti chiaramente legati alla difesa – compreso un progetto segreto per costruire caccia di nuova generazione e supportare satelliti.

Non appena Washington ha iniziato a sospendere fondi per miliardi di dollari destinati alla sicurezza in Pakistan – con l’intento di “intimorire” Islamabad per il sostegno delle sue forze armate nella cooperazione con l’alleato americano – è apparso subito chiaro che il Pakistan aveva già trovato un sostituto per assicurarsi armi e sviluppare la propria difesa.

Solo due settimane più tardi, infatti, i capi dell’aeronautica pakistana in compagnia di alcuni funzionari cinesi stavano dando gli ultimi ritocchi a una “proposta segreta” per aumentare la produzione di jet da combattimento cinesi in Pakistan, con supporto di armamenti e hardware.

Questa notizia, dopo l’abbattimento riportato (secondo le fonti) ieri nei cieli del Kashmir proprio da parte di un jet di progettazione cinese in forza alla Pakistani Air Force – JF-17″Xiaolong” – dimostra come la Islamabad apprezzi la tecnologia cinese: più semplice da reperire rispetto a quella prodotta della macchinosa industria bellica americana (ci si riferisce agli F-16) e come sia pronta ad impiegarla se necessario.

Il dossier confidenziale era stato visionato e divulgato nel suo contenuto dal New York Times lo scorso mese, con l’intenzione di approfondire la notizia acquisendo nuove informazioni sulla cooperazione tra Cina e Pakistan che ora non può che assumere ulteriore rilevanza, dato il momento di tensione che a ricordato al mondo come in Asia due potenze mondiali dotate entrambe di bombe atomiche potrebbero innescare da un giorno all’altro un conflitto ad alta intensità riportato la regione ai timori che aleggiavano nel lontano 1971.

Altri progetti militari condivisi da Pechino e Islamabad sembrerebbero protesi verso lo spazio, dove il Pakistan vorrebbe imporsi e dove la Cina, secondo le crescenti preoccupazioni del Pentagono, vorrebbe essere in grado di dare “battaglia” in caso di uno conflitto futuro. Tutti questi progetti militari sarebbero entrati a far parte dell’iniziativa cinese “Belt and Road”: “Una catena di un trilione di dollari di programmi di sviluppo infrastrutturale che si estende in circa 70 paesi, costruiti e finanziati da Pechino”, come riporta il Ny Times.

Funzionari cinesi hanno ripetutamente affermato che questo è da ritenersi un progetto puramente economico con intenzioni “pacifiche”, ma questi accordi compromessi nella loro segretezza sembrano aver lasciato cadere il velo, palesando le intenzioni dell’industria militare cinese (in espansione vertiginosa) e quelle del Pakistan, che non vuole rinunciare a rafforzare la sua difesa malgrado il passo indietro della Casa Bianca.

Il Pakistan sembrerebbe essere sempre stato uno dei paesi chiave del progetto cinese, inteso a costituire un cosiddetto  corridoio economico Cina-Pakistan già dal 2013 con lo stanziamento di 62 miliardi di dollari. Negli anni la Cina avrebbe erogato sempre più denaro sotto forma di prestito nel sistema economico pakistano sottoposto ad un momento di sofferenza per rafforzare il rapporto diplomatico tra i due paesi. Questa “generosità” si sarebbe tradotta in un raffreddamento dei rapporti tra Islamabad e Washington e un propensione che si rivolgeva sempre più a oriente.

Questo porta nella regione delle chiare implicazioni geostrategiche, tanto più se si pensa al sodalizio nel campo della difesa che stringe il colosso indiano a Mosca.

Tale alleanza darebbe a Pechino “una carta strategica per giocare contro l’India e contro gli Stati Uniti”, se le tensioni si aggravassero fino al punto di blocco navale, sul lato commerciale, mentre sul lato strategico inciderebbe profondamente il ruolo centrale che il Pakistan gioca nel sistema di navigazione satellitare Beidou. Il Pakistan è infatti l’unico altro paese a cui è stato concesso l’accesso al servizio militare del sistema, consentendo una guida più precisa per missili, navi e aerei, e allargando la rete della militare della Cina.

Oltre alla stretta cooperazione in ambito aeronautico, gli analisti militari prevedono che la Cina potrebbe utilizzare la città portuale di Gwadar – affacciata sul Golfo dell’Oman e sul Mar Arabico – per espandere la sua “impronta navale” attraverso i suoi nuovi sottomarini d’attacco. Sottomarini di cui il Pakistan intende dotare la propria Marina Militare, avendo già ratificato un accordo per l’acquisto di 8 unità per 6 miliardi di dollari. La Cina potrebbe dunque sfruttare le installazioni e le attrezzatura per la costruzione di cui doterà il paese dell’Asia meridionale per rifornire i propri sottomarini, estendendo la loro portata globale.

A questo si aggiunge, lo sviluppo in partnership di un caccia di nuova generazione, e la possibilità di accordarsi per una fornitura di armi avanzate come i missili balistici – armamento che la Cina non ha problemi ad offrire ai suoi contraenti a differenza degli Stati Uniti (che però li forniranno all’Arabia Saudita). In seguito ad un incontro al vertice che si è tenuto recentemente tra il presidente cinese Xi Jinping e il neo-primo ministro pakistano Imran Khan, il portavoce del leader pakistano ha dichiarato alla stampa: “Siamo sempre stati vicini alla Cina e stiamo diventando più vicini”, “È ora che l’Occidente si svegli e riconosca la nostra importanza”. Sembra perciò che Pechino abbia portato a termine una mossa vittoriosa sullo schiacciare mondiale.

Davide Bertoccini

articolo pubblicato su gliocchidellaguerra.it