Dopo essere state parte delle stesse entità statali per quasi cinque secoli, Russia e Bielorussia hanno visto i propri destini separarsi con il crollo dell’URSS nel 1991. A quasi trent’anni di distanza, e nonostante la pressoché totale dipendenza economica e militare che la lega a Mosca, Minsk sembra determinata a resistere a tutti i costi ai tentativi del Cremlino di inglobarla nella Russia federale.

ALL’ORIGINE DEL PROGETTO DI UNIONE STATALE

The Russian leadership is demanding that we join the Russian Federation – that’s what is in the heads of the Russian leadership. I don’t want to bury the sovereignty and independence of the country“. Interveniva così, nel gennaio 2007, Aleksandr Lukashenko, Presidente della Bielorussia dal 1994, in merito alle pressioni moscovite operate per convincere il Governo di Minsk ad applicare le clausole del “Trattato di creazione dell’unione statale”, firmato nel dicembre 1999 e ratificato poco dopo dai rispettivi parlamenti. Nel corso degli anni, a questa dichiarazione ne sarebbero seguite molte altre, spesso talmente contraddittorie da esasperare la precaria condizione che interessa la Bielorussia ormai dal 1991: un Paese sufficientemente coeso per mantenere la propria indipendenza ma al tempo stesso troppo debole per resistere alle pressioni di un vicino così culturalmente affine.

Nata ufficialmente tra il 1996 e il 1997 come base per la creazione di un’unica entità statale federale, l’unione statale rimane oggi una semplice organizzazione internazionale mirante ad integrare i sistemi politici, finanziari, economici e sociali di due paesi che condividono molto dal punto di vista storico. Governate sempre dalla stessa autorità, prima zarista e poi socialista, a partire dal XVI secolo, Russia e Bielorussia sono divenute due entità differenti dopo il crollo dell’URSS, mantenendo però legami politici ed economici più stretti rispetto ad altre repubbliche, dove i nazionalismi locali condussero ad un pressoché totale rigetto dell’eredità sovietica. Contrariamente a quanto si possa dedurre dal suo recente cambio di rotta, orientato ad una evidente messa in discussione della “special relationship” con il Cremlino, il tentativo di creare uno Stato unitario fu inizialmente supportato da Lukashenko stesso per evitare che la neonata Bielorussia affrontasse un probabile collasso economico. La necessità di non rompere, ma rafforzare la partnership commerciale e finanziaria con Mosca lo condusse, fin dall’inizio del suo primo mandato, a sostituire la sovietizzazione del Paese con una vasta russificazione, facendo della Russia una priorità strategica della propria politica estera e favorendo così il dominio della lingua russa in tutte le sfere della società.

Fig. 1 – Il Presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko con Vladimir Putin durante un recente summit bilaterale a Sochi

TRA RUSSIFICAZIONE E NAZIONALISMO

Questo orientamento politico marcatamente filo-russo ha inevitabilmente alimentato un concetto che sta alla base del mondo slavo così come è percepito dalla nazione russa: quello panslavista di fratellanza tra popoli e paesi, alla cui guida si pone appunto la Russia, elaborato in epoca zarista attraverso una lente religiosa e marcatamente anti-occidentale. In breve, se Mosca viene considerata la “terza Roma” e un baluardo in difesa dell’ortodossia cristiana contro le derive occidentali, Minsk è indiscutibilmente parte della civiltà slava russo-centrica.

In tal senso, il vincolo tra i due popoli appare tuttora indissolubile anche per la stessa Bielorussia, malgrado i tentativi di Lukashenko di risvegliare un nazionalismo locale che, cercando un collegamento storico e identitario con l’Occidente europeo, si richiami all’esperienza tardo-rinascimentale della Confederazione polacco-lituana e alla parziale riabilitazione della Repubblica Popolare nata nel 1918 sulle ceneri dell’Impero zarista e dissoltasi poi con l’arrivo dell’Armata Rossa. Del resto, vedendo i danni causati in Ucraina dai divari socio-culturali lì presenti, il bisogno di creare un’identità nazionale condivisa e un’interpretazione omogenea della storia è essenziale per evitare la frammentazione della società. Evidentemente, il Trattato del 1999, volendo completamente neutralizzare il già flebile sentimento patriottico bielorusso, va nella direzione opposta.

LA DIPENDENZA ECONOMICA E MILITARE DAL CREMLINO

Nonostante l’unione politico-territoriale non si sia ancora materializzata e le clausole del trattato siano rimaste – ad eccezione della cittadinanza comune – per la maggior parte sulla carta, il comune passato ha fatto sì che la cooperazione tra Russia e Bielorussia rimanesse molto solida in diversi campi, a partire da quello militare.

Data la sua posizione limitrofa con Polonia, Lettonia e Lituania, la Bielorussia rappresenta un punto di contatto eccezionale tra la NATO e l’Europa orientale post-sovietica dominata dalla Russia. La fondamentale importanza che il territorio bielorusso acquisirebbe in caso di conflitto, offensivo o difensivo, con l’Occidente, ha spinto Mosca a condurre una politica di assoluta collaborazione con le truppe di Minsk: i due Ministeri della Difesa, che cooperano sia a livello bilaterale che a livello multilaterale nell’ambito della CSTO (Collective Security Treaty Organization) e della CIS(Commonwealth of Independent States), vantano infatti una serie di esercitazioni bellichecongiunte di alto profilo condotte non lontano dal confine con l’Alleanza atlantica. La più recente di queste, denominata “Zapad”, si è svolta nel settembre 2017 con un ingente dispiegamento di forze terrestri, aeree e navali, e sarà seguita da una nuova – “Union Shield” – nel 2019.

Fig. 2 – Lukashenko passa in rassegna le truppe coinvolte nell’esercitazione “Zapad 2017” con la Russia

Dal punto di vista economico-commerciale, l’anello di congiunzione tra Russia e Bielorussia è rappresentato dall’Unione Economica Eurasiatica (EAEU), nata nel gennaio 2015 con l’obiettivo di creare un mercato euro-asiatico unico che consenta la libera circolazione di beni, servizi, capitali e persone, spingendo gli Stati aderenti ad adottare politiche macroeconomiche analoghe in vari ambiti. Se l’appoggio di Minsk al pieno sviluppo dell’unione economica sembra incondizionato, l’appartenenza a questa entità sovranazionale non fa altro che diluire la dipendenza della Bielorussia dal suo potente vicino, che rappresenta di gran lunga il primo partner commerciale con circa il 47% dell’export e il 54% dell’import (dati 2016). Questa dipendenza è apparsa evidente con la recessione russa del biennio 2015-2016, causata dal crollo del prezzo del greggio e dal forte deprezzamento del rublo: per Minsk, la cui crescita dipende in gran parte dalla rivendita a prezzi di mercato del petrolio e del gas naturale importati dalla Russia a prezzo ridotto, tutto ciò ha voluto dire una contrazione del PIL pari al 2,5% nel 2016. La crescita bielorussa è quindi indissolubilmente legata all’importazione duty-free di risorse energetiche russe, ma è forse l’aspetto finanziario che rende più difficile sottrarsi alla sudditanza verso il Cremlino e i suoi ingenti prestiti. A fine 2017 questi ammontavano a circa 8 miliardi di dollari, ai quali dovrebbe aggiungersi un altro miliardo nel 2019 per aiutare la Bielorussia a ripagare i debiti in scadenza nel prossimo anno.

Filippo Malinverno