Sembra accontentare tutte le parti coinvolte l’equilibrio per la Siria emerso dal vertice di Mosca dei giorni scorsi tra Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu. Spinosissime le questioni in gioco: Assad sta riprendendo in mano il controllo di tutto il paese, sebbene con l’apporto decisivo di Russia e Iran, e dalle parti di Tel Aviv ci si preoccupa dell’avanzata dei governativi a ridosso del confine con la zona delle Alture del Golan, occupata illegalmente da Israele dal 1967. La preoccupazione maggiore è che le truppe di Tehran, di cui si registra un ammassamento inconsueto a ridosso del confine, capitalizzino l’aiuto fornito a Damasco per ottenere una postazione strategica privilegiata al fine di consolidare l’influenza nell’area e tenere il fiato sul collo all’eterno avversario. Damasco, da parte sua, vorrebbe che Hezbollah e gli altri gruppi istruiti e formati sul campo dalle Guardie della Rivoluzione la aiutassero nella gestione anche del dopo-guerra così come nella cattura dei fiancheggiatori dei gruppi ribelli vicini ad al-Qaeda a cui Israele, pragmaticamente, sta fornendo supporto logistico per l’evacuazione.

 

Controverso infatti è la posizione, tra gli altri, dei cosiddetti White Helmets, una sorta di corpo di Protezione Civile, presente e molto attivo soltanto nelle aree controllate dai ribelli siriani antigovernativi (al-Nusra compresa) e più volte al centro di scandali sulla contiguità con le frange islamiste più radicali, che adesso è entrato nel mirino delle forze regolari siriane che vorrebbero arrestare e processarne i membri per l’aiuto fornito ai terroristi.

Dunque, la Russia si pone come garante del rispetto del confine sud-occidentale della Siria, obbligando di fatto l’Iran e i suoi proxy a mantenersi a una distanza di 80 km dal confine stesso e a non dispiegare armi pesanti e missili balistici in grado di colpire Israele, nel caso contrario Putin chiuderebbe un occhio su eventuali strikes. L’importante è che adesso si eviti lo scontro aperto tra le due potenze regionali. L’Iran, convitato di pietra del meeting, si trova a vedersi imposta dall’esterno una soluzione concertata alle proprie spalle che sicuramente ne penalizza le istanze, ma che per il momento non può permettersi di contrastare troppo energicamente a livello politico, anche a causa del fermento interno che potrebbe portare a uno scontro tra le due tendenze maggioritarie del paese: quella laicista e quella confessionale.

Apparentemente sullo sfondo la posizione degli Stati Uniti che in modo defilato benedicono l’accordo. L’obiettivo di medio termine è quello di vedere venire meno la presenza iraniana in Siria e proporsi come unico referente per la ricostruzione, e, dopo il surreale tweet di Donald Trump di ieri probabilmente anche con l’intenzione di intraprendere, prima o poi, la madre di tutte le guerre, quella contro gli odiatissimi Ayatollah.