I diari di guerra dal nostro inviato in Siria, Luca Steinman

Piovono colpi di mortaio sul centro di Damasco. Questa mattina la città si è risvegliata tra il suono delle esplosioni e la puzza di bruciato che ha dato ai damasceni la conferma di ciò che si vociferava da giorni. All’alba l’esercito arabo siriano ha lanciato un’offensiva via terra per riconquistare i sobborghi ovest della capitale, ancora sotto il controllo dei ribelli. Questi ultimi stanno rispondendo bombardando tutte le zone della città raggiungibili dalla gittata delle proprie armi: non solo i quartieri confinanti con le loro zone – cioè quelli di Bab Tuma, Bab Sharki, Qassah e Duelah sui quali i mortai sono piovuti continuamente nei giorni scorsi – ma anche quartieri fino a ieri considerati sicuri come quello di Mezzeh e il centro città (Omayyed).

 

L’offensiva di Assad

L’operazione lanciata stamane dai soldati di Assad è stata pianificata da tempo e ha fatto convergere sul territorio uomini e carri armato provenienti da tutta la Siria, in particolare dalle regioni di Idlib e di Raqqa, che nei giorni scorsi hanno intasato il traffico in entrata in città. I ribelli sono ormai chiusi nel quartiere di Jobar e nella regione di Ghouta, a ovest, con limitate capacità di rifornimento e senza vie di fuga. Una situazione per loro molto critica che difficilmente li vedrà vincitori contro gli attacchi che stanno subendo. Eppure, secondo le autorità siriane, essi hanno rifiutato di trattare per trovare una via di uscita pacifica che non coinvolgesse i bombardamenti sui civili.

 

 

Sarà vero quanto dice il governo siriano? Impossibile dirlo con certezza. Ciò che invece è certo è che le piogge di colpi di mortaio che partono dalle zone ribelli verso quelle lealiste sono indirizzate esclusivamente su obiettivi civili. Non c’è stato un solo obiettivo militare colpito nelle ultime settimane mentre i comuni cittadini rimasti uccisi o feriti sono numerosi. Questa situazione sta inevitabilmente spingendo molti damasceni tra le braccia delle autorità di Assad. Di fronte alla manifesta volontà della ribellione di colpire persone la cui colpa è solo quella di abitare in territori sotto il controllo governativo, anche molti oppositori di Assad sono disposti oggi a stringersi intorno al proprio presidente e ad accettare la sua narrazione. Nel momento in cui le vite proprie e dei propri cari sono a rischio, c’è poco tempo per stare a pensare chi sia un buon politico o meno. La priorità, ora, è quella di schierarsi con chi ti difende la vita.

Con questa offensiva il governo mira a potersi presentare alle diverse conferenze internazionali che seguiranno nei prossimi mesi rivendicando un totale controllo militare della propria capitale e, così, avere maggiore peso quando si troverà a trattare con le grandi potenze regionali e con le opposizioni riparate all’estero. Più difficile è, invece, comprendere la posizione dei ribelli. Perché ostinarsi a resistere all’interno delle proprie enclaves e bombardare i civili, spingendo così l’uomo comune a sostenere Assad?

 

La strategia dei ribelli

Una versione plausibile è quella che la ribellione voglia mantenere Damasco in uno stato di percepita vulnerabilità. In tal modo le autorità siriane non potranno rivendicare in sede di trattativa il controllo territoriale che vorrebbero e, pertanto, saranno costrette a partire in una posizione di debolezza rispetto ai propri interlocutori. Quella dei ribelli è dunque una presa di posizione politica più che militare, che risponderebbe agli interessi delle forze che li hanno finora sponsorizzati. Se la sconfitta sul campo è imminente, non lo è quella nei negoziati. Poco importa se a farne le spese siano soprattutto i cittadini intrappolati sia dall’una come dall’altra parte.

Da Jobar e da Ghouta giungono notizie dei bombardamenti dell’esercito siriano. Secondo le fonti ribelli questi attacchi sono paragonabili al lancio dei propri colpi di mortai sui civili. La logica è semplice: voi ci bombardate, noi bombardiamo i vostri cittadini. La differenza, però, è che se i soldati di Assad hanno colpito in passato tanto i civili quanto gli obiettivi militari di Jobar e Ghouta, oggi i ribelli se la stanno prendendo solamente con la popolazione.

 

Scontro tra ISIS e Al Nusra a Yarmouk

Mentre la guerra si scatena nell’est di Damasco e mentre sul centro piovono mortai, nel sud della città si è aperto un altro fronte. Questo non coinvolge però i soldati governativi ma è interno al campo della ribellione e vede contrapposti nientemeno che i due gruppi terroristici più famigerati: ISIS e Jabhat al Nusra. Queste due entità si spartiscono ancora il controllo dell’ormai ex campo profughi palestinese di Yarmouk, da anni occupato dai terroristi.

Quel che resta del campo profughi di Yarmouk

I soldati del Califfato stanno tentando di ottenere il controllo di tutta la zona a discapito dei rivali legati ad Al Qaeda, consumando una lotta intestina al mondo jihadista che ha reso Yarmouk niente più che un cumulo di macerie e detriti. L’esercito siriano segue a distanza questa resa dei conti e si prepara a sua volta ad attaccare l’area per riportarla sotto il proprio controllo. Le condizioni non sono però ancora favorevoli. Yarmouk non è infatti una enclave, i terroristi riescono ancora a rifornirsi di armi e viveri tramite un corridoio che collega l’ex campo profughi con i quartieri adiacenti ancora parzialmente controllati da bande che si presentano con il nome di Esercito Libero Siriano, le quali permettono il commercio con i terroristi. In queste ore è in corso una trattativa tra le autorità siriane e queste bande. I governativi concederanno loro un’amnistia qualora lasceranno in isolamento i terroristi. A quel punto partirà un attacco contro Yarmouk per cacciare definitivamente l’ISIS da Damasco.

L’impressione che si ha da Damasco è che Assad stia vincendo una guerra che però potrebbe essere ancora molto lunga e che è politica e diplomatica prima che militare. Il futuro dei cittadini è incerto e precario tanto quanto lo è una passeggiata in alcune zone della città esposte ai mortai. I damasceni, come sempre, passeggiano rassegnati. «Non abbiamo i rifugi anti aerei» ho sentito dire in città, «abbiamo soltanto Dio».

* Classe 1989, studi in relazioni internazionali, Luca Steinman è un giornalista e reporter. Dopo una prima esperienza di lavoro in estremo oriente, ha iniziato a seguire il conflitto mediorientale come freelance scrivendo da Siria, Libano e Turchia. Di base in Siria, in questi giorni sta raccontando in tempo reale quanto sta avvenendo sul territorio in un momento in cui l’ISIS sta venendo sconfitto senza che però cessino le ostilità armate.

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