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Le spese militari italiane nel 2018

Le spese militari italiane nel 2018

Il primo febbraio è stato presentato a Roma, presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati, il Rapporto MIL€X 2018 sulle spese militari italiane per l’anno in corso. Per il 2018 la spesa complessiva ammonterà a 25 miliardi di euro (1,4% del PIL), con un aumento del 4% rispetto al 2017. Viene dunque confermato il trend di crescita avviato dal governo Renzi e proseguito con il governo Gentiloni. Al computo totale della spesa il Ministero della Difesa partecipa con 21 miliardi (+3,4% rispetto al 2017), mentre il contributo del Ministero dello Sviluppo Economico è pari a 3,5 miliardi (+5% rispetto al 2017).

 

Impegni NATO, basi americane e nuove armi

Per mantenere gli impegni presi con la NATO l’Italia deve sborsare 192 milioni di euro. Il dossier conteggia, tra gli altri, anche il contributo alla gestione delle basi americane situate in territorio italiano (520 milioni di euro) e i costi relativi alla presenza di testate nucleari americane B-61 (almeno 20 milioni). Altri focus riguardano i programmi di riarmo nazionale in corso (5,7 miliardi, +7% rispetto al 2017) che prevedono l’acquisto di navi da guerra della Marina (tra cui la nuova portaerei Thaon di Revel), di carri armati ed elicotteri da attacco dell’Esercito e di aerei da guerra Typhoon e F-35. Sull’utilità di quest’ultimo modello il Rapporto MIL€X 2018 pone seri dubbi sia sulle sue reali ricadute industriali ed occupazionali, sia sui difetti strutturali dei primi 8 F-35 acquisiti. Costati 150 milioni l’uno, secondo il dossier rischiano già essere fuori servizio.

 

 

Le missioni all’estero

Particolarmente interessante è l’analisi sui costi emersi e «nascosti» delle missioni militari italiane all’estero, con approfondimenti sul nostro impegno in Afghanistan (da 16 anni) e Iraq (da 14 anni), sulla nuova operazione in Niger («approvata colpevolmente a Camere sciolte», ha sottolineato Francesco Vignarca, fondatore dell’osservatorio Mil€x) e sul costo della base militare italiana a Gibuti “Comandante Diavolo” (43 milioni l’anno).

 

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«Lo stanziamento per le missioni 2018 – si legge nel rapporto – ammonta a 1,28 miliardi di euro per l’intero anno (nonostante la copertura sia prevista solo fino al 30 settembre 2018), invariata rispetto all’anno precedente. Fondi destinati a finanziare l’impiego di quasi 8.000 uomini, 1.400 mezzi terrestri, una sessantina di mezzi aerei e una ventina navali in decine di missioni attive in 25 Paesi, nel Mar Mediterraneo e nell’Oceano Indiano. A fronte di una riduzione dei costi per le missioni in Iraq (-17 percento) e, in misura minore, Afghanistan (-4 percento) e della fine della missione in Turchia (al 31 luglio 2018), si registra un aumento dei costi per la missione in Libia (+7 percento), per la missione NATO in Lettonia (+15 percento) e soprattutto l’avvio della nuova missione in Niger (470 soldati, 130 mezzi terrestri e due mezzi aerei): quasi 50 milioni di euro per il 2018, al netto dei costi logistici, di supporto di intelligence, di attività CIMIC (cooperazione civile e militare, ndr) e di protezione della nuova ambasciata di Niamey».

 

Testate nucleari

Da segnalare, infine, un focus sulle spese di stoccaggio e sorveglianza delle testate atomiche tattiche americane B-61 nelle basi italiane, argomento di cui si è discusso anche con il contributo di Daniel Högsta, coordinatore della campagna ICAN (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons) insignita del Premio Nobel per la Pace 2017. L’aggiornamento delle apparecchiature di sorveglianza esterna e dei caveau contenti le venti B-61 all’interno degli undici hangar nucleari della base bresciana di Ghedi costa 23 milioni. A questi si aggiungono le spese di stazionamento del personale militare USA addetto e il mantenimento in prontezza di aerei e piloti italiani dedicati al “nuclear strike”.