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Sri Lanka, dimissioni dei parlamentari

Sri Lanka, dimissioni dei parlamentari

In Sri Lanka le polemiche e le indagini sulle responsabilità degli avvenimenti di Pasqua non accennano a diminuire. Nove membri dell’esecutivo, un vice ministro e due governatori provinciali – tutti di religione musulmana – hanno rassegnato le dimissioni, dimissioni che arrivano in risposta allo sciopero della fame messo in atto da un notissimo monaco buddista, Athuraliye Rathana. Il monaco ha annunciato che avrebbe digiunato fino alla morte a meno che il presidente dello Sri Lanka non avesse rimosso tre alti ufficiali musulmani, i due governatori provinciali e uno dei ministri, che lui accusa di complicità con i kamikaze responsabili di aver preso di mira chiese e alberghi uccidendo il giorno di Pasqua 257 persone, per la maggior parte cristiani. Athuraliye Rathana, che è anche parlamentare, ha ricevuto attestazioni di solidarietà da parte di migliaia di persone e da diversi leader religiosi, tra i quali spicca il card. Malcolm Ranjith, arcivescovo di Colombo. Al terzo giorno di digiuno e di clamore mediatico, durante una conferenza stampa tenuta poco prima di rompere il digiuno del Ramadan, i nove esponenti politici accusati di avere legami con gli attentatori di Pasqua hanno annunciato che stavano per dimettersi. Dimissioni necessarie ad allegerire il clima diventato – secondo Rauff Hakeem, ministro dello sviluppo urbano e dell’approvvigionamento idrico – ormai incandescente.

I timori che si possa scatenare un bagno di sangue nel Paese non sono infondati. Tre settimane fa a Kottaramulla, provincia nord-occidentale dello Sri Lanka, una manifestazione è degenerata in un saccheggio e in scontri che hanno causato la morte di un uomo. Lo stesso è accaduto nella città di Kandy, 115 km a est della capitale Colombo, dove sono state distrutte centinaia di proprietà di musulmani e dove è stata uccisa una persona in una sorta di rappresaglia per gli attentati suicidi di Pasqua. A proposito del clima che si respira nel paese Mahendra Gunatilleke, segretario nazionale di Caritas Sri Lanka, ha rilasciato importanti dichiarazioni all’agenzia AsiaNews: «Nelle scorse settimane sono state presentate mozioni di sfiducia contro i parlamentari musulmani. All’interno del governo esistono pochi esponenti musulmani, ma molto potenti, che hanno coperto le organizzazioni terroristiche e consentito la costruzione di moschee e madrasse (scuole coraniche) radicali. Il primo responsabile è il ministro incaricato degli investimenti, che è tra coloro che si sono dimessi ieri». Il sacerdote ha rincarato la dose:«Tutti sanno che i leader musulmani hanno protetto le associazioni radicali e consentito l’arrivo di estremisti provenienti dall’Arabia Saudita per diffondere la dottrina del wahhabismo. Lo stesso gruppo del National Thowheed Jamath (autore degli attentati) ha legami con la filosofia wahhabita. È stato accertato che negli ultimi quattro anni circa 600 leader religiosi sono giunti in Sri Lanka per predicare».

Nell’intervista padre Gunatilleke racconta della negligenza degli apparati di sicurezza dello Stato cingalese: «Non tutti i musulmani sono coinvolti, ma è risaputo che negli ultimi anni nella zona del nord-est si è diffusa l’ideologia radicale, con legami non solo con lo Stato islamico, ma anche con i predicatori provenienti dall’Arabia Saudita e con reclute che venivano addestrate in Siria, Turchia e India. L’intelligence governativa era al corrente di tutto, aveva anche diffuso delle allerte prima degli attentati. Tuttavia, c’è stata una completa negligenza da parte del governo, per questo il governo è il vero responsabile della devastazione». Ripercorrendo i fatti e le parole di padre Mahendra Gunatilleke, appare evidente che lo stato di emergenza deciso dopo gli attacchi di Pasqua e i 100 arresti potranno servire a poco se non ci sarà una vera presa di coscienza. Le dimissioni dei politici, quella del capo della Polizia Pujuth Jayasundara – dimessosi il 26 aprile – e le espulsioni di 600 cittadini stranieri, tra i quali 200 predicatori islamici estremisti, rischiano di non essere seguite da altrettanti atti concreti.