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Sri Lanka, il filo nero saudita nelle stragi di Pasqua

Sri Lanka, il filo nero saudita nelle stragi di Pasqua

Nell’ambito delle indagini sugli attentati di Pasqua che hanno provocato oltre 250 vittime, le autorità dello Sri Lanka hanno confermato l’arresto del 60enne Mohamed Aliyar, fondatore del Centre for Islamic Guidance di Kattankudy, sulla costa orientale dello Sri Lanka, dove trovano posto una moschea, una scuola religiosa e una biblioteca. Nella città di Kattankudy era nato e cresciuto Zahran Hashim, leader del National Thowheeth Jamàath. Con il gruppo salafita, secondo la polizia, Mohamed Aliyar “aveva una stretta relazione, tanto che effettuava transazioni finanziarie ed era coinvolto nell’addestramento degli attentatori ad Hambantota, nel Sud del paese”. Il filo nero dell’estremismo religioso, che lega l’Arabia Saudita e altri paesi del Golfo Persico allo Sri Lanka, si prede nel tempo. Ulteriore prova: Mohamed Aliyar ha fondato il Centre for Islamic Guidance nel lontano 1990, un anno dopo essersi laureato a Riyadh presso l’Università Imam Muhammad ibn Saud Islamic University, grazie a finanziamenti sauditi e kuwaitiani.

E dove sono le prove? Basta andare sul posto e leggere la targa situata all’esterno del centro islamico di Kattankudy, che da quel momento è diventato un importante centro di diffusione della dottrina wahabita-salafita. Successivamente, altre istituzioni islamiche con gli stessi finanziatori e le stesse finalità hanno aperto i battenti sulla costa orientale dello Sri Lanka dove è molto forte la presenza islamica. Tra queste spicca il Jamiathul Falah Arabic College sempre nella città di Kattankudy, dove un tempo l’islam predicato era quello “sufi”. Poi, dalla fine degli anni ’70 qualcosa è cambiato. Con il ritorno nello Sri Lanka dei primi immgrati in Arabia Saudita diventati ricchi con i petrodollari, vennero costruite moschee e scuole coraniche (madrasse) dove veniva insegnato ai giovani come mettere in discussione e respingere “la via sufi” e aderire alla corrente islamica più conservatrice rappresentata dal wahabismo- salafismo. Tra gli anni ’80 e ’90 la corrente dura e pura dell’islam si fece sempre piu’ numerosa e intraprendente nello Sri Lanka ed in partcolare sulla costa orientale, dove vennero erette moschee e dove trovarono spazio associazioni e fondazioni islmaiche non sempre cristalline nelle loro finalità. Impressionante il caso di Kattankudy che, con un’estensione di soli 3,9 km², vede la presenza di ben 45 moschee. Spicca l’ultima costruita: la Grand Jumma, decorata con mosaici blu e lettere arabe sulla cupola. Una copia fedele della moschea Al-Aqsa di Gerusalemme, terzo luogo santo dell’Islam.

 

Mohamed Aliyar

Mohamed Aliyar

 

Le violenze contro la comunità sufi

Nel raccontare le drammatiche ore degli attentati della Pasqua 2019, molti commentatori hanno descritto una comunità islamica (9,7% su 21 milioni di persone) sostanzialmente pacifica rispetto a quella “tamil”, scossa di continuio da violenze e riurgiti nazionalistici e settari. Il primo attacco contro i musulmani sufi da parte dei wahabiti-salafiti avvenne il 29 maggio 1998 con la spedizione punitiva alla moschea Badriya Jumma di Kattankudy, in cui venne ucciso l’imam Farooq Maulvi reo di non diffondere il verbo radicale dell’islam. Altro attacco fu nella città di Batticaloa il 31 ottobre 2004 alla moschea Irumbuthaikkan, dove per un caso fortuito nessuno venne ucciso. Ma fu il 2006 l’anno dell’esplosione del conflitto settario interno all’islam dello Sri Lanka. Nel 2006 si moltiplicarono gli attacchi alle moschee sufi, omicidi mirati e rapimenti si susseguirono in una società che nel frattempo era profondamente cambiata, compreso l’universo femminile. Sempre più spesso, le donne erano rinchiuse dentro le gabbie del burka o del velo islamico e fin dalla tenera età. La svolta ci fu nel 2010, anno che vide l’arrivo nello Sri Lanka di numerosi predicatori estremisti provenienti dall’Arabia Saudita, dall’Iraq, dal Pakistan e dall’Egitto. La loro presenza fece deragliare definitivamente l’esistenza di molti giovani musulmani poveri e senza istruzione, che finirono come carne da cannone nel “Siraq”. Gli errori dell’intelligence, la complicità di larghi strati della società e della politica cingalese sono putroppo ormai storia nota. Ma non detto che la storia non si ripeta ancora una volta.