Swaziland_Ambasciata_USA

Percorrendo una delle principali arterie stradali che collega Lobamba con la città di Manzini, in Swaziland, si incontra il Gables Shopping Centre affiancato da un imponente edificio ultramoderno che stona con lo sfondo dei monti Drakensberg, tipici di questa piccola nazione dell’Africa australe. Si tratta della nuova ambasciata statunitense inaugurata l’anno scorso. Posando gli occhi su questa enorme struttura sorge spontanea una domanda: perché gli Stati Uniti hanno costruito una sede diplomatica di tali dimensioni in una nazione così piccola e priva per loro di rilevanti interessi economici?

 

Il profilo dello Swaziland

Lo Swaziland è l’ultima monarchia assoluta d’Africa, si estende su un territorio poco più grande di quello della regione Lazio, senza sbocchi sul mare e incastonato tra Sudafrica e Mozambico. L’attuale re Mswati III, al potere dal 1986, governa su una popolazione di circa 1.200.000 persone. Il regno è un ex-protettorato britannico che si distingue per essere piuttosto pacifico. Infatti, non ha mai conosciuto una guerra o un conflitto interno, il che lo rende un caso raro nel continente africano. In parte ciò è dovuto al fatto che la popolazione dello Swaziland è composta dalla sola etnia Swazi, contraddistinta da un forte attaccamento alle tradizioni che legittimano la monarchia come forma di stato. Un tipo di potere spesso criticato dall’Occidente e dalle organizzazioni per la difesa dei diritti umani come Human Rights Watch, che accusano le istituzioni monarchiche di soffocare il pluralismo politico attraverso leggi repressive e la mancanza d’indipendenza del sistema giudiziario.

Swaziland_Scheda_Paese

 

Lo Swaziland è una nazione conosciuta soprattutto per le sue ricchezze naturali che attraggono il turismo sudafricano. La sua economia è basata sull’agricoltura, sulle esportazioni per lo più di canna da zucchero e mais, ma il suo territorio non possiede né giacimenti minerari né altre risorse di rilievo per il mercato internazionale. Dunque, quale potrà mai essere l’interesse statunitense nell’erigere un edificio così sproporzionato rispetto all’importanza geostrategica di questa piccola nazione?

 

Ruolo e interessi degli USA

L’ambasciata statunitense si trova nella valle di Ezulwini, la zona dove risiede la famiglia reale, a circa 10 km di distanza da Mbabane, la capitale amministrativa del regno. Il terreno che ospita la struttura, alla quale è severamente vietato scattare foto come sottolineano numerosi cartelli e telecamere a circuito chiuso piazzate all’esterno, equivale a quello di cinque campi da calcio. L’edificio appare chiaramente sproporzionato: è più grande di quello della rappresentanza diplomatica USA nel molto più influente vicino Sudafrica e non ha nulla da invidiare a quelle di Nairobi o Dakar.

Secondo il comunicato pubblicato dall’ambasciata americana al momento dell’inaugurazione, l’opera è costata ai contribuenti statunitensi 141 milioni di dollari e «rappresenta un simbolo dell’impegno durevole degli Stati Uniti in Swaziland e delle relazioni tra i due Paesi», oltre a permettere ai dipendenti «di lavorare in un ambiente sicuro e moderno».

Più volte interpellate sull’argomento, le istituzioni USA hanno risposto affermando che l’edificio rispetta i nuovi standard e le regole di sicurezza adottate dalle ambasciate americane, in particolar modo quelle africane, dopo gli attacchi terroristici di Nairobi e Dar es Salaam del 1998. Infatti anche a Maputo, nel vicino Mozambico, gli Usa stanno costruendo una nuova sede diplomatica che sarà effettivamente ultra blindata. Riflettendoci, però, qualche dubbio resta.

 

Possibile una nuova sede di Africom?

In molti, specie fra i vicini sudafricani, hanno iniziato a fare insinuazioni e ipotesi. Il giornale sudafricano Sunday Times già nel 2014, quando l’opera era ancora in costruzione, aveva ipotizzato che la struttura sarebbe potuta servire come nuovo centro di spionaggio e raccolta dati per l’intelligence statunitense nell’Africa australe.

AFRICOMUn reporter della stessa testata di Johannesburg era riuscito a scattare delle foto del cantiere che mostravano scavi molto profondi e che facevano pensare alla realizzazione di “piani sotterranei”. Un’ipotesi plausibile che può trovare giustificazione nei lunghi tempi di costruzione. Ciò ha alimentato altre illazioni come quella di Mopeli Moshoeshoe, professore di Relazioni Internazionali nell’Università Witwatersrand’s di Johannesburg, il quale sostiene che gli Stati Uniti stiano manifestando un nuovo e maggior interesse verso questa regione africana anche a causa della sempre più forte influenza della Cina. Per tale ragione, questa struttura, a suo avviso, sarebbe una diretta risposta nei confronti di Pechino.

«Con la Comunità di sviluppo dell’Africa meridionale che guarda sempre più a Oriente e il desiderio di autonomia dell’Unione Africana, gli Usa cercano di resistere […] Se volessimo speculare potremmo pensare che l’edificio in Swaziland sia una base distaccata di Africom», ha dichiarato il professor Moshoeshoe al Sunday Times riferendosi al Comando militare degli USA con sede a Stoccarda che dal 2008 è responsabile delle operazioni in Africa.

Altri opinionisti sudafricani si sono spinti oltre, domandandosi se il Dipartimento della Difesa americano non stia addirittura pensando di trasferire nel piccolo regno l’intero comando militare di Africom riuscendo così nell’intento originario di stabilire il quartier generale in territorio africano. Nel 2007 erano già circolate voci di questo presunto progetto che aveva alimentato, fra alcuni Stati africani, la competizione per ospitarne il quartier generale e l’ostruzionismo di altri, fra i quali il Sudafrica diell’ex presidente Thabo Mbeki, in carica dal 1999 al 2008.

A prescindere da ciò, quest’ipotesi appare però impossibile principalmente sul piano logistico. Basta dare un’occhiata alle Kelley Barracks di Stoccarda per capire che la base di Africom è ben più grande di cinque campi da calcio. In più gli Stati Uniti hanno già l’imponente base di Camp Lemonnier in Gibuti, e il Botswana potrebbe presto ospitarne un’altra. Sarebbero eventualmente questi due Paesi, e non lo Swaziland, a candidarsi per accogliere nel loro territorio il comando di Africom.

 

Lo Swaziland fuori dall’orbita cinese

Ciò non toglie, comunque, che in queste ricostruzioni vi sia qualcosa di fondato. Diverse fonti ascoltate da Oltrefrontiera News in Swaziland affermano che nei piani sotterranei dell’Ambasciata esisterebbero effettivamente delle “aree segrete”, una sorta di bunker. Una fonte istituzionale vicina all’ambasciatrice Usa Lisa Peterson, e che ha chiesto di rimanere anonima, ha confermato che i piani sotterranei sarebbero quattro e che gli Usa starebbero spostando qui una parte del sistema informativo. La stessa fonte sostiene, inoltre, che nell’ambasciata siano stati predisposti 250 posti letto per marines americani.

 

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Mswati III, re dello Swaziland

 

Il motivo per cui sarebbe stato scelto lo Swaziland è giustificato dalle buone relazioni tra Washington e la Monarchia swazi, di certo migliori rispetto ai rapporti con i vicini Sudafrica, Mozambico e Zimbabwe dove hanno progressivamente guadagnato terreno a suon di investimenti Pechino e Mosca.

Lo Swaziland, infatti, è l’unica nazione dell’area a non essere ancora entrata nella sfera d’influenza cinese principalmente per via delle sue antiche buone relazioni con la Repubblica di Taiwan, non riconosciuta dalla maggior parte dei paesi dell’Onu e, ovviamente, dalla Cina che ne rivendica da sempre la sovranità. Il regno Swazi dal 1968 ha sempre riconosciuto e sostenuto Taipei e attualmente è l’unico a farlo in Africa insieme al Burkina Faso.

 

Un’ultima ipotesi

A tenere banco, infine, è un’ultima ipotesi. Lo Swaziland nel 2014 è stato estromesso dall’AGOA (African Growth and Opportunity Act, il piano di collaborazione e assistenza economica e commerciale nei confronti dei paesi dell’Africa subsahariana), per via «dell’incompatibilità tra i valori statunitensi e quelli del sistema monarchico swazi che viola una serie di diritti dei suoi cittadini». All’epoca Washington aveva avanzato cinque richieste di riforme politico-sociali che, però, non erano state accolte completamente da Mbabane. La decisione ha messo in difficoltà la debole economia swazi, ma ultimamente circolano voci di una sempre più vicina sua riammissione nell’accordo: forse Mswati III ha barattato la presenza di un centro operativo Usa in cambio di un allentamento delle pretese di Washington? Ciò non è da escludere.

Fatto sta che nessuno, al momento, sa cosa avvenga realmente nella sede diplomatica Usa di Ezulweni. Eppure, basterebbe rispondere nel modo più logico a una semplice domanda per chiudere il cerchio: se gli Stati Uniti dovessero cercare un solo luogo stabile come “zona franca” in una regione in cui è sempre più radicata la presenza di Cina e Russia, dove poter installare i propri occhi e orecchie informatici, è innegabile che lo Swaziland farebbe proprio al caso loro.

Marco Simoncelli, corrispondente da Maputo, Mozambico

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