Teheran, reportage fotografico dall’Iran

Teheran, reportage fotografico dall’Iran

È la fine di un lungo pomeriggio di aprile, di una primavera piuttosto piovosa, e la giornata è particolarmente afosa e pesante. Così decido di passare le ultime ore di luce dentro all’Hamm Caffè, un locale alla moda nel cuore dell’aera universitaria di Teheran. Il Caffè, arredato con uno stile moderno, offre cibo discreto, buona musica, aria condizionata e soprattutto il Sacro Graal: il Wi-Fi. La clientela è composta da giovani tra i venti e i trent’anni in maggioranza studenti, molti stranieri, gli stessi gestori sono poco più che adolescenti. Mentre mi accingo a terminare la mia lasagna rivisitata in salsa persiana, vengo attratto da un gruppo di ragazzi che conversano tra loro in un mix di spagnolo, portoghese, inglese, cinese e fârsi (lingua ufficiale della Repubblica Islamica di origine indoeuropea con un alfabeto identico a quello arabo ma con quattro caratteri in più). La scena è piuttosto buffa, ma ne vengo completamente catturato e una volta compresa la situazione cosmopolita, prendo coraggio ed esordisco nella confusione della piccola Babilonia che si era creata all’interno del locale, con un semplice ma impattante «Salam, esme man Damiano ast». «Piacere, il mio nome è Damiano». Ero andato a colpo sicuro, sapevo che avrei ricevuto un caloroso abbraccio. Ero in Iran da circa venti giorni ma erano bastati per farmi comprendere la gentilezza degli abitanti.

Avevo catturato in particolare l’attenzione di una ragazza. «hablas español?», mi chiede con un insolito accento sudamericano. Le rispondo con un sonoro «claro que sí». La giovane donna, dalla voluminosa capigliatura nascosta a fatica dal velo, mi spiega che ha vissuto per un periodo in Venezuela con il proprio marito. Bastano solo pochi minuti di dialogo per rendermi conto che i due non hanno assimilato solo la lingua, ma anche la cultura del Paese latino. Durante la mia permanenza verrò inondato dal gruppo eterogeneo appena conosciuto con aneddoti e storie che mi aiuteranno a comprendere che dietro al rinomato fascino persiano, c’è una realtà molto simile alla nostra, fatta di problematiche e incertezze tipiche di molti giovani sparsi in tutto il mondo. Giovani che si ritrovano, dopo aver terminano gli studi, a lottare per guadagnarsi una posizione. Una generazione altamente istruita alla continua ricerca della propria identità. Mi spiegano che, nonostante l’elevato tasso di laureati, soprattutto tra le donne, oltre il 30% dei giovani è disoccupato e che le manifestazioni anti-governative iniziate a Mashhad nascevano principalmente per protestare contro le condizioni economiche e la corruzione. Non come venne riportato inizialmente dai media occidentali, cioè esclusivamente contro l’obbligo del velo. Una questione accesa, ma allo stato attuale non una priorità e soprattutto una battaglia non condivisa da tutte le donne iraniane.

Teheran è un città difficilmente riconoscibile dai propri monumenti, non ci sono molte architetture commemorative particolarmente iconiche che possano colpire a primo impatto un visitatore straniero. Fatta eccezione naturalmente per la Torre Azadi, eretta nel 1971 per omaggiare il 2500° anniversario della fondazione dell’impero achemenide, e per il moderno Tabiat bridge, punto di incontro per i giovani iraniani.

 

Ciò che viene fuori è la netta divisione della capitale, segno di una società estremamente oligarchica e caratterizzata da una distinzione gerarchica della collettività. A nord la zona più ricca e tranquilla, costituita da alti palazzi e ville che si arrampicano sulle montagne e verso il fresco, fuggendo dallo smog e dal caos. Un altopiano domina la città, da lì il paesaggio è ancora più disarmante, la città infatti, si mostra come un tentacolare agglomerato urbano capace di estendersi quasi a perdita d’occhio. A sud, invece, grandi e chiassosi Bazar, quotidianità delle periferie più povere composte da edifici bassi e polverosi.

 

Nel cuore diviso di Teheran una donna con il chador, coperta da capo a piedi, passa davanti alla porta chiusa di una moschea. A Teheran tutti i giorni donne velate con chador neri si mischiano a ragazze con piccoli foulard colorati.

È un venerdì di preghiera. L’atmosfera è completamente differente rispetto agli altri giorni. Non me ne accorgo dall’assenza di automobili, della folla, del caotico e chiassoso traffico, ma dallo sguardo serio e quasi assente dei vari passanti che mi capita di incrociare, dagli abiti più severi. Proseguo. Succede tutto molto rapidamente, in un batter d’occhio vengo circondato da tre uomini in motocicletta. «Give me the passport!», mi intima il più corpulento, accompagnando le sue parole con un gesto rapido e risoluto della mano. Afferra voracemente il mio documento. Come se non fosse sufficiente, di sottofondo il canto del Muezzin, che richiama i fedeli alla preghiera. Dopo una mia evidente esitazione, l’uomo sedudo nell’auto si qualifica come ufficiale. Consegno il passaporto, inizia così un’attesa che dura quasi una mezz’ora, fatta di continue e insistenti domande che avevano la finalità di capire il motivo della mia presenza in Iran. Capirò solo dopo che avevo di fronte un Pasdaran, ovvero uno dei noti “Guardiani della Rivoluzione”, famigerato gruppo paramilitare nato nel 1979 a difesa degli ideali della rivoluzione islamica.

Una donna dopo la funzione religiosa del venerdì passa di fronte a un murales dedicato alla guerra tra Iran e Iraq.

È una mattina insolitamente fredda quando entro nel palazzo che ospitava l’Ambasciata. L’edificio si mostra ancora più sinistro e tetro di quanto avessi immaginato, forse a causa della giornata particolarmente uggiosa. Il 4 novembre del 1979, in piena fase rivoluzionaria guidata da Ruhollah Khomeini, l’ambasciata USA venne assaltata da centinaia di studenti timorosi che gli Stati Uniti stessero architettando un nuovo ritorno dello Shāh. Come già accaduto nel biennio tra il 1951 e il 1953, dopo che Mohammad Reza Pahlavi fu messo in discussione dal primo ministro e quindi successivamente destituito e allontanato, per poi riprendere il potere nell’agosto del ‘53 grazie ad un colpo di Stato sostenuto dall’intelligence a stelle e strisce. Lo Shāh si trovava in quel momento a New York in un esilio concesso dall’amministrazione Carter. Il gruppo prese quindi in ostaggio, con l’appoggio dall’ayatollah, 53 membri del corpo diplomatico per 444 interminabili giorni, calpestando i principi del diritto internazionale, che prevedono l’immunità diplomatica e l’inviolabilità delle ambasciate.

 

Accadimenti che stravolsero per sempre i rapporti tra Washington e Teheran e influenzarono le sorti dell’inquilino della Casa Bianca di allora. Jimmy Carter perse consensi anche a causa della mala gestione della crisi degli ostaggi. Il repubblicano ed ex attore hollywoodiano Ronald Reagan avrebbe vinto di lì a poco le elezioni. L’edificio non sembra essere un luogo particolarmente frequentato. Tutto è rimasto come allora, quasi congelato. A testimonianza del forte sentimento anti USA, mai del tutto svanito ed alimentato anche da un senso latente di superiorità, trovo murales e poster sparsi per le mura della struttura. Immagini che stanno lì a ricordare la storia di un luogo che da molti iraniani fu definito all’epoca la “tana di spie”.

Il reportage fotografico dall’Iran è stato realizzato nel periodo tra aprile e maggio del 2018