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Niente carcere per i jihadisti fermati a Torino

Niente carcere per i jihadisti fermati a Torino

La notizia è pruriginosa. La procura di Torino non può eseguire le ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse per cinque tunisini indagati per terrorismo internazionale. La causa? Questioni procedurali: la procura aveva chiesto per loro gli arresti lo scorso 17 maggio, ma il giudice per le indagini preliminari ha respinto l’istanza il successivo 21 giugno. Il pubblico ministero ha quindi fatto ricorso al tribunale del riesame del Piemonte, che gli aveva dato ragione.

Ma gli arresti non possono essere eseguiti, perché gli indagati hanno ancora tempo per presentare ricorso in Cassazione. Dopodiché – ma solo se la Suprema Corte accoglierà l’istanza della procura – tali misure restrittive verranno applicate. Non si tratta di un vizio di forma, dunque, ma di un preciso iter legislativo che fa gridare allo scandalo. Eppure, in attesa di nuove leggi speciali antiterrorismo, vale il principio dura lex sed lex.

I cinque indagati sono sospettati di avere formato in Italia un gruppo collegato allo Stato Islamico. Tre di loro, in ogni caso, si trovano già agli arresti domiciliari per droga. Mentre altri due sono a piede libero: uno di loro è stato espulso nel 2016 e si ritiene sia andato a combattere in Siria, dove entrambi sarebbero poi scomparsi. Presumibilmente, morti in combattimento.

L’inchiesta era partita dal ROS dei Carabinieri: esaminando a fondo i social network (in particolare, il profilo Facebook di un tunisino residente a Torino con una serie di precedenti per spaccio di droga) dei tunisini, i militari avevano scoperto una rete di contatti tra gli indagati e alcuni miliziani del Califfato in Medio Oriente. Nella corrispondenza social, uno dei tunisini annunciava di voler compiere un attentato suicida in Italia, per vendicare la morte dei compagni caduti in guerra. Il soggetto aveva lasciato la sua residenza di Torino per trasferirsi in Toscana, dove poi è stato rintracciato e arrestato dai Carabinieri.

L’inchiesta era partita dal ROS dei Carabinieri: esaminando i social network dei tunisini i militari avevano scoperto una rete di contatti con il Califfato in Medio Oriente

Una storia che può spaventare l’opinione pubblica, ma che deve anche far riflettere sul senso della legge e della legalità percepita nel nostro paese. Di leggi in Italia ne abbiamo fin troppe e così di gabole atte a rimandare processi e sentenze il più a lungo possibile. Garantismo o inefficienza? La giurisprudenza, così come i media e i giornali, dibattono di questo argomento sin dalla notte dei tempi. Ma il recente fenomeno del terrorismo islamico, solo apparentemente fuori controllo (così poi non è, e lo dimostra la celerità con cui il ROS ha individuato questi soggetti), ha spinto questo dibattito fino al punto da chiedersi se ci possiamo sentire al sicuro da queste forme eversive e dall’incubo attentati.

La risposta non è semplice, e non c’è paese d’Europa che possa offrire una risposta adeguata alla domanda. Il che è specchio di un momento particolarmente delicato per la nostra pace sociale. Tuttavia, non deve sfuggire il fatto che le forze di sicurezza italiane hanno una forte tradizione nel controterrorismo. Tale per cui l’Italia mantiene il primato europeo nella prevenzione di questo genere di crimini. Ma, ahimè, ha anche il primato anche nelle lungaggini della giustizia.