Trump e la Groenlandia, perché?

Trump ci ha abituato a uno stile diplomatico eccentrico, ma l’idea di comprare la Groenlandia, dichiarata a metà agosto, ha molto più fondamento di quanto possa sembrare a prima vista. Innanzitutto, la Danimarca (che come vedremo ha sovranità sulla Groenlandia) ha preso la situazione molto sul serio, come dimostra la recente schermaglia diplomatica fra Trump e Copenhagen. Inoltre, giusto pochi giorni fa l’Amministrazione ha annunciato di volere riaprire un consolato in Groenlandia, mossa preceduta dalla firma, a giugno, di un Memorandum of Understanding di cooperazione nel settore minerario locale. In aggiunta, Washington ha già una presenza sul territorio, disponendo della base militare di Thule, costruita sin dal 1943. Molte mosse di Trump hanno fatto parlare di “svolte” radicali nella politica estera statunitense, ma uno sguardo alla storia può fare capire che spesso non si tratta di grosse novità (come nel caso delle spese degli alleati per la NATO, su cui Trump ha insistito con veemenza, ma non è il primo Presidente ad averlo fatto). Ebbene, nella storia USA ci sono diversi precedenti di acquisti territoriali, anzi una sostanziosa parte della loro espansione è avvenuta col denaro: nel XIX secolo gli USA acquistarono l’immensa Louisiana dalla Francia, la Florida dalla Spagna e l’Alaska dalla Russia. Ma non è tutto: Washington provò già due volte ad comprare la stessa Groenlandia, nel 1867 e nel “recente” 1946 con Truman.

Fig 1. La Groenlandia, isola più grande al mondo, è coperta quasi interamente di ghiacci

La Groenlandia, valutata approssimativamente 1.100 miliardi di dollari, è la più grande isola al mondo e conta 56mila abitanti. È una “nazione senza Stato”, dato che dispone di ampie autonomie, ma dipende per la politica estera e la difesa dalla Danimarca, che ne sussidia i due terzi del budget. Grazie a una legge del 2009 ha però il pieno diritto di convocare un referendum per l’indipendenza e c’è già un forte movimento separatista. La sua terra vanta risorse naturali di ogni tipo: petrolio, uranio, metalli preziosi e soprattutto le cosiddette terre rare, un gruppo di metalli essenziali nel mondo oggi, in quanto utilizzati per fabbricare conduttori, smartphone, computer, auto elettriche e anche mezzi militari ad alta tecnologia. Si stima che la Groenlandia ospiti una quantità di terre rare tale da soddisfare il 25% della domanda mondiale nei prossimi 50 anni. Nonostante questo enorme territorio sia per l’80% coperto da ghiacci e le sue preziose risorse si trovino a 3 chilometri di profondità, il riscaldamento globale ne sta rendendo più fattibile l’estrazione, consentendo anche l’apertura di nuove rotte commerciali nell’intera regione artica, anch’essa ricchissima di risorse. Si spiega così l’importanza economica e strategica della Groenlandia, che costituirebbe una testa di ponte ideale per proiettare potenza nell’Artico. E ovviamente le grandi potenze non stanno a guardare.

Fig 2. La Cina ha di recente costruito una nuova rompighiaccio, mezzo essenziale per la navigazione nell’Artico

Nonostante la distanza, la Cina è da tempo attiva nella regione, lavorando allo sviluppo di un “braccio artico” della One Belt One Road, la cosiddetta Via della Seta Polare: Pechino dispone ora di diverse navi mercantili nell’Artico e ha avviato una serie di progetti economici nella stessa Groenlandia, come la costruzione di aeroporti. In particolare, l’azienda cinese Shenge ha preso la guida dello sfruttamento della miniera di Knavefjeld, ricca soprattutto di uranio e terre rare. La Cina ospita già il 40% delle riserve di terre rare al mondo e ne vanta il 70% della produzione, perciò se mettesse le mani sulle risorse groenlandesi si assicurerebbe un predominio nel settore. Ed è qui che la partita si fa interessante e globale. Fino a tempi recenti, gli USA avevano considerato la Cina un fornitore benevolo, evitando di contrastare l’espansione di Pechino in Africa, sulle cui risorse ha ora una posizione di vertice. Washington teme dunque che possa ripetersi una situazione simile: la Groenlandia è povera e affamata di investimenti, e, se non riuscisse a ripagare i prestiti cinesi, Pechino potrebbe di fatto richiederne porzioni di territorio (come già accaduto nel quadro della “debt-trap diplomacy” applicata sui partner nell’iniziativa OBOR), cosa che gli USA non possono permettersi (si ricordi la base di Thule). Inoltre, siccome l’80% delle terre rare che gli USA importano proviene dalla Cina, c’è il concreto rischio che Pechino possa utilizzarle come “arma” nella guerra commerciale in corso, sospendendone le esportazioni. E’ dunque evidente come la questione Groenlandia si inserisca nel quadro del confronto globale sino-americano, coinvolgendo una regione, quella artica, che rivestirà un ruolo sempre più importante nel mondo di domani.

Di Antonio Pilati, Il Caffè Geopolitico

 

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