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Aidarous Al Zubaidi, leader del Southern Transitional Council (Consiglio di Transizione del Sud), è stato di parola. Lo scorso lunedì 22 gennaio da Aden aveva minacciato la destituzione del presidente dello Yemen Abd-Rabbu Mansour Hadi. Perentorio l’ultimatum lanciato dai separatisti: entro una settimana il presidente avrebbe dovuto rimuovere il primo ministro Ahmed Bin Daghr e i componenti dell’ufficio di gabinetto, accusati di essere corrotti e di aver tagliato fuori i rappresentanti del sud del Paese dalle scelte del governo.

Non avendo ottenuto risposte, il 28 gennaio i miliziani delle Southern Resistance Forces hanno imbracciato le armi avanzando verso le sedi governative, trasferite ad Aden dopo il golpe compiuto a Sanaa dai ribelli sciiti Houthi a inizio 2015.

Stando alle ultime notizie arrivate dal sud dello Yemen, i separatisti hanno preso il controllo di sette degli otto distretti della città. L’unico ancora in mano alle forze lealiste è il distretto settentrionale di Dar Saad. Ma la resa della Quarta Brigata, la guardia presidenziale di Aden, segna ormai a tutti gli effetti la supremazia dei separatisti che grazie ai raid dei caccia degli Emirati Arabi Uniti adesso hanno anche in pugno una base militare chiave situata nella città. Nelle ultimi tre giorni negli scontri con le forze regolari yemenite i morti sono stati oltre 35. La situazione è però destinata a peggiorare ulteriormente, come dimostra la decisione di Save the Children di sospendere le attività temendo per l’incolumità del proprio personale.

 

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L’esecutivo del presidente Hadi si sarebbe dissolto subito dopo i primi spari. La sera del 29 gennaio diversi ministri sarebbero infatti fuggiti via mare trovando rifugio a ovest rispetto al centro di Aden, nel distretto di Brega, in una base della coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita. All’interno del palazzo presidenziale Al-Mashaiq, situato lungo la costa, si troverebbero al momento solo pochi membri del governo, tra cui il primo ministro Ahmed Bin Dagher. Nessuna traccia del presidente Hadi, da tempo confinato a Riad.

L’alleanza tra il governo di Hadi e i separatisti del sud in chiave anti-Houthi ha iniziato a dare segni di cedimento nell’aprile 2017 quando il presidente ha licenziato il ministro Hani Bin Breik, esponente dei movimenti autonomisti del sud, e il governatore di Aden Aidarous Al Zubaidi (lo stesso che la settimana scorsa aveva lanciato la sfida al governo del presidente). In questi mesi gli Emirati Arabi Uniti hanno spinto per la scissione con l’obiettivo di fare della parte meridionale del Paese un loro protettorato. In questo modo Abu Dhabi punta a garantirsi il controllo dello strategico stretto di Bab el-Mandeb da dove, ogni giorno, transitano portacontainer e petroliere che dai mari dell’Asia risalgono il Canale di Suez per entrare nel Mediterraneo.

Resta da capire ora quale sarà la prossima dell’erede al trono saudita Mohammed bin Salman, il quale difficilmente si lascerà scavalcare nello scacchiere yemenita dal suo ormai ex alleato, il principe ereditario emiratino Mohammed Bin Zayed. Oltre agli Houthi, chi può approfittare di questa situazione nell’immediato per guadagnare ulteriore terreno sono i gruppi affiliati a ISIS e ad Al Qaeda. Se Riad e Abu Dhabi non troveranno un accordo, non sono da escludere giorni di violenza cieca. Come quelli del golpe fallito proprio ad Aden nel 1986, quando nel sud del Paese c’era ancora la Repubblica Democratica Popolare dello Yemen e il ruolo di presidente era ricoperto dal filosovietico Ali Nasser Mohammed.