La diminuzione della superficie di ghiaccio nell’Artico rende navigabile l’area. Tale fenomeno genera l’apertura di un nuovo continente con conseguenti necessità di difesa e di presidio locale, effetti sconvolgenti per le relazioni e per il commercio internazionale (dei quali l’80% sfrutta le vie marittime).

Le nuove rotte (attraverso il Passaggio a NordOvest e quello a Nord-Est) causano la corsa a nuove vie commerciali. Di fronte a tali prospettive strategiche ed economiche, appare inevitabile il riaccendersi delle contese sull’Artico. Anche se aumentano le prospettive di accordo per una politica di navigazione comune, Stati Uniti e Canada discutono dei diritti di navigazione nelle acque territoriali. Intanto, le variazioni climatiche generano nuove problematiche ambientali anche con i residenti locali. Lo stesso accade al controllo russo delle rotte.

Si rende quindi indispensabile un sistema di accordi specifici, tutelato dal Consiglio Artico e, se il riscaldamento persiste, nella regione artica si potrebbero avere estati senza ghiaccio già nei prossimi 20-40 anni. Tematiche che il Canada vuole affrontare con il dovuto impegno e rispettando le prerogative dello sviluppo sostenibile. Da tempo, il Paese si trova di fronte uno scenario globale dove sarà progressivamente più complicato e rischioso, ma per questo anche più remunerativo, giocare il tradizionale ruolo di media potenza. Questione urgente di portata globale, tra i capisaldi della campagna elettorale dei liberali, è appunto il cambiamento climatico. A più riprese, Trudeau ha definito il cambiamento climatico una minaccia esistenziale all’umanità, con le sue ripercussioni su vari livelli politici, locali e mondiali, e  a ragione dei pressanti aspetti economici e di sicurezza umana.

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Relazioni internazionali estremamente dinamiche, la correlazione tra un Artico maggiormente accessibile per clima e possibilità tecnologiche, le tensioni globali tra Washington e Mosca, senza dimenticare il protagonismo della Cina nella regione, rendono l’ambiente artico un’area maggiormente “contestabile” rispetto al passato.

Photo by Adam Scotti (PMO)

Ottawa è chiamata a dar prova di una leadership rinnovata, fondata sulla visione di un Artico canadese dinamico, prospero e sostenibile nei confronti del resto del Canada, così come nell’ambito internazionale, in modo da esprimere al meglio l’esercizio della sovranità. Il Canada, tuttavia, non ha sempre gestito la governance nel Nord in maniera uniforme, i risultati hanno mostrato una sorta di lentezza nell’adattamento alle sfide esterne ed interne. Laura Borzi, del Centro Studi Italia – Canada, ha ribadito:

«Dopo una fase di elaborazione durata almeno quattro anni, solo alla vigilia dell’inizio della campagna elettorale per le elezioni federali del 2019, il 10 settembre per la precisione, è uscito il nuovo documento Arctic and Northern Policy Framework (ANFP) che costituisce la piattaforma della politica canadese che dovrà orientare l’azione di Ottawa fino al 2030. Emanato dal Dipartimento della Corona per le relazioni Indigene e gli affari del Nord sostituisce la Strategia per il Nord (2009) e l’enunciato di politica estera dell’anno successivo. La tempistica ha suscitato qualche perplessità, poiché il documento avrebbe dovuto essere diffuso da tempo: Trudeau lo aveva promesso dopo l’elezione del 2015. La sua pubblicazione è poi avvenuta “in extremis”, senza essere preceduta da un annuncio ufficiale e senza, ad esempio, recarsi al Nord. Tuttavia, da una parte una mancata pubblicazione entro l’autunno 2019 si sarebbe tradotta in una promessa elettorale infranta, finendo per incidere in maniera negativa sul partito che aveva assunto l’impegno di rinnovare la politica artica. Dall’altra, anche una visibilità ostentata avrebbe potuto a sua volta essere oggetto di critica e strumentalizzata proprio in funzione della campagna elettorale. Indipendentemente dall’esito delle urne, che ha finito per premiare di nuovo i liberali, il lavoro avviato a livello comunicativo come nuovo approccio ai temi del Nord si potrebbe leggere come una sorta di messa in sicurezza del programma, come un’eredità da trasmettere a chiunque avrebbe avuto il compito di guidare il Paese in futuro».

Il governo si impegna dunque ad adottare nuove misure per migliorare e rinnovare le relazioni con i popoli autoctoni e farà del rispetto dei loro diritti il fondamento della propria azione, trovando anche nuove modalità con Prime Nazioni, Metis e Inuit, tramite meccanismi bilaterali permanenti di partenariato per far progredire le priorità comuni. Per colmare il divario socio-economico, la collaborazione tra tutti i soggetti, governi, organizzazioni autonome, Territori, Province si baserà sulla messa in atto delle azioni suggerite dalla Commissione di verità e riconciliazione del Canada, sulla Dichiarazione delle Nazioni Unite, sui diritti dei popoli autoctoni e su quanto elaborato nel vari momenti aggregativi delle comunità locali. Infine, le istituzioni canadesi faranno in modo che questi popoli abbiano capacità di concludere trattati e accordi con la Corona, gettando le basi di relazioni permanenti.

Il Canada si sta ritagliando un ruolo sulla scena globale: interlocutore internazionale in fatto di sostenibilità e di attenzione ambientale. L’Amministrazione Trudeau sta ribadendo la volontà di voler includere nel processo le comunità autoctone presenti nella regione. Una visione di tutela delle minoranze che lancia un percorso singolare del paese in tema di diritti, ambiente e tutela dell’ecosistema.