Dopo dieci anni di avverse condizioni “meteorologiche”, sembra essere tornato il sereno nel vecchio continente. Tuttavia, è evidente che la crisi, o meglio, le numerose crisi abbiano messo in ginocchio l’Eurozona a causa delle sue deficienze istituzionali e della scarsa convergenza al suo interno. Gli strascichi che queste perturbazioni hanno lasciato dal punto di vista finanziario, macroeconomico e politico impongono un’urgente revisione dell’attuale assetto dell’area. Come ha ricordato lo scorso settembre nel suo discorso sullo stato dell’Unione il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, «dobbiamo completare i lavori della casa europea finché splende il sole», cioè in questo 2018.

Nell’attesa che a Berlino si sciolga il nodo di una nuova Grosse Koalition e l’asse franco-tedesco possa costituirsi come pilastro di un necessario cambiamento dell’area dell’euro, un gruppo di quattordici economisti, non a caso francesi e tedeschi, ha presentato lo scorso 17 gennaio un importante rapporto, Reconciling risk sharing with market discipline: A constructive approach to euro area reform, pubblicato dal think tank Center for Economic Policy Research. In questo lavoro viene proposto un pacchetto di riforme per rendere l’Eurozona un’unione monetaria ottimale e pienamente funzionante.

Come indica lo stesso titolo del contributo, l’intento degli autori è quello di trovare un adeguato ed efficace bilanciamento tra disciplina di mercato a livello nazionale e meccanismi di attenuazione delle crisi a livello europeo. In questo modo si dovrebbe realizzare un equilibrio politico tra le posizioni apparentemente contrapposte dei due maggiori “azionisti” dell’Eurozona: da un lato, la volontà del presidente francese Emmanuel Macron di avviare un’integrazione più profonda e creare strumenti flessibili di condivisione dei rischi e di stabilizzazione all’interno dell’area e, dall’altro, l’intransigenza teutonica nell’imporre a tutti i singoli membri una più sana, prudente e responsabile condotta fiscale di riduzione dei rischi e con limitate concessioni a livello comunitario.

 

L’Eurozona è ancora vulnerabile

Nonostante la ripresa sia forte e generalizzata, occorre curare i gravi mali che tutt’oggi permangono tra i Diciannove. In primis, esistono ancora rilevanti falle nell’architettura finanziaria unitaria, in particolare il legame eccessivamente stretto e potenzialmente catastrofico tra Stati membri e banche, detentrici di una grossa fetta dei debiti sovrani. Come la storia recente insegna, tensioni estreme nel sistema bancario producono effetti disastrosi sull’economia reale e costringono i governi a realizzare una serie di disavanzi di bilancio e un indebitamento vertiginoso. Se si materializza il rischio di insolvibilità, la conseguente perdita di valore dei titoli di Stato destabilizza gli istituti di credito particolarmente esposti sul lato degli attivi e inasprisce ulteriormente la situazione di crisi.

Altre criticità da affrontare sono l’incompletezza dell’Unione bancaria, l’assenza di un’unione dei mercati dei capitali, gli elevati livelli di debito pubblico e di crediti deteriorati (prestiti che il debitore non riesce a rimborsare dopo un periodo di tempo determinato, con possibili ripercussioni sulla redditività e sulla liquidità delle banche che li hanno erogati) nei Paesi membri del Sud.

In secondo luogo, pesano le lacune del corpus di norme fiscali del Patto di stabilità e crescita: esse si sono rivelate complesse, scarsamente flessibili a seconda delle fasi del ciclo economico e per nulla credibili sul piano sanzionatorio nell’incentivare gli Stati a tenere i lori conti pubblici in ordine e ad avviare riforme strutturali indispensabili.

Da ultimo, proprio la rigidità delle regole fiscali e la mancanza di una definita e trasparente procedura di aiuto a uno Stato membro insolvente hanno minato la coesione politica dell’Unione e hanno generato ampie sacche di anti-europeismo.

 

Il piano di riforme

Secondo i quattordici economisti, sono tre gli ambiti dell’Eurozona in cui è urgente intervenire. Sul piano finanziario, al fine di ridurre il circolo vizioso tra rischio sovrano e rischio bancario, si propone l’introduzione del terzo pilastro dell’Unione bancaria, ovvero il sistema europeo di assicurazione dei depositi: questo strumento di condivisione dei rischi garantirebbe una diffusa fiducia dei depositanti indipendentemente dal Paese membro in cui gli istituti di credito risiedono. In aggiunta, si considera la creazione per le banche di incentivi non tanto a ridurre, quanto a diversificare la dotazione di titoli pubblici nei loro bilanci, evitando di concentrare il rischio e di accollarsi gran parte del debito del proprio o di un altro Stato.

Sul versante fiscale, semplificare il contenuto e l’implementazione delle norme è prioritario. L’idea avanzata è quella di spostare il vincolo di politica fiscale dal deficit strutturale al tasso di crescita della spesa, maggiormente stabile e osservabile, perseguendo un livello-obiettivo di debito pubblico nel lungo periodo. Successivamente, si affronta il tema di quali strumenti mettere in campo nell’eventualità che uno Stato membro si trovi sull’orlo del default o vittima di uno shock asimmetrico (si tratta di un turbamento che colpisce solo la domanda e/o l’offerta di un Paese o di una regione all’interno dell’Unione e che, in assenza di dispositivi di aggiustamento che rimpiazzino gli abbandonati tassi di cambio nazionali, può portare a uno squilibrio persistente). Nel primo caso, è fondamentale rafforzare il meccanismo di ristrutturazione del debito come extrema ratio, contenendone le turbolenze economico-finanziarie e definendone un quadro legale preciso; nel secondo caso, si propongono l’attivazione di un fondo di riassicurazione che assorba le perdite e la possibilità di prestiti “straordinari” a basso costo da parte del Meccanismo europeo di stabilità (MES).

A livello istituzionale, per prima cosa, occorre delimitare in maniera chiara e trasparente il ruolo di supervisore e quello di giudice della materia fiscale e del coordinamento delle politiche macroeconomiche tra Commissione europea, Eurogruppo, Comitato consultivo europeo per le finanze pubbliche e MES.

Scrivere che solo il tempo, peraltro stretto, potrà dire quante e quali proposte di riforma verranno accolte ed implementate a Bruxelles sarebbe fuorviante. Infatti, nasconderebbe una palese necessità: tutti i leader dei Diciannove, Italia compresa, dovranno essere capaci di esprimere una visione comune in senso unitario per rilanciare la moneta unica.

di Roberto Italia – Il Caffè Geopolitico