Francia_foreign_fighters

Secondo l’Ufficio francese per la protezione dei rifugiati e degli apolidi (OFPRA, Office français de protection des réfugiés et apatrides) più di 100.000 persone hanno fatto richiesta d’asilo in Francia nel 2017, un aumento del 17% rispetto all’anno precedente. Uno dei principali Paesi d’origine di queste persone è l’Afghanistan. Si stima che l’83% degli afghani che ha fatto richiesta d’asilo in Francia abbia poi ottenuto lo status di rifugiato. Ma quante di queste persone è collegata direttamente a cellule jihadiste o ad ambienti del radicalismo islamista? Ecco qualche numero che può aiutare a fare chiarezza.

Stando alle ultime rilevazioni, i jihadisti europei andati a combattere in Siria e Iraq negli ultimi tre anni e mezzo sarebbero stati tra 3.922 e 4.294. Di questi, secondo le Nazioni Unite, 1.500 sarebbero rientrati in Europa. La maggior parte si troverebbe allo stato attuale nel Regno Unito (circa 400) e, per l’appunto, in Francia (271 dei 1.190 partiti).

 

Il fallimento dei centri di deradicalizzazione

Ma non solo. La Francia è si attesta infatti come il Paese europeo con il maggior numero di convertiti all’Islam radicale. Il governo di Francois Hollande prima, e quello di Emmanuel Macron adesso, stanno puntando molto sui centri di deradicalizzazione. È una soluzione che, però, non ha prodotto finora i risultati sperati. E per la Francia, già nel breve e medio periodo, sarà un problema da affrontare di non poco conto.

 

 

Stando agli ultimi dati forniti dal ministero della Giustizia transalpino, al momento sono almeno 500 i musulmani detenuti per reati con finalità di terrorismo e altri 1.200 i criminali comuni identificati come islamisti radicali. Entro il 2020 il 60% di queste persone uscirà dal carcere. Confidare in un loro graduale reinserimento in società appare quantomeno improbabile.

 

 

L’Europa che fa?

Negli ultimi anni, l’UE ha dovuto tener conto della necessità di allineare le legislazioni nazionali dei Paesi membri al mutamento della minaccia terroristica. Va interpretata in quest’ottica la nuova direttiva 2017/541/UE, approvata il 15 marzo 2017 dal Parlamento europeo e dal Consiglio dell’Unione Europea. Con la direttiva sono state introdotte adeguate disposizioni di diritto penale rispetto al fenomeno dei foreign fighters. Nella fattispecie, sono stati qualificati come reati i viaggi da o verso l’UE, così come al suo interno, per fini terroristici, il reclutamento e l’addestramento di nuove leve jihadiste.

 

 

Tutti gli Stati membri dell’UE dovranno conformarsi alla direttiva entro l’8 settembre 2018. È un primo passo verso l’auspicata formulazione di una risposta comune da parte dell’Europa nei confronti del terrorismo jihadista. Un passo necessario soprattutto ora che il Califfato in quanto Stato si è praticamente dissolto, e molti tra i “superstiti” saranno spinti a rientrare nei Paesi d’origine e immolarsi per Abu Bakr Al Baghdadi.