Il Parlamento turco giovedì 2 gennaio ha approvato a larga maggioranza la mozione per l’invio di truppe in Libia a sostegno del governo di Tripoli (GNA) guidato dal premier al Serraj. Hanno votato a favore della mozione il partito del presidente Tayyip Erdogan (Akp) e quello alleato dei nazionalisti (Mhp), tutti i principali partiti all’opposizione hanno votato contro. I sì sono stati 325, a fronte di 184 no. Il voto del Parlamento turco è considerato per certi versi simbolico ma peggiora comunque la situazione in Libia perché dà mandato ad Erdogan di inviare truppe nella guerra che il governo di Tripoli, riconosciuto dalla comunità internazionale, combatte contro le milizie dell’Esercito nazionale libico (LNA) del generale Khalifa Haftar, in un contesto degenerato ormai un conflitto regionale. Lo scopo della Turchia è esercitare pressioni sulle potenze che sostengono Haftar: Russia, Egitto ed Emirati arabi e Arabia Saudita, e allargare la sfera di influenza turca nel Mediterraneo orientale. Non a caso l‘Egitto ha condannato con forza il piano di Erdogan. «Ankara vede il proprio coinvolgimento in Libia come il simbolo del suo nuovo status di potenza regionale. L’idea è questa: per sedere al tavolo insieme alle potenze che contano è necessario essere presenti sul terreno», ha commentato al Guardian Aslı Aydıntaşbaş dell’European Council on Foreign Relations.

Il 26 dicembre scorso Erdogan aveva annunciato un piano finalizzato appunto a inviare truppe a sostegno del governo di Tripoli. La Turchia ha firmato un accordo con il governo di al Serraj che consente ad Ankara l’invio di esperti e personale militare, oltre che di armi, nonostante l’embargo imposto dalle Nazioni Unite, violato anche da altri attori internazionali. Come ha spiegato l’analista Michela Mercuri: «La Turchia si sta sostituendo ad al Sarraj nella gestione del conflitto perchè il premier è considerato troppo debole per gestire una guerra della portata attuale. La forza che si trova ad ovest e che si oppone ad Haftar è composta prevalentemente dai Fratelli Musulmani e dunque da tutti quegli Stati che sono considerati vicini alla Fratellanza Musulmana, ovvero Turchia e Qatar.  La Turchia ha infatti l’interesse di favorire la Fratellanza Musulmana di Tripoli e dintorni, che era messa a rischio dall’avanzata del generale della Cirenaica. Lo spazio vuoto lasciato dall’Italia ad ovest, quindi nel sostegno ad al Sarraj, è stato prontamente riempito da Ankara che ha firmato un accordo di ferro con il governo di Tripoli sia per una maggiore collaborazione militare sia per la creazione di zone economiche esclusive tra Turchia e Libia. L’accordo potrebbe inoltre favorire le esplorazioni turche in termini di gas e risorse». 

«Non ci sono cifre ufficiali, ma negli ultimi tempi lo stesso Erdogan aveva accennato alla disponibilità di spedire almeno 5.000 soldati regolari. A loro è stimato possano venire affiancati sino a 1.600 volontari-mercenari siriani arruolati tra i miliziani sunniti emigrati a partire dal 2011 in Turchia per fuggire alla repressione di Bashar Assad e già utilizzati come elementi combattenti da Erdogan per affrontare i curdi nelle enclave siriane di Afrin e Rojawa. Per ora il mandato della forza di spedizione è limitato ad un anno. Ma in ogni momento potrebbe venire prorogato», scrive Lorenzo Cremonesi sul Corriere della Sera.

 

Peter Kirechu

 

Il flusso di armi e militanti dalla Turchia a sostegno del governo di Tripoli

A partire dal 4 aprile del 2019 il governo di Tripoli ha dovuto fronteggiare una lunga offensiva condotta dalle forze di Haftar. Questa indagine approfondisce la questione dell’invio di militanti e armi verso la Libia. Alcuni giorni dopo l’avvio della campagna militare di Haftar contro capitale libica, sui social network, compreso Twitter, sono comparsi post che alludevano al possibile invio di ribelli siriani dentro e fuori la capitale. Alcuni analisti e osservatori internazionali hanno identificato aerei in transito dalla Turchia alla Libia sospettati di trasportare armi illegalmente. Tra questi velivoli ci sarebbe anche uno della compagnia moldava Aerotranscargo, che compare in un report di un panel di esperti delle Nazioni Unite tra le varie compagnie di trasporto collegate a possibili trasferimenti illeciti di armi in Libia. L’inchiesta passa in rassegna i dati e i registri delle compagnie e svela l’architettura logistica esistente tra Europa orientale, Turchia ed Emirati che per anni ha permesso la consegna e il trasferimento di armi, equipaggiamento bellico e personale militare verso la Libia. Un vero e proprio ponte aereo possibile grazie all’uso di velivoli commerciali. Le inchieste delle Nazioni Unite avevano già riscontrato legami tra alcune compagnie aeree per il trasporto di merci operanti tra Libia, Europa orientale, Turchia ed Emirati, senza però svelare del tutto la relazione tra questi soggetti. L’inchiesta si concentra in particolare su una compagnia: la Global Aviation and Services Group (GASG), fondata a Tripoli nel 2003 con uffici a Benghazi e Istanbul, che ha poi cambiato nome. La compagnia operava tra Istanbul, Tripoli, Benghazi, Dubai, e varie destinazioni in Africa, nello specifico Njdamena (Chad). Il sito della compagnia GASG riferiva di voli tra il Sabiha International Airport in Turchia e l’aeroporto di Mitiga in Libia.

PHOTO: Anadolu Agency