Kosovo_Islam_radicale

L’ultima espulsione per terrorismo dall’Italia, con decreto del ministro degli Interni Marco Minniti, è avvenuta lo scorso 28 dicembre. Si è trattato di un cittadino del Kosovo residente nella provincia di Bolzano. È stata la 105esima espulsione effettuata in tutto l’arco dello scorso anno nel nostro Paese. Un numero impressionante (nel 2016 erano state 66 ) che porta a 237 gli allontanamenti forzati eseguiti tra il 2015 e il 2017 che hanno coinvolto soggetti gravitanti negli ambienti dell’estremismo religioso islamico. I foreign fighters monitorati, invece, sono stati 129 (42 deceduti e 24 rientrati in Europa) contro i 116 del 2016 (34 deceduti e 20 rientrati in Europa) per un +11%.

L’uomo espulso il 28 dicembre è stato imbarcato dal Viminale sul primo volo diretto per Pristina. La sua identità non è stata resa nota. Di lui si sa che ha combattuto in Siria tra il 2014 e il 2015, che è un fervente sostenitore del “macellaio del Balcani” Lavdrim Muhaxheri (alias Abu Abdallah Al-Kosovi) e che aveva solidi legami con cellule terroristiche in Kosovo con le quali aveva condiviso piani per compiere azioni terroristiche anche in Italia.

Il terrorista era collegato con altri foreign fighers kosovari andati a combattere in Siria e in Iraq, alcuni dei quali sono ancora in Medio Oriente. Era attivo anche sui social network dove seguiva la pagina Facebook della “Rinia Islame Kacanik”. A prima vista l’organizzazione sembrerebbe un ente islamico con scopi benefici, anche se la pubblicazione di alcuni video rivela la sua vera natura. In uno di questi compare il kosovaro Rexhep Memishi, uno dei più violenti e pericolosi predicatori salafiti, condannato nel 2016 a sette anni di reclusione in carcere per reati connessi al terrorismo.

Oltre a Memishi originari del Kosovo sono anche i predicatori itineranti salafiti Shukri Aliu, Zeqirja Qazimi, Shefqet Krasniqi (più volte arrestato e particolarmente attivo in Svizzera), Mazllam Mazllami (molto attivo in Italia), Ridvan Haqif, Zekirja Qazimi, Ridvan Haqifi.

Si deve a questi e ad altri predicatori l’attecchimento del Jihad in Kosovo, un “virus” propagato in centinaia di moschee (più di 800) costruite in pochi anni grazie ai finanziamenti erogati da “oblique” fondazioni del Golfo Persico. Così, anche per effetto della pesantissima crisi economica, dell’aumento della disoccupazione (oggi a circa il 60%) e della conseguente mancanza di prospettive, è stato facile per questi predicatore fare breccia nelle menti di molti giovani kosovari, in particolare quelli lontani dai centri urbani.

La loro martellante propaganda ha contribuito al poco edificante record di foreign fighters in rapporto alla popolazione (1,8 milioni di abitanti) detenuto dal Kosovo. Secondo il Kosovar Center for Security, sono 320 i combattenti kosovari partiti negli ultimi anni per Siria e Iraq, di cui 40 donne. Di questi ne sono rientrati in patria 120, quasi tutti attualmente in carcere. Circa 70 sono invece ancora in Medio Oriente, mentre gli altri sono quasi certamente deceduti in battaglia.