Imprese italiane in mano alla Cina

Chi pecora si fa il lupo se la mangia. L’Italia, tra politiche fiscali deflattive e ben 168 tavoli di crisi aperti finora al Ministero dello Sviluppo Economico, oltre al caso Mittal-Arcelor irrisolto, ma che è, comunque, il manifesto della deindustrializzazione italiana, diventa un boccone appetitoso per gli investitori esteri. La Cina, per esempio.

La Forever Sharing, controllata dal gruppo Zhonglu di Shangai, ha comprato una quota rilevante di Helbiz, società italiana, ma con sede a New York e uffici a Milano, Belgrado, Madrid e Singapore. Si occupa, la Helbiz, di tecnologie evolute per la mobilità urbana e di veicoli elettrici intelligenti. Poi c’è la Candy, gli elettrodomestici che hanno caratterizzato il nostro irripetibile boom economicoceduti ai cinesi di Qingdao Haier per 475 milioni di Euro. Candy era un’azienda sana, che faceva concorrenza ai grandi marchi europei del “bianco”, come si chiama in gergo il settore degli elettrodomestici, ma è stata venduta sull’unghia. I cinesi si sono poi presi la Berloni, azienda di cucine, e anche la Ferretti, la grande boutique degli yacht di lusso che era ormai azzannata dalle banche.

Manca ancora, in Italia, lo dico tra parentesi, una sorta di Mediocredito che si occupi di Piccole e Medie Imprese, le banche “normali”, spesso in mano a dei ragioneri da commedia all’italiana, non sono adatte a finanziare le aziende familiari. Al momento buono ti revocano il credito, e tutto va a ramengo. Chi ha salvato Ferretti, una straordinaria azienda, è stata la Shingweichai, che ne acquisito il pacchetto di maggioranza. La CIFA, azienda di betoniere e macchine per l’edilizia, è stata anch’essa rilevata dalla Zomlion, un grande gruppo del settore, ma, ovviamente, cinese.

Per il settore grandi imprese, c’è la nuova attività in Italia di State Grid International SGID, che è la finanziaria di State Grid, la società pubblica che possiede le reti dell’energia in Cina, che, essendo già nella nostra CDP, Cassa Depositi e Prestiti, ha acquisito anche il 35% della finanziaria delle nostre reti energetiche elettriche, la CDP Reti Spa. Una quota che vale, peraltro, 2101 milioni di Euro.
La “Plati Elettroforniture” della zona di Bergamo, una delle PMI più innovative per le reti elettriche e le apparecchiature di settore, è stata acquisita dallaShenzhen Deren Electronic, poi c’è anche la “Compagnia Italiana Forme Acciaio” di Senago, che è stata comprata da Changsha Zoomlion Heavy Industry, mentre la storica Benelli, motocicli e motociclette, è stata rilevata dal Qijanang Group.

Anche le penne stilografiche sono passate alla Cina: la OMAS di Bologna è andata allaXinyu Hengdeli, mentre la Sixty, azienda di abbigliamento di Chieti, è passata alla Crescent Hydepark, e ancora la “Pinco Pallino”, altra fabbrica di abbigliamento, nella bergamasca, è passata nelle mani di una società di investimenti cinese, la Lunar Capital. La Caruso, abiti da uomo di alta gamma, è andata alla Fosun International, poic’è la Fosber, fabbrica di imballaggi di Lucca, capitale mondiale della carta igienica e delle macchine che la producono, ma anche la Fosber fa macchine per imballaggio. La Fosber, comunque, è stata comprata da Guangdong Dong Fang.

Arrivano oggi anche le grandi acquisizioni, oltre le PMI. La Shangai Electric Corporation ha comprato, già nel 2014, il 40% di Ansaldo Energia, e la People’s Bank of China (che non è la banca di emissione di Pechino) ha il 2% in Mediobanca, in ENEL, in ENI in Telecom Italia, in Generali Assicurazioni e in Prysmian, azienda di cavi per bassa e altissima tensione. La SALOV, storica azienda del food italiano, con gli oli dei marchi Sagra e Filippo Berio, e anche qui abbiamo a che fare con un gruppo di origine lucchese, è leader nel mercato Usa e in Gran Bretagna. La Salov è oggi passata alla cinese Bright Food.

La Deren Electronic, poi, ha acquisito il 60% del capitale di Meta System, una azienda reggiana che si occupa, sempre sul mercato internazionale, di sicurezza passiva delle auto, e-mobility e telematica, ma sempre per gli automezzi. La cinese Foton Lovol ha comprato la Goldoni di Carpi, nella provincia di Modena, antica produttrice del trattore, che vediamo anche nei vecchi film con Peppone (che non sarebbe stato d’accordo) e Don Camillo, “Universal”. E pensare cha la Banca Popolare di Lajatico, la mia banca preferita a Pisa, è stata fondata nel 1884 dal vecchio medico condotto del paese, Guelfo Guelfi (da non confondere con il nostro autore di alleo.it) per comprare un trattore in cooperativa.

Poi c’è stato l’acquisto cinese di ARBOS, fabbrica piacentina, sempre di trattori, e si può dire che i lavoratori della bassa padana sono semplicemente passati, in questo caso, dall’Unione Sovietica alla Cina comunista. Tutte le acquisizioni nel settore trattoristico italiano, da parte dei cinesi, sono state effettuate attraverso la Lobs Arbor Group di Calderara Reno, che è un comune della cinta metropolitana di Bologna. Nel 2014, la Wanbao Group Compressor aveva inoltre rilevato la ACC, leader mondiale dei compressori per frigoriferi, da anni in amministrazione controllata. Già nel ferale 2014 sono passati in mani cinesi i carrelli elevatori di OM, azienda creata dal tedesco Hans Still a Lainate, ma controllata dalla tedesca Kion, e ormai globalizzatasi da sola.

L’acquirente dalla Cina è stato sempre lo Shandong Group. La banca dei farmacisti, la FARBANK, nata nel luglio 1997 per sostenere il particolare business delle farmacie, pubbliche e private, con i capitali della Cassa di Risparmio di Bologna e di altre banche locali dell’area emiliana, poi controllata dalla Popolare di Vicenza, è stata acquisita dalla cinese New Seren Appennines, al 70,7% del capitale sociale.
La Moto Morini, una parte importante nella storia della motorizzazione leggera italiana, storica azienda di Trivolzio, Pavia, ma alle porte di Milano, è stata recentemente comprata al 100% dalla Zhongnheng Vehicle Group.

In totale, sono 730 le aziende italiane, grandi e piccole, che sono controllate da circa 300 gruppi cinesi o di Hong Kong, ma si tratta spesso società esterovestite con capitali cinesi. L’Italia è stata oggetto di investimenti cinesi (e di Hong Kong) per 16,2 miliardi di euro, dal 2000, ma il nostro Paese è solo terzo nella classifica dei Paesi recettori di capitali cinesi e di investimenti produttivi da Pechino: prima viene la Gran Bretagna, dove sono in costruzione due centrali nucleari con capitale e tecnologia cinesi, e poi la Germania.
I cinesi stanno comprando PMI italiane di alta qualità, qualcuna magari in crisi, mentre il governo Conte 2 sta dando il segnale certissimo dell’abbandono, da parte degli investitori esteri, del mercato italiano.  Il caso Arcelor-Mittal, messo nelle mani di una ragazza che prima faceva la commessa in un negozio di moda, è un segnale chiarissimo. Uno vale uno un cavolo. E i cinesi continueranno le loro acquisizioni, sempre nei settori più vivaci e qualificati della produzione italiana.

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