Libia, l’Italia cerca di salvare il petrolio e la faccia

«È solo marketing mediatico» per gettare «fumo negli occhi». Come era ampiamente prevedibile, l’Esercito Nazionale Libico, attraverso il suo portavoce Ahmed al Mismari, ha respinto con forza l’annuncio di un cessate il fuoco in Libia fatto nei giorni scorsi dal primo ministro del Governo di Accordo Nazionale Fayez Al Serraj e dal presidente del parlamento di Tobruk Aguila Saleh. In attesa di capire se e quali saranno le condizioni per trattare poste dal generale della Cirenaica Khalifa Haftar, ecco un’interessante intervista rilasciata da Michela Mercuri, docente di Storia Contemporanea dei Paesi mediterranei ed esperta di Libia e coautrice del libro Il mondo dopo lo Stato Islamico di Paesi Edizioni, a Zero Zero News.

«Apparentemente questa pace potrebbe diventare sostanziale e duratura. Molto dipenderà dal ruolo degli attori esterni, in modo particolare della Turchia che sostiene al Serraj, dell’Egitto e degli Emirati Arabi Uniti che finanziano e armano il generale Kalifa Haftar. Molto dipenderà da quanto vorranno impegnarsi per una stabilizzazione. Stabilizzazione che sicuramente conviene a tutti perchè è legata alla ripresa, o meglio alla promessa della ripresa della produzione del greggio da parte del generale Haftar. Petrolio che potrebbe fare da apri pista ad una pace condizionata dalla suddivisione delle royalty fra Cirenaica e Tripolitania. Potrebbe rappresentare l’inizio di un percorso di riconciliazione delle fazioni libiche», spiega Mercuri.

Per quanto concerne, invece, gli spazi di manovra dell’Italia, secondo la Mercuri il nostro Paese «potrà avere un ruolo piuttosto marginale soltanto se riuscirà a ritrovare una visione di politica estera, facendo perno sugli unici due capisaldi che ci restano in Libia: l’ambasciata a Tripoli e gli assist dell’Eni. Da molti mesi il nostro Paese ha abbandonato il dossier libico, lasciando campo libero alla Turchia, che ha inviato ad al Serraj soldati e armi per fronteggiare l’avanzata delle milizie del generale Haftar. Dunque Serraj ha un grande debito con la Turchia, tanto che ceduto ad Ankara la strategica base militare di Misurata che consente ai turchi di avere proiezione di forza non solo nel Mediterraneo orientale ma anche in tutto il nord Africa».

«Dietro le quinte gli Stati Uniti sono stati i protagonisti ed insieme la longa manus degli accordi di pace fra Saleh e al Serraj – prosegue l’esperta – Washington ha lasciato fare alla Turchia perché è un paese Nato che ospita  basi militari strategiche per gli Usa ed ha sfruttato anche l’intesa con gli Emirati Arabi Uniti sfociata nel recente accordo con Israele per convincere Haftar a rientrare nei ranghi e ad accettare l’intesa».

In questo scenario in continua evoluzione, fondamentale sarà capire quale sarà la prossima mossa di Haftar. Secondo la Mercuri, il generale «rimane sul campo e mantiene importanti rapporti con l’Egitto e la Russia, ma in questo momento preferisce mandare avanti il presidente del Parlamento di Tobruk. L’unica incognita riguarda la prosecuzione della contrapposizione fra Turchia e Emirati Arabi Uniti. Contrapposizione che potrebbe tornare a fare leva sul ruolo di Haftar».

Battute conclusive, infine, sulla strategia di chi dall’esterno ha finora deciso l’andamento di questo conflitto, ovvero Russia, Turchia ed Egitto. «Pur su fronti contrapposti tutti e tre hanno interesse ad avere una Libia quanto più pacificata possibile, per riprendere la produzione petrolifera, ampliare la presenza di basi e dei rispettivi contingenti militari e per quanto riguarda la Turchia, gestire i flussi migratori per ricattare l’Italia e l’Europa».