L’uomo forte e il primo ministro debole è il paragone più attinente fra il generale Khalifa Haftar e Fayez al Serraj. Il primo comandante dell’autoproclamato esercito libico che controlla gran parte della Cirenaica ed il secondo presidente e premier del governo di unità nazionale a Tripoli. Haftar dopo aver conquistato Bengasi, seconda città del paese, avanza con qualche difficoltà anche nel sud e ha cellule pure nella capitale, dove fra gli ex seguaci di Gheddafi è visto come una speranza per il futuro. Serraj, all’inizio fortemente voluto dall’Italia, è sbarcato a Tripoli il 30 marzo 2016 grazie all’appoggio internazionale e di forze islamiste come Rada, una milizia salafita oggi integrata nel ministero dell’Interno. Dopo due anni le aspettative riposte nel nuovo governo sono crollate grazie alla crisi economica e alla svalutazione del dinaro, i black out elettrici, le lunghe file davanti dalla banche per non parlare della precaria sicurezza e il potere delle milizie.

Sia Serraj che Haftar puntano a un ruolo chiave nel futuro della Libia a cominciare dalle fragili e incerte elezioni parlamentari e presidenziali previste quest’anno. L’Onu vorrebbe farli mettere d’accordo, ma i due personaggi sono uno l’opposto dell’altro. Morbido e politico Al Serraj rispetto all’irruento e militare Haftar.

 

ACQUISTA IL NUMERO 1 DI BABILON

Il profilo di Khalifa Haftar

Il generale è più anziano, 75 anni, con qualche ombra mai chiarita sul suo stato di salute. Alle spalle ha una vita avventurosa spesso sul filo del rasoio. Da giovane ufficiale Haftar partecipò al golpe del colonnello Gheddafi contro la monarchia di re Idris. Nasseriano di impostazione è stato addestrato in Unione Sovietica ed Egitto. Non a caso oggi si appoggia a Mosca e al presidente egiziano Al Sisi, che emula nel tentativo di unificare la Libia risollevando il paese dal caos. Gheddafi lo spedì nella disastrosa guerra in Chad nel 1987, che finì male per Haftar catturato con i suoi uomini. Grazie agli americani viene liberato schierandosi contro Gheddafi che lo aveva abbandonato al suo destino. La speranza di rovesciare il colonnello finisce male e Haftar con i suoi trovano rifugio negli Stati Uniti nel 1990. A Tripoli lo condannano a morte.

Haftar, che è sempre rimasto in contatto con l’intelligence Usa in funzione anti Gheddafi, rispunta in Libia con la rivolta del 2011. Originario della Cirenaica vorrebbe comandare le milizie ribelli, ma viene soppiantato dalla forze più islamiste. Nel caos del dopo Gheddafi diventa ben presto l’uomo forte dell’Est del paese. Il parlamento in esilio a Tobruk, all’inizio riconosciuto alla comunità internazionale, nomina Haftar comandante dell’esercito nazionale libico. Il generale scatena la battaglia di Bengasi contro gli estremisti islamici che durerà tre anni. Spartano e machiavellico annoda alleanze locali con milizie come quella di Zintan scontrandosi con la città stato di Misurata e il vecchio governo islamista di Tripoli. Oggi sostiene di controllare 75mila uomini e dalla roccaforte della Cirenaica si sta espandendo al sud. Anche la Francia e gli Emirati arabi lo appoggiano. Il generale che vuole diventare presidente sostiene che «la Libia non è pronta per la democrazia. Se le elezioni falliranno mantenendo lo stallo le mie forze prenderanno il controllo dell’intero paese».

 

Il profilo di Fayez al Serraj

A Tripoli i delusi della rivoluzione e del nuovo governo di Al Serraj sono tanti e aspettano con ansia un colpo di mano di Haftar o l’ardito ritorno di Seif al Islam, il figlio intelligence di Gheddafi rilasciato lo scorso anno. Il presidente e premier del governo libico riconosciuto dall’Onu ha 58 anni, nessuna esperienza militare e scarsa in campo politico anche se è un paziente e abile mediatore. Al Serraj è nato a Tripoli in una famiglia fra le più benestanti della capitale grazie a terreni e negozi. Il padre, Mostafa, ministro durante la monarchia, è stato uno dei fondatori della Libia moderna. Fayez al Serraj è architetto di formazione e durante l’era di Gheddafi ha ricoperto vari incarichi come funzionario pubblico, ma fino ai 50 anni si è tenuto lontano dalla politica preferendo i redditizi affari di famiglia.

Dopo la rivolta scaturita dalla primavera araba fa parte della Commissione di dialogo nazionale, che avrebbe dovuto favorire il consenso e l’unità del paese. Nel 2014 viene eletto nel parlamento costretto a trasferirsi a Tobruk e diventa ministro per le Abitazioni e Infrastrutture. In seguito si sposta in esilio a Tunisi, dove l’inviato del palazzo di Vetro, Bernardino Leon, lo tira fuori dal cappello magico dell’Onu. Grazie a un lavorio sul terreno di britannici ed italiani sbarca a sorpresa a Tripoli rovesciando il governo islamista. Dopo due anni al potere è riuscito a consolidare ben poco il controllo del territorio al di fuori della capitale. La gente comune lo considera, al massimo, “il sindaco di Tripoli”.

Articolo pubblicato sul numero 1 di Babilon