Il premier libico Fayez Al Serraj ha dato formalmente mandato di sospendere le attività petrolifere francesi in territorio libico (ordine che interessa in parte anche la Germania e l’Italia), a partire da Total e Thales.

Babilon è in possesso dei documenti originali del governo tripolino, dove si annuncia la fine dei rapporti commerciali con la principale compagnia petrolifera francese che opera in Libia, segnatamente in Cirenaica, e con la società di difesa specializzata nell’aerospaziale, nella sicurezza e nel trasporto. Alla lettera spedita a Parigi  dal ministero dell’Economia e dell’Industria è allegata una lista – una sorta di “black list” di 39 aziende che operano nel campo degli idrocarburi, ma non solo – con cui i rapporti commerciali sono cessati. Al primo posto, non a caso, spicca proprio la potente società d’idrocarburi francese. Tra le altre, figura anche la tedesca Siemens.

Dopo tre anni e mezzo di governo impalpabile, segnato da imbarazzanti silenzi e da una chiara inadeguatezza al ruolo assegnatogli dalle Nazioni Unite, il premier del Governo di Accordo Nazionale (GNA) Fajez Al Serraj si è mosso concretamente contro il suo “alleato” più pericoloso, la Francia di Emmanuel Macron.

Al termine del tour d’incontri che negli ultimi giorni lo hanno portato a Roma prima, e a Berlino e Parigi poi, il “sindaco di Tripoli” – soprannome che la dice lunga su quanto poco controllo abbia della Libia il primo ministro – ha inviato un messaggio esplicito alla Francia, principale sponsor del Generale della Cirenaica Khalifa Haftar, le cui truppe si affannano da settimane nel tentativo di sfondare a Tripoli, posta sotto assedio.

«Quello che ci aspettiamo dalla Francia, che si dichiara nostra amica – ha detto il “sindaco” durante un’intervista a France 24 – è che prenda una posizione più chiara nel prossimo periodo e inizi a chiamare le cose con il proprio nome». A queste parole, stavolta è seguito un fatto concreto.

 

La “black list” che scarica le aziende francesi

 

Il “ricatto” disperato di Serraj

 

 Il tentativo di Serraj è chiaro: far uscire Macron allo scoperto. Come se ce ne fosse bisogno e come se non fosse sufficientemente chiaro da che parte è schierata Parigi. In realtà, si tratta soprattutto di un tecnicismo. Quello che la lettera vuol significare è che, essendo concluso l’importante contratto con Total e altri minori, questi non verranno rinnovati se la linea francese in Libia di aperto supporto al generale Haftar non cambierà di qui in avanti.

Il “ricatto” di Serraj, tuttavia, non può davvero dirsi una ferma presa di posizione, ma piuttosto un tentativo disperato di Tripoli per evitare l’isolamento internazionale in cui è confinata la capitale. La speranza del premier è evidentemente quella di riuscire a riavvicinare a sé la Francia, sfruttando il capitale petrolifero di cui dispone la Libia: Tripoli, infatti, pretenderebbe di gestire gli affari dell’intero Paese, perché ancora oggi considera Bengasi sotto il suo comando. Ma quella della capitale libica è ormai più che altro una sindrome dell’arto fantasma, ossia quella sensazione anomala di persistenza di una parte del proprio corpo nonostante la sua amputazione. L’amputazione, invece, c’è ormai stata, e di fatto Bengasi e la Cirenaica non rispondono più agli ordini di Serraj.

È pur vero che la National Oil Corporation – NOC, la compagnia statale che gestisce il petrolio nazionale libico – risponde di fatto a Tripoli, ma la sua indipendenza e soprattutto il fatto che, come la Banca Centrale, le filiali di Bengasi possono operare anche in maniera difforme dal mandato governativo, rende la pretesa di Serraj pressoché vana.

Tutto ciò apre adesso nuovi scenari nella già intricatissima crisi libica. Se il presidente Macron leggesse questa mossa come uno smacco al suo Paese, difficilmente rimarrebbe con le mani in mano e potrebbe persino spingere il Generale Haftar a imprimere un’accelerata finale per la presa di Tripoli (che per adesso non c’è e che è anzi in stallo).

Resta poi da chiarire il dietro le quinte del colpo a effetto di Al Serraj. È ipotizzabile che la strategia sia stata decisa nella tappa romana del suo viaggio in Europa, magari proprio durante il vertice con il premier Giuseppe Conte e sotto la regia dell’Eni, il grande competitor della Total e terzo incomodo quanto a interessi strategici in Libia. Se così fosse, questa sarebbe la prima mossa strategica azzeccata da parte sua e anche da parte dell’Italia dalla caduta di Gheddafi in avanti. Descrizione: https://ssl.gstatic.com/ui/v1/icons/mail/images/cleardot.gif

In conclusione, resta una certezza: la partita libica è ormai e sempre più un affare internazionale, dove gli schieramenti vanno verso una semplificazione geopolitica: chi vuole sostenere i governi laici e chi quelli vicini alla Fratellanza Musulmana. Al Sisi d’Egitto, Bin Salman d’Arabia Saudita, Binz Zayed degli Emirati Arabi e ora anche l’America di Donald Trump – che medita di inserire i Fratelli Musulmani nella lista delle organizzazioni terroristiche internazionali – hanno già scelto da che parte stare. E così la Francia. Ma, si sa, quando si parla di petrolio tutto può succedere.