L’attacco di Parigi è un colpo alla sicurezza del Paese e di un apparato sotto stress. Una strage sulla quale indaga la Procura anti-terrorismo, un coinvolgimento che sembrerebbe privilegiare una pista politica. Un’inchiesta peraltro ancora in corso.
Primo. L’aggressore è riuscito ad uccidere 4 agenti ed a ferire gravemente un’altra persona. Tutto questo nella Prefettura di polizia, ossia un luogo che dovrebbe essere difeso. E la falla nella prevenzione potrebbe essere ancora più grave se verrà confermato un movente islamista. Indiscrezioni – da verificare – riportano anche di una “nota” sull’uomo dopo l’attentato di Charlie Hebdo, nel 2015.
Secondo. Ha preso di mira dei poliziotti, gli uomini in divisa sono ormai un target con molti “nemici”. In questo caso l’omicida apparteneva allo stesso mondo, era un funzionario amministrativo del dipartimento.
Terzo. Il ricorso ad un coltello ricorda azioni terroristiche spesso viste in Europa, ma anche gesti dove l’assalitore ha cercato di farsi uccidere “ingaggiando” le forze dell’ordine. Forse ha usato una lama in ceramica (già impiegata – è un dato statistico – per attentato al London Bridge, maggio 2019). La dinamica indica comunque una premeditazione.
Quarto. Il killer, affetto da handicap, originario della Martinica, si era convertito all’Islam. Quando? Inizialmente si era detto da 18 mesi, ma secondo informazioni raccolte dai media molto prima: nel 2008. Le fonti ufficiali hanno precisato che in 20 anni di lavoro non erano mai emersi problemi o segnalazioni. Colleghi e amici parlano, però, di frustrazione per una mancata promozione e per le difficoltà incontrate in quanto era sordomuto. La moglie musulmana, mantenuta in stato di fermo, ha aggiunto che alla vigilia dell’attacco il marito avrebbe agito «in modo confuso», «sentiva delle voci».
Quinto. Gli inquirenti si sono concentrati su una possibile matrice islamista tenendo conto di alcuni riscontri su cellulare e computer. L’uomo ha scambiato con la moglie degli SMS dove parlano dell’azione, lei dice: «Solo Dio ti giudicherà». Inoltre per la polizia era in contatto con elementi salafiti, in particolare un imam che era stato espulso dalla moschea frequentata dall’uomo. E nel 2015 avrebbe «legittimato» il massacro nei locali di Charlie Hebdo. Adesso gli investigatori sono alla ricerca di possibili ispiratori: non sono ancora sicuri della loro presenza, ma devono accertarlo. Ci sono dunque degli indicatori di una deriva radicale, probabilmente combinata a motivazioni più personali.

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