«L’Europa sta affrontando una minaccia tradizionale che però si sta presentando con un volto nuovo. Per sconfiggere il terrorismo jihadista serve aumentare la cooperazione con i Paesi della sponda sud del Mediterraneo e del Sahel e creare un’agenzia europea di intelligence». Ne è convinto David Odalric de Caixal i Mata, direttore generale dell’osservatorio SECINDEF Israel-USA International Consulting Counterterrorism. Ecco la prima parte di una lunga intervista rilasciata a Oltrefrontiera News.

Perché l’Europa è stata colta così alla sprovvista dalla minaccia jihadista?

 Il grande problema dell’Europa Occidentale in questi anni è stato lo smarrimento dei valori cristiani, il che ha contribuito all’espansione dilagante dell’islamismo in Paesi come Regno Unito, Francia, Germania, Svezia, Belgio, Olanda, Italia e Spagna. Di contro, nell’Europa Orientale ci sono radici cristiane molto più forti e valori identitari europeisti e nazionalisti che stanno arginando questo fenomeno, seppur con effetti non sempre positivi.

Tra i Paesi europei qual è quello che rischia di più?

La Francia è uno dei Paesi che ha registrato l’espansione più accentuata dell’Islam. Entro il 2025 nel suo territorio ci saranno oltre 12 milioni di musulmani. Nelle città francesi sta crescendo anche il numero di islamisti radicali. Prima degli attentati di Parigi del novembre 2015, il Ministero dell’Interno francese contava circa 5.000 individui sospettati di radicalizzazione, ora sarebbero più di 8.200 e si stima che nei prossimi mesi potrebbero superare i 12.000 solo nella capitale.

Ci sono forze che dall’esterno soffiano su questa crisi?

L’Arabia Saudita ha la Francia nel mirino. L’evidente islamizzazione che la Francia sta vivendo ha fatto sì che il regime di Riad considerasse il territorio francese uno scenario ideale per diffondere la propria visione dell’Islam. Secondo le stime di Secindef, solo nel 2016 l’Arabia Saudita ha speso 3.759.000 euro per portare a termine questo progetto. Quattordici imam pagati da Riad predicano nelle più importanti moschee francesi e indottrinano al jihad, alla sottomissione delle donne, alla necessità di punire gli omosessuali e alla diffusione dell’islamismo in tutto il mondo.

Chi sono i personaggi più in vista nel libro paga di Riad?

Il più noto leader islamico francese è Dalil Boubakeur, rettore della Grande Moschea di Parigi. Recentemente ha affermato che per soddisfare la “crescente domanda”, il numero totale di moschee in Francia dovrebbe raddoppiare arrivando a 4-5mila. Viceversa, la Chiesa Cattolica ha costruito in Francia solo venti nuove chiese negli ultimi dieci anni e ne ha chiuse più di sessanta, molte delle quali presto potrebbero diventare delle moschee.

Che situazione si registra, invece, negli altri Paesi europei?

 La popolazione musulmana potrebbe triplicare in alcuni Paesi europei entro il 2050 e il Regno Unito dovrebbe registrare uno degli aumenti più rapidi in tutto il continente. Alcuni mesi fa, l’MI5 si è dichiarato «incapace» di controllare le dozzine di cellule terroristiche attive nel Paese. Stando a quanto pubblicato dal Times, 23.000 islamisti sono stati identificati dai servizi di intelligence britannici come potenziali terroristi, ma solo 3.000 di questi sono monitorati quotidianamente. Ma ci sono anche altri problemi.

Quali?

Nei Balcani, lungo il cosiddetto “Corridoio Verde”, centinaia di migliaia di migranti e profughi stanno cercando di creare uno Stato musulmano. L’intelligence italiana ha definito questo corridoio un progetto di colonizzazione islamica dei Balcani. Questa regione serve alle organizzazioni terroristiche islamiste come trampolino di lancio per entrare in Europa Occidentale. Si tratta di un pericolo in più per l’Europa. Non dobbiamo solo controllare i combattenti dello Stato Islamico di ritorno in Europa dai teatri di guerra in Siria, Iraq o Libia. Dobbiamo anche considerare le migliaia di terroristi che risiedono in Europa e che non sono mai andati a combattere in Medio Oriente. Secondo i nostri calcoli si tratta di 60.000 jihadisti.

Qual è il punto debole dell’Europa?

 In assenza di una politica comunitaria, i governi dei Paesi membri dell’UE stanno cercando di coordinarsi per adottare le medesime misure di antiterrorismo. Nel breve termine, l’obiettivo è di impedire ai cittadini europei di recarsi nei territori controllati dall’ISIS e di monitorare coloro che sono sospettati di essere radicalizzati, così come i rimpatriati. Aumentare la cooperazione con i Paesi della sponda sud del Mediterraneo e del Sahel è un’altra priorità. A lungo termine, tuttavia, sarà necessario smontare la narrativa jihadista e promuovere misure di integrazione per i giovani musulmani che vivono in Europa. Per l’Europa il terrorismo non è un nuovo problema in quanto è stato una minaccia alla sua sicurezza per decenni. Tuttavia, è stato affrontato come un problema interno. Lo Stato Islamico, Al Qaeda e le organizzazioni islamiste a loro collegate agiscono, al contrario, in un teatro globale al cui interno l’Europa occupa una posizione chiave. L’approccio al contenimento di questa minaccia, quindi, dovrebbe essere diverso. Purtroppo, la necessità di agire in fretta imposta dagli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 ha impedito, all’epoca, lo sviluppo di strategie coerenti e di visioni condivise al fine di dotare l’Unione Europea di meccanismi in grado di garantire la sicurezza e ridurre il più possibile scenari di rischio. La situazione attuale è il risultato di quella negligenza strategica, sommata a ciò che ha innescato la morte di Osama Bin Laden, alle conseguenze delle cosiddette primavere arabe e al graduale ritiro degli Stati Uniti dall’Iraq e dall’Afghanistan.

Come si affronta questa minaccia?

L’Europa sta affrontando una minaccia tradizionale che però si sta presentando con un volto nuovo. Non possiamo parlare solo di terrorismo, dobbiamo prendere in considerazione le tensioni settarie, i venti nazionalisti che soffiano in diversi Stati, ma anche le politiche di migrazione e integrazione all’interno dell’Unione. Solo risposte coerenti e a lungo termine possono minimizzare l’impatto del fenomeno jihadista sulle nostre società. Finora certe politiche, attuate soprattutto dai partiti di sinistra, non hanno fatto altro che facilitare il finanziamento di gruppi islamisti da parte di Paesi come l’Arabia Saudita o il Qatar, che attraverso varie organizzazioni e moschee salafite da loro controllate hanno diffuso un clima d’odio nei confronti dell’Occidente nelle comunità musulmane europee. Non c’è stato alcun controllo o scambio di informazioni tra i corpi di polizia e le forze di intelligence europei. Dobbiamo puntare alla creazione di un’agenzia europea di intelligence, in cui far convergere il lavoro di ricerca, informazione e prevenzione contro la minaccia terroristica in Europa.

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