Silvia Romano è libera. Dopo 18 mesi di prigionia, la cooperante italiana è stata liberata grazie al lavoro dei servizi segreti, come ha annunciato il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, in un tweet. La donna rientrerà domenica in Italia a bordo di un aereo dei servizi dell’Aise. Il suo arrivo è previsto alle 14 a Ciampino.

L’operazione dell’Aise, diretta dal generale Luciano Carta, che ha portato alla sua liberazione è stata condotta con la collaborazione dei servizi turchi e somali ed è scattata la scorsa notte. La volontaria si trova ora in sicurezza nel compound delle forze internazionali a Mogadiscio. Le sue prime parole: «Sono stata forte, ho resistito».

Quando è stata liberata Silvia Romano si trovava in Somalia. Subito dopo la riguadagnata libertà è stata portata in un compound del contingente internazionale a Mogadiscio; successivamente è stata trasferita nella foresteria dell’ambasciata italiana della capitale somala. «Sono stata forte e ho resistito; sto bene e non vedo l’ora di tornare in Italia » le prime parole pronunciate dalla cooperante. L’aereo dei servizi segreti italiani che la riporterà in Italia era partito questa mattina all’alba per riportarla a casa. La trattativa per la sua liberazione si è sbloccata una ventina di giorni fa. È arrivata la prova in vita e si è trattato il prezzo del rilascio. Subito dopo la liberazione ha parlato al telefono con la mamma e con il premier Conte. L’operazione è avvenuta a circa 30 chilometri da Mogadiscio ed è stata ostacolata anche dal fatto che la zona in cui Silvia Romano era tenuta prigioniera era stata colpita negli ultimi giorni da un’ondata di alluvioni: l’ostaggio si trovava ancora nelle mani degli estremisti islamici di Al Shabab. «L’ho appena vista, mi pare stia bene, sia fisicamente che psicologicamente, è una ragazza molto forte, è una ragazza in gamba, mi pare che abbia resistito molto bene. Questa è l’impressione che ho avuto». ha detto all’Adnkronos l’ambasciatore italiano in Somalia, Alberto Vecchi.

Silvia era stata rapita il 20 novembre 2018 a Chakama in Kenya, 80 chilometri da Malindi. Ancora a febbraio di lei si sapeva solo che fosse viva, con molta probabilità prigioniera in Somalia, forse venduta ai terroristi somali di Al Shabaab dai criminali che l’hanno rapita nel villaggio dove lavorava a favore dei bambini e dei giovani del luogo, consentendo loro di andare a scuola. Quel 20 novembre, con il rapimento di Silvia, quel lavoro è stato interrotto e lei sottratta al sogno che l’ha condotta fino in Kenya.

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Il capo dello Stato, Sergio Mattarella, in occasione della cerimonia di inaugurazione di Padova capitale del volontariato, le aveva dedicato un pensiero preoccupato. Mattarella aveva espresso “l’apprensione per le sorti di Silvia Romano, la giovane rapita in Kenya mentre svolgeva la sua opera generosa di solidarietà e di pace. Da Padova-capitale non può mancare per lei il nostro pensiero, che si unisce al costante impegno delle istituzioni per ottenerne la liberazione”.

L’ultima prova in vita certa risaliva al Natale del 2018, poco più di un mese dopo il sequestro. Le istituzioni non hanno mai smesso di indagare. Molte le voci della società civile che si erano levate nei mesi scorsi per capire, per sapere cosa stessero facendo le nostre istituzioni per riportare ai suoi affetti, e all’Italia intera, Silvia Romano. Voci che però si erano affievolite, quasi che sulla giovane italiana stesse calando una sorta di oblio.

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Sul rapimento non si sa più nulla e il processo ai tre membri della banda che ha rapito Silvia, ovvero Moses Luwali Chembe, Abdalla Gababa Wario e Ibrahim Adan Omar – la banda era composta da 8 persone  – dopo numerosi rinvii dovrebbe riprendere l’11 marzo. Il condizionale è d’obbligo. Il giudice della Corte di Malindi davanti alla quale si celebra il processo, ha fatto sapere che due giorni prima della data stabilità della ripresa delle udienze verranno convocate le parti solo nel caso ci siano novità sulla sorte di Ibrahim Adan Omar, uno dei tre accusati, che durante la libertà su cauzione è sparito senza darne notizia ai parenti e al suo avvocato ed è formalmente latitante.

Fonti: Agi – La Stampa – Corriere della Sera