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Terrorismo, una nuova stagione sta arrivando

Terrorismo, una nuova stagione sta arrivando

È soprattutto dalla seconda metà del secolo scorso che il terrorismo si è affermato come strumento violento di lotta politica. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, gli strascichi del colonialismo e le tensioni politico-sociali delle singole realtà nazionali si sono spesso espresse con uno strumento tutto sommato facile e di grande impatto propagandistico: l’attentato terroristico. Gli anni Settanta del Novecento hanno visto in particolare la nascita di due fenomeni, il terrorismo palestinese e le varie forme di terrorismo nazionale (come le BR in Italia, la RAF in Germania, l’ETA in Spagna, etc), che hanno avuto durata sorprendente e il primo dei quali continua ancora oggi.

Affermatisi come realtà politiche, la spinta eversiva del secondo si è invece esaurita a poco a poco, lungo il corso degli anni Ottanta. I successivi anni Novanta segnano invece l’ingresso del terrorismo salafita e jihadista nello scenario internazionale, grazie soprattutto a Osama Bin Laden. Reduce dalla guerra in Afghanistan contro gli invasori russi, il principe saudita si rifugia in Africa dove comincia a tessere la tela che porterà alla costituzione di Al Qaeda, un’organizzazione nuova e originale che non persegue alcuna finalità irredentista o nazionalista come invece il terrorismo palestinese, né ha alcuna finalità politica come il terrorismo brigatista Bin Laden e la sua Al Qaeda dichiarano semplicemente guerra a tutti i valori dell’Occidente cristiano e liberale, e preparano l’assalto ai suoi fondamenti. Una strategia che nel settembre del 2001 porterà al più clamoroso attentato degli ultimi cento anni, ovvero la distruzione in diretta televisiva delle Torri Gemelle di New York e l’attacco alla sede del Pentagono a Washington.

Come sempre accade nei fenomeni terroristici, ogni volta che un gruppo esprime al massimo la sua potenzialità “militare”, suscita negli avversari una controreazione che ne determinerà, prima o poi, la sconfitta. Il declino delle Brigate Rosse, ad esempio, inizia il giorno dopo la loro azione più clamorosa, cioè il rapimento e l’esecuzione di Aldo Moro nella primavera del 1978. Il livello raggiunto dall’“attacco al cuore dello stato” è tale da provocare in Italia una reazione che nel giro di tre anni porterà alla disintegrazione dell’organizzazione. Allo stesso modo, l’attentato alle Torri Gemelle provoca in America una risposta che nel lungo periodo abbatte Al Qaeda e determina la fine del suo fondatore. Ma se Al Qaeda scompare dai radar dopo l’uccisione di Bin Laden in Pakistan (Abbottabad, maggio 2011), la stagione del terrorismo non finisce. Anzi, riprende vigore con le Primavere Arabe, simboli di un falso risveglio democratico del mondo arabo-musulmano, e invece incubatori reali di un integralismo religioso che – grazie anche agli errori dell’Occidente che ha sempre pensato di esportare la democrazia con le armi, contribuendo così a distruggere la stabilità di Nord Africa e Medioriente con una serie di guerre – porta alla nascita dell’ultimo grande fenomeno terroristico contemporaneo: lo Stato Islamico e il suo progetto di costituzione di un grande Califfato integralista.

 

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Per tre anni, dal 2014 al 2017, lo Stato Islamico di Abu Bakr Al Baghdadi sembra destinato a diventare il padrone del Medio Oriente grazie ai successi militari in Iraq e Siria. Ha le sue capitali, Mosul e Raqqa, le sue banche, le sue milizie e un micidiale apparato di propaganda che si rivolge agli estremisti di tutto il mondo. Anche in questo caso, non appena lo Stato Islamico raggiunge il massimo della potenza militare, provoca reazioni che lo conducono a una rapida sconfitta sul campo. Russi, americani, turchi e iraniani si appoggiano a milizie locali e determinano così l’abbattimento definitivo del regime di Al Baghdadi in Siria e Iraq.

Ma il messaggio jihadista proveniente da Raqqa e Mosul ha ormai raggiunto le comunità islamiche in Occidente e stimola una serie di attentati dagli Stati Uniti all’Europa, compiuti non da gruppi di terroristi provenienti dall’estero (come nel caso delle Torri Gemelle), piuttosto da terroristi “domestici”, cioè tutti o quasi cittadini dei Paesi colpiti. I media, affetti ormai tradizionalmente da una certa superficialità analitica, attribuiscono sbrigativamente al Califfato la gran parte della responsabilità organizzativa degli attentati, ma le cose non stanno esattamente così. Dal Bataclan a Zaventem, dal London Bridge al Mercatino di Natale berlinese, quasi tutte le azioni terroristiche di questi ultimi anni sono state compiute da cittadini europei. Ora, con la sconfitta dello Stato Islamico, migliaia di foreign fighters che erano accorsi dall’Europa per sostenere la causa del Califfato in Siria e Iraq faranno ritorno Non sappiamo quanti di questi veterani riusciranno a tornare a casa. Un dato è però certo: ci troviamo di fronte a una nuova stagione del terrorismo.

Una stagione nella quale il messaggio jihadista potrebbe raggiungere porzioni consistenti delle comunità islamiche europee e arricchirsi della propaganda diretta e delle esperienze operative dei combattenti rientrati dal fronte mediorientale. Una miscela pericolosa che potrebbe segnare la prossima fase del terrorismo in Occidente. Una forma di terrorismo che andrebbe affrontato con le tecniche e le esperienze maturate non tanto nella lotta contro il terrorismo internazionale, ma contro i terrorismi nazionali o domestici. Da parte delle forze di sicurezza, perciò, la nuova stagione dovrebbe vedere all’opera più le esperienze maturate contro il terrorismo brigatista o anarco-insurrezionalista che non quelle sviluppate nella lotta al terrorismo palestinese.

Anche se portatori di un’ideologia “straniera” come quella jihadista, infatti, i terroristi contemporanei sono “di casa”, in grado di colpire cioè con un coltello, un furgone o una bomba artigianale. Anche il terrorismo palestinese, che negli anni Settanta si era concentrato contro obiettivi occidentali per punire i paesi europei e gli Stati Uniti dell’appoggio fornito a Israele, si è in qualche modo nazionalizzato nel corso degli anni, concentrando la sua attività contro obiettivi esclusivamente israeliani. Non va dimenticato poi che il copyright del terrorismo “fai da te” che ha afflitto l’Europa negli ultimi tre anni, è palestinese. L’Intifada dei coltelli è stato il simbolo e l’ultimo esempio per i terroristi europei, e tale continuerà a essere in futuro. Si aggiunga che il processo di pace in Medio Oriente non è mai stato così bloccato, ed è presumibile che la decisione del presidente Trump di spostare l’ambasciata americana in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme contribuisca alla ripresa di un’Intifada nella regione.

L’Europa e l’Italia debbono pertanto attrezzarsi di fronte a queste nuove sfide eversive, vigilando sulle comunità islamiche presenti nel territorio nazionale senza cadere nelle trappole della correttezza politica e dell’autocensura preventiva. È infatti all’interno di queste comunità e non all’estero che andranno colti i segni di possibili derive terroristiche, magari fomentate da quei foreign fighters rientrati dal Medio Oriente.

Non è un lavoro particolarmente difficile, basterà affidarsi proprio a quegli immigrati di origine e di religione musulmana che collaboreranno nella difesa dei valori costituzionali dei Paesi nei quali hanno scelto di risiedere. È da loro che dovremo trarre quelle energie informatiche in grado di aiutarci nella prevenzione di nuove campagne jihadiste. Gli inglesi sono gli unici già molto avanti in questa strada. Negli ultimi dieci anni, i servizi segreti e le forze di polizia britanniche hanno reclutato con successo agenti e funzionari di religione islamica di origini mediorientali o indo-pachistane. Questa è una strada che dovremo cominciare a percorrere anche noi. La nuova stagione del terrorismo richiede cultura e capacità operativa. E l’Islam moderato può darci una mano fondamentale.