Tunisia_rivoluzione

In Tunisia montano da giorni le proteste contro l’aumento del costo della vita e delle tasse stabilito dalla legge finanziaria 2018. Scontri si sono registrati finora in oltre dieci città tra cui Tunisi, Sidi Bouzid, Meknassy, ​​Kasserine, Thala, Gafsa, Hay Ettadhamen, Beja, Sfax, Ben Arous, Kebili e Teburba. In quest’ultima località, situata circa quaranta chilometri a ovest dalla capitale, un uomo di 43 anni è morto per aver inalato i gas lacrimogeni lanciati dalla polizia contro i manifestanti. La versione è stata fornita dal ministero dell’Interno tunisino, che ha smentito che l’uomo sia stato investito da un mezzo militare.

A Sidi Bouzid, città simbolo della rivoluzione del 14 gennaio del 2011 che portò alla destituzione dell’ex presidente Ben Ali, l’8 gennaio circa 300 persone sono scese in strada andando allo scontro con le forze di sicurezza. Ad Hay Ettadhamen, vasto agglomerato urbano alle porte di Tunisi, banche e supermercati sono stati oggetto di saccheggi e atti di vandalismo. A Nefza è stata data incendiata la locale caserma di polizia. Il bilancio ufficiale degli scontri è di 206 persone arrestate, 49 agenti di polizia feriti e 45 autoveicoli delle forze dell’ordine danneggiati.

La causa delle proteste

La rabbia della popolazione è esplosa a fine 2017 dopo che il governo ha annunciato che dal primo gennaio 2018, in linea con le misure di austerità concordate con il Fondo Monetario Internazionale, sarebbero state introdotte maggiorazioni per carburanti, assicurazioni e altri servizi, l’aumento dell’Iva dell’1% e l’adozione di tasse doganali su alcuni prodotti importati dall’estero.

Tra quelli del Nord Africa e del Medio Oriente, la Tunisia è l’unico Paese in cui la democrazia ha attecchito nel dopo primavere arabe del 2011. Ma a sette anni dalla rivoluzione i problemi economici, le disparità sociali, la piaga della disoccupazione e la depressione delle aree marginali non sono stati affrontati in modo efficace dai governi che si sono succeduti, compreso quello attualmente in carica guidato dal premier Youssef Chahed del partito di matrice laica Nidaa Tounes.

Ad annichilire la fragile economia tunisina è stata la minaccia del terrorismo jihadista. Il 2015 è stato l’anno peggiore, con gli attentati al Museo del Bardo (marzo) e nella spiaggia di Sousse (giugno) rivendicati dallo Stato Islamico.

Da allora la principale fonte di reddito del Paese, vale a dire il turismo (che copre l’8% del PIL nazionale), è crollata, riassestandosi a livelli accettabili solo nel 2017. Il deficit commerciale è cresciuto del 23,5% all’anno, raggiungendo nei primi undici mesi dello scorso anno la cifra record di 5,8 miliardi di dollari secondo gli ultimi dati ufficiali diffusi a fine dicembre dal governo. A ciò si somma il continuo deprezzamento del dinaro tunisino rispetto all’euro (1 a 3) e il tasso d’inflazione al 6,4%.

La crisi economica ha minato la stabilità dell’esecutivo di Chahed, entrato negli ultimi tempi in rotta di collisione con la principale sigla sindacale del Paese, l’UGTT (Unione Generale Tunisina del Lavoro). Al primo ministro viene addebitata la colpa di non aver portato a compimento le riforme fiscali promesse a inizio mandato.

 

Cosa rischia il Paese

In strada a cavalcare il disagio sociale è il movimento “Fech Nestanaou” (“Qu’attendons-nous?”, ovvero “Cosa stiamo aspettando?”), che ha lanciato l’appello per nuove manifestazioni di massa per il prossimo 12 gennaio. La formazione, di cui fanno parte alcuni attivisti arrestati negli ultimi giorni tra Tunisi, Sousse e Bizerte per aver inneggiato contro il governo, sembra molto ben organizzato anche se ancora non è emerso chiaramente chi ne fomenti e finanzi l’azione anti-governativa.

È presto per azzardare dei parallelismi con la “Rivoluzione dei Gelsomini” del 2011. Ma c’è un rischio concreto nell’immediato, ossia che ciò che sta accadendo finisca per diventare uno strumento nelle mani delle cellule jihadiste disseminate in tutto il Paese. Nel 2017 sono state 480 le persone arrestate in Tunisia per terrorismo: uomini affiliati a ISIS così come ad Al Qaida nel Maghreb Islamico (AQMI), alcuni dei quali sono al centro della rete del terrorismo transnazionale che ha in pugno i traffici illeciti (esseri umani, droga e armi) che transitano per il Maghreb risalendo fino alle coste nordafricane del Mediterraneo.

Se il governo e le altre principali forze politiche del Paese, a cominciare dagli islamisti di Ennahda, non faranno da subito quadrato per disinnescare la carica eversiva delle proteste di questi giorni, il Jihad riuscirà a ritagliarsi in fretta margini di manovra per spargere caos e terrore. Va interpretato in quest’ottica il tentativo questa notte di dare alle fiamme la sinagoga di Djerba, il principale tempio ebraico nel Paese.