Le minacce alla sicurezza europea, la difesa comune, il ruolo della Nato e le difficoltà di organizzare una politica estera condivisa. Il Generale Vincenzo Camporini, ex capo di stato maggiore dell’aeronautica e della difesa, personalità di visione strategica e di grande esperienza, delinea uno scenario articolato entro cui collocare gli eventi internazionali dei nostri giorni. Ecco la seconda parte dell’intervista concessa a Filippo Romeo e Alberto Cossu per Oltrefrontiera News.

Nel settembre 2016 a Bratislava i paesi dell’Unione Europea hanno deciso di rafforzare la cooperazione nell’ambito della sicurezza e della difesa. Quali passi avanti sono stati fatti dopo quasi due anni?

Abbiamo avuto l’attuazione della PESCO, la cooperazione strutturata permanente, e vi è stata la decisione di costituire un fondo per la difesa europea. La prima di queste due misure secondo me è stata attuata in modo difforme da come era stata pensata da chi ha scritto il trattato costituente. Questa stessa previsione è stata ripresa nel trattato di Lisbona. È chiaro, tuttavia, che l’intenzione di chi lo ha scritto sia quella di avere un gruppo di avanguardia di tre/quattro, massimo cinque Paesi capaci di attuare questo processo di cooperazione, che comunque sarebbe rimasto disponibile anche per altri nel momento in cui questi ultimi fossero riusciti a superare i parametri che sono stati fissati nel protocollo 10 del trattato. Si è voluta creare una realtà molto inclusiva che, secondo me, avrà poco significato dal momento che decisioni in campo militare prese all’unanimità, a venticinque, vanno al di fuori della realtà. Diverso è il discorso sull’European Defend Fund che, nonostante riguardi una cifra limitata (stiamo parlando di un miliardo di euro all’anno che dovrebbe mettere in moto altri 4 miliardi da parte dei Paesi. Più in particolare si tratta di cofinanziamenti con il 20% a carico di questo fondo e l’80% a carico dei Paesi), potrebbe costituire uno stimolo importante alla collaborazione tra i vari Paesi e alla collaborazione dell’industria dei vari Paesi. Ciò potrebbe avvenire in un’ ottica di future operazioni merger and acquisition che potrebbero consolidare la struttura industriale europea, dando vita a quel mercato comune europeo che non è stato mai attuato. Mentre su qualsiasi altra merce esiste il mercato comune europeo ciò non avviene per la difesa perché ogni Paese, evocando l’articolo 346 del trattato per motivi non meglio specificati di “interesse nazionale”, può evitare di ricorrere a scale europee per la propria sicurezza militare. Il risultato è la completa e assoluta frammentazione del mercato, con i costi dei mancati risparmi sulle produzioni in grande scala che sono sotto gli occhi di tutti.

La difesa comune implica una forte volontà di costruire un sistema industriale europeo che si orienti verso questo obiettivo. Vede negli attori principali, soprattutto Francia e Germania, una reale volontà di muoversi in tale direzione?

Dal punto di vista teorico e dal punto di vista di principio sono tutti d’accordo, quando poi si scende sul piano pratico nascono i problemi. Basta vedere cosa è successo per la difesa dei cantieri navali nei siti francesi che ha creato non poco disturbo tra Italia e Francia per la decisione di Macron, appena insediatosi come Presidente, di negare gli accordi sottoscritti a suo tempo dal suo predecessore. Poiché sul principio sono tutti d’accordo ma all’attivazione pratica nascono i problemi, sarebbe necessario avviare negoziati che, tuttavia, sarebbero comunque lunghi difficili e, a mio avviso, di esito positivo non assicurato.

Nella attuale situazione politica europea, in cui forze di diverso orientamento politico si contendono la scena nazionale, diventa sempre più difficile elaborare una politica estera europea coerente perché si stanno affermando visioni strategiche profondamente divergenti. Riuscirà l’Europa a superare queste divisioni che la indeboliscono e a conquistare un ruolo diplomatico pari al suo peso economico?

Purtroppo, per come è ben noto, sussistono grandi divergenze di vedute tra i Paesi Europei. Vi sono Paesi, come ad esempio la Francia, che agiscono tenendo conto anche dei propri interessi globali (non ci dimentichiamo che esistono territori francesi in Oceania), e altri, come ad esempio la Germania che, con grande fatica e grande riluttanza, mettono a disposizione le proprie truppe per missioni al di fuori dei propri confini, ancorché decise in un quadro di Nazioni Unite o Alleanza Atlantica. Ci sono delle divergenze di politica internazionale che, al momento, non trovano soluzione: la Francia è un Paese nucleare gli altri non lo sono, la Francia siede nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e gli altri no. È una situazione in cui non è facile trovare dei punti di convergenza che possano far definire una politica estera comune . Pertanto, appare molto difficile e complicato far superare queste divisioni necessitando, a tal fine, un lavoro che presenta serie difficoltà. Tuttavia, da federalista convinto, quale sono, ritengo che bisogna continuare a lavorare e costruire. Io sto lavorando da tanti anni in tale direzione, non mi sono stancato di farlo e, anche se probabilmente non vedrò alcun risultato, non smetterò di lavorare per cercare comunque di ottenerlo. I grandi costruttori delle cattedrali gotiche del medioevo cominciavano le loro opere sapendo che non le avrebbero viste ultimate.

L’Amministrazione Trump, ma già lo aveva fatto quella di Obama, chiede ai paesi della NATO di rispettare nella misura concordata l’impegno di contribuire al budget. Nella prospettiva di una difesa comune europea quale ruolo della Nato si potrebbe profilare?

Sono situazioni complementari. Abbiamo un problema di difesa comune e questa difesa comune per la gran parte dei Paesi dell’Unione Europea si può realizzare solo all’interno della NATO. Abbiamo una struttura di comando collaudata e funzionante che può essere attivata nell’arco di minuti. Altro discorso, invece, va fatto per forze di sicurezza che richiedano l’impiego militare per fini specifici dell’Unione Europea. Quello che sta accadendo nell’Africa Sub Sahariana è sicuramente una situazione che interessa molto i francesi, ma interessa molto tutta l’Europa in generale dal momento che i flussi migratori partono da lì. Non rappresenta un’eresia sostenere che l’idea che l’Unione Europea possa avere i suoi obbiettivi militari che non siano condivisi in ambito NATO, così come non è eretico dire che per quanto concerne la difesa comune nell’eventualità, più o meno remota, di un’aggressione militare, la NATO è quello che serve.

Leggi la prima parte dell’intervista

Autori:

Filippo Romeo, Analyst of Vision & Global Trends
Alberto Cossu, Analyst of Vision & Global Trends