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I 75 anni dello Sbarco in Normandia

I 75 anni dello Sbarco in Normandia

Il presidente francese Emmanuel Macron nel discorso commemorativo dei 75 anni dello Sbarco in Normandia  ha invitato a «non smettere mai di far vivere l’alleanza dei popoli liberi». Il Capo dell’Eliseo e il presidente statunitense Donald Trump si sono scambiati saluti calorosi nel cimitero americano di Colleville-sur-Mer, nel nord della Francia. Alla presenza del capo della Casa Bianca, Macron ha difeso ancora una volta il multilateralismo, messo in rischi dalle politche dell’Amministrazione Usa. Il presidente francese, parlando di tale “alleanza di popoli liberi”, ha nominato le Nazioni Unite, la Nato e l’Unione europea. Terminato il discorso, nel cimitero di Colleville-sur-Mer, in Normandia, il presidente francese ha abbracciato il presidente americano. Un segnale di distensione che difficilmente potrà cancellare le divergenze tra Washington e Parigi su diversi dossier, dai cambiamenti climatici all’accordo sul nucleare iraniano. A Colleville-sur-Mer ci sono le tombe dei militari americani morti durante lo sbarco in Normandia, che diede inizio alla liberazione della Francia dal nazismo. All’alba del 6 giugno 1944 cominciò l’operazione Overlord con lo sbarco di 130 mila soldati e 20 mila paracadutisti. Il cimitero americano si trova a pochi passi da Omaha Beach, il nome in codice dato dalle truppe degli Alleati alle spiagge del D-Day. Due giorni fa, durante la visita di Stato di Trump a Londra, la premier Theresa May ha regalato al presidente Usa una copia della bozza dattiloscritta di Winston Churchill della Carta Atlantica del 1941. Anche May è tornata sul punto del multilateralismo ed ha ricordato a Trump che il prezioso documento rappresenta il primo passo verso la nascita delle Nazioni Unite. Oggi come ieri gli Stati Uniti non vogliono fare a meno dell’Europa e consegnarla al dominio di altre potenze.

 

Di seguito parte del reportage di Ugo Tramballi dalla Normandia pubblicato per Il Sole 24 ore in occasione dei 60 anni del D-Day, ovvero nel 2004. A distanza di 15 anni, la geopolitica non è cambiata, scrive Tramballi:

«Papà, è morto
quel soldato?», chiede il bambino.
Non occorre risposta: sullo schermo a
360 gradi che dà ai visitatori la sensazione di essere in mezzo alla battaglia
— niente parole, solo i suoni assordanti della guerra — quella è l’unica immagine che viene ripetuta al
rallentatore. Il ranger con uno zaino da 45 chili sulle spalle è appena uscito dall’acqua, corre sul bagnasciuga di Omaha Beach. Tre
o quattro passi. Poi la gamba
destra si piega, il soldato
cade faccia al cielo e
non si muove più.
Solo su quella
spiaggia 2.200
americani sarebbero morti così, la
mattina del 6 giugno
1944.
«Perché è morto?», chiede ancora il bambino. La risposta è di quelle che non farebbero piacere a Don Rumsfeld, il segretario alla Difesa che
l’anno scorso aveva collocato i francesi in una “vecchia Europa” smidollata
e irriconoscente, rispetto a una ipotetica “nuova”, più gagliarda. «È morto
per la nostra libertà», risponde il padre. Se oggi la Francia detesta l’America, certo non la detesta in Normandia
pavesata in ogni villaggio di bandiere
a stelle e strisce. Tutto
è pronto per la grande
festa del 6 giugno, sessantesimo del D-Day.
Nello spiazzo accanto
alla sala circolare dove
nove schermi proiettano il film una ventina di
volte al giorno, i soldati
dell’Armée francese
stanno finendo di costruire le tribune: la cerimonia con tutti i capi di
Stato si svolgerà qui, ad
Arromanches. Il villaggio sulla Manica è al
centro del grande campo di battaglia del 6 giugno: a Ovest il settore
americano, Omaha,
Pointe du Hoc, Utah, St. Mère-Eglise
e Caretan; a Est quello anglo-canadese, le spiagge di Gold, Juno, Sword, la
città di Bayeux, Ouistreham e Pegasus
Bridge.
Per la prima volta negli anniversari
del D-Day, sulla tribuna qui accanto ci
sarà un cancelliere tedesco. Sarebbe
un dettaglio pieno di significati, il segno anche formale di un saldo definitivo di tutti i conti con il passato, se
oggi la cronaca non inquinasse pesantemente la storia. La presenza di
Schröder accanto a George Bush verrà
letta attraverso il prisma irakeno, l’ombra del conflitto di oggi peserà sulla
memoria di un giorno che 60 anni fa
cambiò la vita di tutti. «L’inizio della
fine», la fine del potere nazista in Europa, è la frase storica di Winston Churchill che definì quella grande battaglia. Ma oggi la maggioranza degli
europei ricorda di più un’altra frase,
detta poco più di un anno fa al Consiglio di sicurezza dell’Onu dal francese
Dominique De Villepin: «Il mondo
sarà più sicuro dopo un intervento militare in Irak? No, non lo sarà».
Forse la ricorrenza del 6 giugno
serve proprio a questo, a garantire un
equilibrio fra la memoria e l’attualità.
Quel giorno fu l’inizio
della fine del nazismo ma
anche l’inizio, la data fondante delle nostre democrazie e dell’impero americano: le une e l’altro sono srtettamente legate.
Molte cose sono accadute
da allora: il Vietnam, il
Medio Oriente, la Guerra
fredda. Nel 1965 Charles
de Gaulle chiamava
l’America «la più grande
minaccia alla pace mondiale». Ma anche se il
tempo ha stratificato altri
avvenimenti e altre guerre, quel che siamo oggi
dipende in gran parte da
ciò che accadde 60 anni
fa: senza la Normandia e
senza gli americani il vincitore della guerra sarebbe stato Hitler o Stalin.
Proprio per questo inconfutabile dato storico il
problema della maggioranza degli europei non sembra tanto l’America
quanto l’unilateralismo di George Bush. Dopo la vittoria di Zapatero in
Spagna, Dominique Moisi dell’istituto
francese di relazioni internazionali, è
arrivato a sostenere che «ora che la
“vecchia Europa” è più forte, il ritorno
di una “vecchia America liberale” con
la sconfitta di Bush alle presidenziali
non danneggerebbe le relazioni transatlantiche. Non porterebbe a un cambio
radicale nella diplomazia americana
ma a un diverso stile. La vittoria di
valori sociali e culturali più vicini a
quelli europei potrebbe almeno rallentare il processo di disaffezione fra i
due alleati».
All’ingresso di Colleville-sur-Mer,
a pochi passi da Omaha Beach, c’è
uno striscione da Tour de France. Lo
ha fatto mettere l’amministrazione comunale. «I lunghi singhiozzi dei violini d’autunno — dice — mi feriscono
il cuore di monotono languore». La
Chanson d’automne di Verlaine era
l’annuncio in codice dell’invasione,
che la Bbc diede alla Resistenza francese. Migliaia di normanni morirono
in quei giorni. I villaggi dove oggi si
vende Calvados ai turisti, con i campanili di pietra scura illuminati dal sole,
60 anni fa erano macerie. Per spezzare
la tenacia tedesca l’artiglieria inglese
di Montgomery rase al suolo Caen.
Ma anche oggi, che la contingenza
politica potrebbe provocare qualche
scomodo paragone irakeno, per i francesi quel pesante tributo di allora continua a essere solo un necessario “prezzo per la libertà”.
Lo stesso pagato dai 9387 soldati
che riposano nel cimitero americano
sopra la spiaggia di Omaha, dalla quale sale un vento impetuoso e carico di
salsedine. È il più grande dei 22 cimiteri alleati in Normandia: altri 5 sono di
caduti tedeschi. Fra pini neri d’Austria, cipressi, lecci, allori, frassini e
rose polyantha Joseph Petriello, New
Jersey, fante della 90ª divisione, riposa accanto a James Ryan jr., Pennsylvania, della 101ª aviotrasportata, a
Morton Marshack di New York, a
John Soblesky del Michigan, Anton
Tomshik del Minnesota, a Sam Criscuolo, Chester Puchalsky, Vincent
Yeker, Andrey Hromiko, Jerome Shapiro, Sam Marzulla, Roberto Munoz,
David Abraham, Rito Arellano. Altre
croci indicano solo che «qui riposa in
onorata gloria un compagno d’armi
conosciuto solo da Dio». È il miscuglio di razze e di fedi che ha fatto la
forza dell’America in pace e in guerra.
In Europa l’eliminazione fisica degli
ebrei, la soluzione finale, aveva assunto ritmi industriali; in Normandia sbarcava un esercito multietnico che occupava per liberare. Nel silenzio di
Omaha Beach, le lunghe file di croci
bianche sono intervallate da stelle di
David.
«Abbiamo bisogno degli Stati Uniti, abbiamo bisogno della loro leadership morale», ricorda Joschka Fisher.
Ma quale America vogliamo che ci
guidi in questa epoca confusa? E quale Europa vorrebbero avere oggi gli
americani al loro fianco? Incontrando
i giovani partecipanti a una conferenza
in Germania, Henry Kissinger li descrive come «una nuova generazione che
sta cercando di trovare la propria identità. Non è appesantita dalla guerra né
ossessionata dalla crescita economica:
ciò significa che non sono automaticamente filo-americani».
Per quante bandiere sventoleranno
in questo anniversario, per quanta riconoscenza verrà espressa nei discorsi ufficiali e nel sentimento comune
della gente, non è più il 6 giugno
1944 che definisce i rapporti transatlantici di oggi. Non c’è battaglia,
eroismi, riconoscenza e dunque alleanze che restino immutate nei decenni. E non è solo un problema geo-strategico.
«Queste crescenti divisioni: su
guerra, pace, religione, sentimenti, vita e morte», sospira lo
scrittore tedesco Peter
Schneider. Tutto questo ci divide impercettibilmente giorno per
giorno più di quanto
non continuino a unirci
gli avvenimenti del
’44, sempre più distanti
un giorno dopo l’altro.
Fino a qualche tempo
fa nessun europeo discuteva della superiorità della democrazia americana. Era un fatto. Oggi un
numero crescente di europei è convinto di vivere in una società continentale più aperta di
quella americana. 

Se tuttavia volete ancora trovare un
angolo europeo di amore illimitato per
l’America, venite a Sainte Mère-Eglise, una decina di chilometri all’interno
dalla spiaggia di Utah. Nella notte fra il
5 e 6 giugno i parà dell’82ª e della 101ª
si lanciarono attorno al villaggio per
aprire la strada ai fanti che sarebbero
sbarcati. Alcuni scesero per sbaglio sulla piazza, tra le fucilate tedesche.
L’americano più famoso di Sainte
Mère-Eglise è ancora oggi il soldato
John Steele: impigliato col paracadute
sul campanile, rimase a penzolare per
due ore in mezzo alla battaglia. È morto a Metropolis, Illinois, nel 1969.
Ma ancora di più è amato e rispettato un soldato di bronzo che tutti chiamano “Iron Mike”, quattro chilometri
fuori dal villaggio, in mezzo alla campagna. La statua, dedicata ai parà americani, guarda i filari di alberi, i cespugli e i prati ondulati dove morirono
migliaia di uomini. Il ferreo Mike porta l’elmetto alla ventitrè, il sottomento
è slacciato, una gamba è appoggiata su
una roccia. Non c’è nulla di marziale
in questo soldato né in quelli che i
cinegiornali hanno fissato nella memoria d’intere generazioni: soldati sorridenti che non marciavano né sbattevano i tacchi, dalle divise sgualcite, fatte
di un cotone resistente e morbido che
non si era mai visto prima in Europa.
Per disciplina o perché imposto
dall’assicurazione, oggi a Bagdad i militari americani non si slacciano l’elmetto nemmeno durante le conferenze
stampa. I 34 musei e memoriali, i
cimiteri, i cippi e i monumenti che
all’improvviso appaiono sulle spiagge
e nella campagna della Normandia settentrionale non sono solo le tracce di
una riconoscenza: testimoniano la nostalgia per un’America amata incondizionatamente, per un liberatore senza
macchia, per un conflitto dai fini chiari contro un male evidente. Le guerre
di oggi sono così confuse che non
vengono nemmeno chiamate guerre.
Ad Arromanches, davanti ai pochi reduci ancora in vita della battaglia di
Normandia e a milioni di europei di
oggi, non sarà facile per George Bush
riuscire a vendere l’idea che il male
contro il quale lottiamo oggi è come
quello di allora.

 

Foto di copertina: Eliseo, via Twitter