Dal golpe militare avvenuto a inizio febbraio, in Myanmar le proteste e gli scontri non si sono mai fermati. I prigionieri politici non sono stati rilasciati e il bilancio delle vittime continua a salire, in quella che è una violenza senza fine. «Tutto il mondo sta guardando» intima Biden, ma le atrocità non sembrano voler cessare. A meno che la Cina non decida di intervenire.

La versione ufficiale del governo del Myanmar parla di proiettili di gomma usati per disperdere i manifestanti. Fonti non governative, invece, raccontano di 141 vittime, contate nella sola giornata di sabato 27 marzo, che si vanno ad aggiungere al bilancio totale di 510 morti secondo l’Associazione di assistenza per i prigionieri politici. Ciò che è certo è che nonostante i ripetuti richiami della comunità internazionale a fermare la mattanza in corso ormai da settimane in Myanmar, e un formale cessate il fuoco, l’esercito non appare affatto intenzionato a fermarsi. E il rischio di scontri aperti tra le forze regolari e i gruppi armati, espressione delle minoranze etniche del Paese, si fa sempre più concreto.


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Tra quest’ultimi in prima linea c’è il Knu (Karen National Union), le cui basi logistiche sono state bombardate dall’esercito nei giorni scorsi. Preoccupano soprattutto gli scontri avvenuti vicino al confine con la Thailandia che finora hanno causato più di 3.000 sfollati. Particolarmente attivo è anche il Kia (Kachin Independent Army) che ha attaccato una stazione di polizia nel nord del Paese, ad Hpakant. Anche in questa località gli scontri si fanno sempre più cruenti, in prossimità delle miniere di giada da tempo nel mirino dell’esercito che in quest’area non ha esitato a effettuare dei raid aerei, in quella che il capo della politica estera europea Josep Borrell ha definito «Violenza senza senso». Sullo sfondo di questo teatro di crisi, 2.559 detenuti, tra prigionieri politici e incarcerati senza
processo, non sanno se e usciranno di prigione. Tra questi c’è sempre Aung San Suu Kyi, la leader della Lega Nazionale per la Democrazia, il cui governo è stato spodestato dai militari con il golpe dello scorso 1 febbraio.

Le titubanze di Biden

Dall’incontro tra il presidente degli Stati Uniti Joe Biden e il senatore Mitch McConnell, leader repubblicano, è scaturita una prima concreta presa di posizione dell’Amministrazione Usa, rispetto alla crisi in corso in Myanmar. Per il momento, le sanzioni degli Stati Uniti impediranno ai generali a capo del golpe di aver accesso al miliardo che il loro governo ha stanziato oltreoceano. In un secondo momento, restrizioni economiche colpiranno anche altri leader militari e i loro famigliari. Ma in questa partita, senza un accordo con la Cina, gli Stati Uniti hanno di fatto le mani legate. Pechino è infatti il main partner economico dell’ex Birmania, e per adesso non pare intenzionata a sposare la linea sanzionatoria attuata dall’Occidente.

Il ruolo della Cina nella crisi

Negli ultimi anni i rapporti tra Cina e Myanmar hanno avuto molti alti e bassi. Un primo e sostanziale elemento di stabilità sembrava essere rappresentato dall’avvento al potere di Aung San Suu Kyi, ritenuta dalla Cina un interlocutore affidabile. Tuttavia, dopo il golpe dello scorso febbraio che l’ha spodestata, facendola finire in carcere, la Cina ha rinunciato a una condanna formale dell’azione dei militari, limitandosi ad accodarsi a una dichiarazione delle Nazioni Unite in cui veniva espressa preoccupazione per lo stato d’emergenza in Myanmar.

Eppure, il governo cinese avrebbe dalla sua ben altri strumenti di pressione per esercitare influenza sull’esercito birmano e costringerlo a fermare le violenze. La Cina è infatti l’artefice della maggior parte degli investimenti diretti esteri nel Myanmar e con i suoi vaccini potrebbe aiutare il Paese ad affrontare in modo più risolutivo l’emergenza sanitaria da Covid-19. Ma come in altri scacchieri in cui è presente, anche in questa crisi Pechino sta facendo valere anzitutto i propri interessi economici. In gioco ci sono la messa in sicurezza di uno strategico gasdotto che collega i due Paesi e l’obiettivo della Cina di garantire al proprio progetto Belt and Road Initiative un passaggio sicuro attraverso il Myanmar.

La palla torna dunque agli Stati Uniti. Quanto sta avvenendo in Myanmar rappresenta infatti un importante banco di prova per Biden e per la sua capacità di gestire la competizione a tutto campo con la Cina.

“Aung San Suu Kyi addressing the members at the European Parliament” by European Parliament is licensed under CC BY-NC-ND 2.0