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L’inerzia dell’ONU in Myanmar

L’inerzia dell’ONU in Myanmar

Il governo del Myanmar ha chiuso la porta in faccia all’inviato ONU Yanghee Lee, incaricata di investigare sulle violazioni dei diritti umani ai danni della minoranza musulmana dei Rohingya. L’esecutivo di Naypyidaw ha dunque bloccato l’indagine ufficiale delle Nazioni Unite sull’aggravamento della crisi umanitaria nello Stato del Rakhine, dopo aver giudicato l’ultimo dossier diffuso dall’ONU fazioso e ingiusto.

Yanghee Lee avrebbe dovuto recarsi nel Paese a gennaio ma non le sarà permesso di entrare in Myanmar per tutta la durata del suo mandato, come ha reso noto l’Onu attraverso un comunicato. La notizia è passata quasi inosservata in Myanmar a causa del silenzio degli organi di stampa vicini all’esecutivo, ma rischia di aumentare la tensione con l’Occidente, sempre più preoccupato per le discriminazioni e i casi di pulizia etnica.

«Sono confusa e amareggiata – ha detto Lee – questa dichiarazione di non collaborazione con il mio mandato può essere vista solo come una forte dimostrazione che qualcosa di terribilmente grave sta avvenendo nel Rakhine, come nel resto del Paese». Sfumata la missione, Lee ha richiamato l’attenzione della comunità internazionale affinché faccia ulteriori pressioni sul governo birmano guidato dal consigliere di Stato Aung San Suu Kyi.

Zaw Htay, un portavoce del governo birmano, ha invece affermato alla CNN che Lee ha svolto il suo lavoro in modo «non imparziale e non obiettivo» e per questo motivo non gode di alcuna fiducia presso l’esecutivo del Myanmar.

 

Le fosse comuni nel Rakhine

Il bando contro Lee è arrivato il giorno dopo la scoperta di una fossa comune a Inn Din, a nord di Sittwe, la capitale del Rakhine. Le immagini degli scheletri e di altri resti umani ritrovati nella fossa sono state diffuse dall’esercito che ha promesso un’inchiesta sull’accaduto. Secondo Irrawaddy, gruppo di giornalisti indipendenti birmani, permettere all’ONU lo svolgimento di un’indagine accurata sugli abusi dei diritti umani in Myanmar sarebbe stato un passo decisivo per la soluzione alle violenze scoppiate nel Rakhine.

Il Partito Nazionale dell’Arakan (ANP), espressione politica del movimento indipendentista buddista del Rakhine, e altri gruppi locali hanno condiviso la decisione del governo di bloccare l’accesso a Lee almeno fino a quando daranno il loro consenso al governo centrale. L’ANP difende con decisione gli interessi del gruppo etnico Arakan di fede buddista in una regione in cui convivono diverse etnie, tra cui gli “apolidi” musulmani Rohingya. Le relazioni tra le due comunità sono tese da quando, nel 2012, si sono verificati numerosi episodi di violenza interreligiosa.

 

Cosa può ancora fare l’ONU?

Molti osservatori sono dell’idea di sostituire l’inviato dell’ONU Lee con un’altra figura che sia meno interessata a portare il processo penale sugli abusi commessi nel Rakhine davanti a un tribunale internazionale, e più propenso invece a trovare una soluzione di lungo termine che riguardi lo status dei Rohingya. Lee ha visitato diverse volte il Myanmar. Le sue indagini sul Rakhine, il Kachin, lo Shan settentrionale sono state più volte oggetto di discussione in sede ONU causando non pochi scontri di opinioni. I suoi rapporti con il popolo Arakan e con il governo birmano sono ormai compromessi perché il suo punto di vista, come detto, è stato considerato di parte.

A detta del governo e dei gruppi Arakan, Lee avrebbe interpretato solo i bisogni dei Rohingya, rifiutandosi di ascoltare la controparte. In un’intervista alla BBC, la stessa Lee ha raccontato che già a luglio il governo del Myanmar aveva dichiarato di non apprezzare le sue inchieste sul trattamento dei “bengalesi”, termine dispregiativo usato dai birmani per riferirsi alla minoranza musulmana. Per U Pe Than, di etnia Arakan ed esponente dell’ANP presso la Camera Bassa del parlamento birmano, il bando contro Lee risponde alla doppia esigenza del governo di salvare l’immagine del Paese e di continuare a esercitare la sovranità sul territorio dello Stato.

Yanghee Lee gode comunque di una certa fama dentro e fuori il Myanmar. Gli analisti indipendenti, come David Mathieson, esperto di conflitti in aree di crisi, la giudicano più un’accademica e una studiosa che un ufficiale dell’ONU. Secondo Mathieson, Lee avrebbe dato prova del suo interesse per il rispetto dei diritti umani in generale in tutto il territorio del Myanmar, mentre la comunità internazionale sembra focalizzarsi solo su ciò che sta succedendo nel Rakhine, ignorando le violazioni che avvengono in altre zone del Paese.

La porta in faccia sbattuta all’ONU è la prova del disprezzo del governo birmano rispetto alla tutela dei diritti umani, non solo per ciò che concerne le libertà religiose delle minoranze, ma anche per quanto riguarda il diritto all’informazione, la condizione dei lavoratori delle fabbriche, l’istruzione e le cure mediche che dovrebbero essere garantiti a ogni abitante del Myanmar.