Le incognite della transizione Libia

A marzo si è insediato il Governo ad interim libico guidato dal Premier Dbeibah, che dovrà traghettare il Paese alle elezioni del 24 dicembre. Il percorso però si preannuncia accidentato per via dei malumori politici interni, della mancanza di servizi alla popolazione e della presenza di mercenari stranieri su territorio libico. Turchi e russi consolidano le loro posizioni mentre gli Stati Uniti tornano ragionare sulla Libia: a questi potrebbe presto aggiungersi anche l’Italia.

HABEMUS PREMIER (AD INTERIM)

Dopo sette anni di guerra civile tra Tripolitania e Cirenaica, la Libia ha di nuovo un Governo unitario. I 75 rappresentanti selezionati dalle Nazioni Unite per il Forum di Dialogo Politico Libico hanno dato forma al Governo di Unità Nazionale (GUN) per guidare il Paese fino alle elezioni previste per il 24 dicembre 2021. A trionfare sono stati il neo Primo Ministro Abdul Hamid Mohammed Dbeibah, businessman miliardario di Misurata con saldi legami con la Turchia, e il neo capo del Consiglio Presidenziale Mohammed Younes Manfi, originario della Cirenaica, ma in rotta con Haftar e le Istituzioni di Tobruk. La vittoria è giunta per soli cinque voti e con vociferate accuse di corruzione contro il ticket favorito formato da Aguila Saleh, Presidente della Camera dei Rappresentanti, e Fathi Bashagha, ex ministro degli interni di Tripoli, creando più di qualche malumore nell’Est del paese. A marzo, Governo di Tripoli e amministrazione di Tobruk hanno trasferito i loro poteri al GUN, il quale ha anche ricevuto la fiducia dalla Camera dei Rappresentanti della Cirenaica. Nonostante questi successi, impensabili fino a un anno fa, la strada verso le elezioni di dicembre è lunga e il Governo ad interim si ritrova ad affrontare numerose sfide, tra cui la coesione interna, l’economia e i rapporti con le potenze esterne.

Fig. 1 – Il nuovo primo ministro libico Abdul Hamid Dbeibah parla dopo il giuramento, 15 marzo 2021

POWER-SHARING IN SALSA LIBICA

Secondo le indiscrezioni, la vittoria di Dbeibah e Menfi è stata possibile grazie ai voti decisivi dei rappresentanti vicini a Khalifa Haftar. Il Maresciallo libico sarebbe stato spinto in questa sorprendente direzione dall’offerta del ministero della Difesa e dal desiderio di scalzare Aguila Saleh, il suo principale avversario nell’est del Paese. Tuttavia gli eventi hanno preso una piega differente poiché Saleh è riuscito a negoziare con Dbeibah, ottenendo un cambiamento nel gabinetto del GUN e conservando la posizione di Presidente del Parlamento, posizione che doveva essere conferita a un esponente del Fezzan secondo gli accordi iniziali. Così, mentre Saleh è rientrato nei giochi, Haftar ne è uscito sconfitto e non ha tardato a esprimere la sua ostilità nei confronti dell’attuale Governo transitorio. Ora l’isolamento di Haftar, come anticipato in articoli precedenti, gli impedisce di rovesciare unilateralmente il nuovo esecutivo. Tuttavia rimane nell’aria una certa insoddisfazione negli ambienti della Cirenaica nei confronti di un Governo che sembra avere il baricentro spostato verso ovest. Percependo il bisogno di re-bilanciare il posizionamento internazionale del GUN (considerato vicino all’orbita turca), il neo premier Dbeibah ha svolto il suo primo viaggio all’estero in Egitto per offrire rassicurazioni ad al-Sisi.

Fig. 2 – Presidente del Consiglio Presidenziale Mohammad Younes Menfi (S) incontra Khalifa Haftar (D) a Benghazi prima della rottura tra i due, 11 marzo 2021

SFIDE SOCIO-POLITICO-ECONOMICHE

Contro i consigli di Stati Uniti e ONU, il premier Dbeibah non ha tenuto un profilo basso, ma si è impegnato su vari fronti, probabilmente per gettare le basi alla sua candidatura a dicembre. Il problema più urgente da affrontare è l’incapacità di offrire servizi di base, quali acqua ed elettricità, sia nelle zone rurali sia nelle città principali. Metà delle centrali elettriche del Paese non sono in funzione a causa del blocco all’estrazione di petrolio. In Cirenaica i blackout quotidiani hanno pesato profondamente sulla popolazione nel 2020, provocando rivolte a Benghazi. A ovest, invece, l’assalto a Tripoli ha portato a distruzione di parte del sistema idrico, limitando molto l’accesso all’acqua in città e causando simili proteste. Un altro motore delle proteste dell’ultimo anno sono state la forte disoccupazione e il grave impoverimento del Paese. Dalla Tripolitania alla Cirenaica la disoccupazione ha raggiunto livelli intollerabili, pari al 49%, incidendo in particolare sui giovani libici che in assenza di prospettive cominciano a migrare in proporzioni sempre maggiori. Un’altra sfida da non sottovalutare sarà la riunificazione delle Istituzioni di Tripoli e Tobruk in un’entità unica. La riunificazione delle Banche centrali procede, ma la creazione di un budget unico, che dovrà coprire anche il mantenimento dell’Esercito nazionale libico di Haftar, come promesso, provocherà probabilmente delle divergenze. Infine, un ultimo ostacolo per il GUN sarà il referendum sulla proposta di Costituzione. Questo dovrà tenersi prima delle elezioni di dicembre e se non dovesse passare, porterebbe automaticamente a un loro rinvio. In gennaio i rappresentanti di Tripoli e Tobruk si erano accordati per basarsi sulla proposta scritta dalla Camera nel 2018, ma vista l’importanza della Costituzione nella futura vita politica del Paese, non è da escludersi che emergano ulteriori contrasti prima del referendum.

Fig. 3 – Un gruppo di donne protesta contro le misere condizioni di vita a Tripoli, 25 agosto 2020

INCOGNITE MILITARI E INTERNAZIONALI

La Libia ospita attualmente 20mila mercenari stranieri tra russi di Wagner, miliziani principalmente siriani inviati dalla Turchia, sudanesi finanziati dal Golfo e altri. La loro partenza rimane la sfida primaria per il GUN di Dbeibah e anche la più difficile. I turchi sono saldamente presenti in Tripolitania, dalle caserme agli aeroporti di Watiya, Misurata e Tripoli. Dall’altra parte del fronte, i russi si sono insediati in Cirenaica e Libia centrale tramite gli aeroporti di Tobruk, Sirte e, di fondamentale importanza strategica, al-Jufra, al centro della Libia. Le due sfere d’influenza che Ankara e Mosca si sono scavate in Libia hanno radici profonde e sono frutto di strategie di lungo termine. La compagnia turca Albayrak, ad esempio, sta negoziando una concessione per la gestione del porto di Misurata, un contratto della durata di svariati anni che le verrà molto probabilmente garantito. Allo stesso tempo i contractor russi avrebbero creato una linea di fortificazioni tra Sirte e al-Jufra di 70 chilometri, un segnale inequivocabile della loro intenzione di restare nel Paese. Lo stesso governo transitorio è il risultato di un allineamento di vedute tra le due potenze con cui Dbeibah intrattiene ottimi rapporti. Le pressioni americane affinché turchi e russi abbandonino il Paese sembrano cadere nel vuoto per ora. Rimane da vedere se la nuova impronta data dall’Amministrazione Biden, magari facendo sponda con l’Italia, riuscirà a limitare le mire di Ankara e Mosca in Libia. Da un lato la lunga assenza di Washington non sembra averne minato l’influenza vista la capacità di imprimere una svolta nel processo di pace ONU che si è visto con l’inviata Stephanie Williams, dall’altro però l’influenza delle altre due potenze è ben più radicata sul terreno. Infine l’Italia può tornare a giocare un ruolo di primo piano nel Paese dopo la visita di Di Maio e Descalzi, AD di ENI, e la prima visita all’estero di Mario Draghi, con le quali si è dato un forte segnale di supporto al progetto politico del neo premier Dbeibah e si sono aperti nuovi fronti di cooperazione bilaterale sulle urgenze del Paese, come la politica energetica.

Di Corrado Cok. Pubblicato su Il Caffè Geopolitico

Immagine di copertina: “Tripoli” by Ziad FMA is licensed under CC BY