Il Sudan normalizza i rapporti con Israele, diventando il terzo paese a grande maggioranza musulmana a prendere questa decisione in meno di due mesi. A settembre altri due Stati, Emirati Arabi Uniti e Bahrein, hanno normalizzato le relazioni con Tel Aviv tramite la storica firma degli “Accordi di Abramo” avvenuta alla Casa Bianca. Prima di questi, tra i paesi arabi, soltanto l’Egitto (1979) e la Giordania (1994) avevano mediato accordi diplomatici con lo Stato ebraico.

Dal punto di vista degli americani, Israele rappresenta l’unica democrazia presente in Medio Oriente. È questa la ragione principale per la quale dagli anni ’60 assistiamo ad un appoggio pressoché costante, da parte degli USA, allo Stato ebraico; da contestualizzare assieme all’impegno nel contenimento della potenziale influenza esercitata dalla Russia nel territorio. Altra ragione fondamentale è il potere detenuto da Hamas, l’organizzazione palestinese di ideologia nazionalista, sunnita e antisionista attualmente al governo nella Striscia di Gaza, considerata di carattere terroristico da ormai molte nazioni del mondo, tra le quali gli stessi Stati Uniti.

Una ragione ideologico/politica che spiega questo l’interesse per la nazione mediorientale si trova invece nella grande influenza che la comunità ebraica americana detiene in molti Stati della repubblica federale, spesso decisivi per le elezioni presidenziali.

Per quanto riguarda il Sudan, parliamo di un paese la cui neo-democrazia si trova attualmente appesa ad un filo sottile. Dopo che le proteste dello scorso anno hanno rovesciato il regime del dittatore Omar al-Bashir, al potere dal 1989 ed oggi in carcere per crimini di guerra, il paese è gestito da un governo militare di transizione guidato da Abdel Fattah al Burhan, a cui è stata in seguito affiancata una parte civile con Abdalla Hamdok in qualità di primo ministro.

L’obiettivo dell’esecutivo è quello di risollevare l’immagine dello Stato agli occhi della comunità internazionale in attesa delle possibili elezioni previste per il 2022, ma la ripresa non è facile dopo 17 anni di guerra civile. La situazione è stata aggravata anche dalle ultime inondazioni, le più devastanti degli ultimi cento anni e, chiaramente, dalla pandemia in corso. L’economia del paese risulta oggi al collasso, l’iperinflazione incombe e c’è una grave crisi alimentare in corso.

Il Sudan era inoltre stato incluso, nel 1993, dagli USA nella lista degli stati sponsor del terrorismo assieme ad Iran, Corea del Nord e Siria, a causa del rifugio assicurato al leader di al-Qaeda Osama Bin Laden. La presenza nell’elenco lo sottoponeva a dure sanzioni economiche e limitava la fiducia degli investitori stranieri, privando lo Stato della valuta forte necessaria per sostenere l’economia interna, fortemente indebolita dopo l’indipendenza del Sudan del Sud, avvenuta nel 2011 e che ha portato con sé la gran parte della produzione petrolifera.

Poco prima della teleconferenza che ha siglato l’avvio delle relazioni con Israele, in collegamento tra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, il presidente del Consiglio Sovrano del Sudan Abdel Fattah al-Burhan e il primo ministro sudanese Abdalla Hamdok, Trump ha annunciato l’intenzione di rimuovere il paese dalla “lista nera”. Decisione presa dopo la promessa da parte di Khartoum di versare 335 milioni di dollari in risarcimenti alle vittime degli attentati del 1998 contro le ambasciate americane in Kenya e Tanzania, quando Bin Laden si trovava nello Stato arabo. Durante l’annuncio della normalizzazione dei rapporti con Israele, al Sudan sono stati promessi aiuti per la riduzione del debito, la sicurezza alimentare e lo sviluppo economico. Sembra un po’ più semplice ora pensare ad una diminuzione del debito pubblico nel prossimo futuro.

«Da tre no a tre sì». Così ha twittato l’ambasciatore d’Israele negli Stati Uniti Ron Dermer, riferendosi alla conclusione del vertice della Lega Araba del 1967 avvenuto a seguito della Guerra dei Sei Giorni, convocato proprio a Kartoum e famoso per contenere nel terzo paragrafo quelli che sono stati poi ricordati come i famosi “tre no”: no alla pace con Israele, no al suo riconoscimento, no alle negoziazioni. Quella che si profila è invece un’ormai rilevante apertura, da parte importanti esponenti del mondo arabo, nei confronti dei “territori occupati” da Israele.

L’amministrazione Trump, messa male nei sondaggi, ha cercato di far apparire gli accordi tra lo Stato ebraico e le nazioni arabe come parte del suo progetto di raggiungimento dell’”accordo del secolo”, che consiste nel porre fine al conflitto israelo-palestinese (attualmente inattuabile in quanto troppo sbilanciato a favore di Israele), in modo da sperare nel sostegno della base cristiana ed ebrea alle imminenti elezioni. «Apprezziamo l’aiuto per la pace da chiunque in America, e apprezziamo enormemente quello che hai fatto», ha detto Netanyahu a Trump. Per il primo ministro israeliano, è l’alba di «un mondo nuovo», l’inizio di una «nuova era».

L’accordo mira apertamente ad unire i paesi arabi a prevalenza sunnita contro il nemico comune: l’Iran sciita, in buoni rapporti con Mosca e nemico numero uno di Israele. Teheran ha definito l’avvenimento “un’estorsione”.

I palestinesi, con le parole di Wasel Abu Youssef, funzionario dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP), l’hanno definita “una nuova pugnalata alle spalle” da uno Stato che prima era loro alleato. Hamas ha dichiarato: «Esprimiamo condanna e indignazione per la vergognosa e umiliante normalizzazione che non si addice al popolo e alla storia del Sudan».

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Nelle piazze sudanesi è scoppiata la rivolta, le bandiere israeliane sono state date alla fiamme. Il Popular Congress Party, parte dell’alleanza FTC (Forces of Freedom and Change), è stato il primo a reagire: «La nostra gente, sistematicamente isolata e marginalizzata dagli accordi segreti, non è tenuta a rispettare l’accordo di normalizzazione. Continuerà a tenere le sue storiche posizioni, a lavorare per resistere alla normalizzazione e a sostenere il popolo palestinese».

Contrari anche la coalizione di sinistra National Consensus Forces Alliance (membro chiave di FFC), che aveva guidato le proteste contro l’ex-presidente, e Sadiq al-Mahdi, principale esponente del partito Umma ed ultimo premier eletto prima del golpe di Al Bashir, che accusano il governo di violazione della Costituzione come degli impegni presi con i “tre no”. Il partito Baath, anche questo parte della FTC, ha minacciato il ritiro della fiducia al governo di transizione.

In questo momento il Sudan necessita di tutto meno che di un nuove rivolte, già alimentate dalle continue richieste di sussidi umanitari a causa delle alluvioni e di ulteriori riforme sui diritti delle donne, ai quali si aggiunge l’urgenza della gestione del nuovo picco di violenze nella regione del Darfur.

PHOTO: Sudanese Gen. Abdel-Fattah Burhan, head of the military council, waves to his supporters upon his arrival to attend a military-backed rally, in Omdurman district, west of Khartoum, Sudan, Saturday, June 29, 2019. Sudan’s ruling military council on Saturday warned protest leaders of “destruction or damage” ahead of planned mass rallies over the weekend calling for civilian rule over two months after the military ouster of autocratic president Omar al-Bashir. (AP Photo/Hussein Malla)